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Ottusità e sprechi una denuncia

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Dati allarmanti

Quanto sta avvenendo nel settore dello sci alpino in tutte le Alpi è a dir poco disarmante. Nessun ente pubblico cerca risposte sensate e lungimiranti alla crisi dello sci alpino, nonostante i dati di questa industria siano allarmanti. Un fatto sembra incontestabile: sta diminuendo il numero degli sciatori in tutta Europa, sia per la crescente scarsità e volubilità del mantello nevoso, sia perché praticare questo sport è divenuto estremamente costoso e sempre meno alla portata delle famiglie del cittadino medio. Nell’arco alpino in questi ultimi 50 anni la temperatura media è aumentata più del doppio di quanto avvenuto sul resto del pianeta e le precipitazioni scarseggiano sempre più.

– Saggezza imprenditoriale e riflessione politica vorrebbero che il turismo invernale puntasse su altre proposte più dolci e durature. Innanzi tutto è necessario investire in pratiche sportive meno energivore, evitare lo sperpero della risorsa idrica, mantenere integri gli spazi aperti e non ancora antropizzati. Invece anche in Trentino, provincia che nel nome dell’autonomia vorrebbe porsi all’avanguardia in tema di difesa ambientale, si percorrono strade rivelatesi ovunque fallimentari. Si costruiscono enormi bacini idrici arrivando a sconvolgere paesaggi e foreste di alta quota (si superano ormai comunemente i 100.000 m3 di invaso), si porta l’innevamento artificiale fino a quote impensabili come avviene in val della Mite, nel Parco nazionale dello Stelvio. Una recente concessione provinciale permetterà di raggiungere con gli impianti di risalita i 3.000 metri di quota, mentre contestualmente si aprono nuove, inutili e distruttive piste in ambiti pregiati come a Passo San Pellegrino (Moena) con la nuova pista La Volata: una direttissima che solo una minoranza di sciatori sarà in grado di affrontare. Per costruirla si stanno demolendo a suon di cariche di dinamite interi costoni di roccia e si stanno invadendo gli ultimi spazi liberi a disposizione della pernice bianca e del gallo forcello. Senza contare la distruzione di una secolare pineta di pino cembro che arricchiva di fascino l’intero versante. In tutti i casi citati questa opera di distruzione è sostenuta non solo dall’avallo politico delle comunità locali e della Provincia Autonoma, ma anche da sostanziosi contributi pubblici che vengono investiti in società private i cui bilanci mostrano, anno dopo anno, deficit sempre più pesanti. Ma perché preoccuparsi? Quei debiti vengono ripianati regolarmente con l’intervento pubblico.

Riguardo agli impianti fognari e di innevamento artificiale previsti a Pejo 3000 va ricordato che si tratta di infrastrutturazioni difficilmente compatibili con i valori su cui si fonda un Parco Nazionale. Un’area protetta acquisisce il suo senso quando riesce a dimostrare, anche all’esterno, che è possibile, attraverso il lavoro teso alla intelligente conservazione dei beni naturali, alla tutela e alla riqualificazione della biodiversità, alla protezione dei paesaggi identitari, costruire sviluppo, innovazione e cultura, fuori dai desueti modelli di sfruttamento mercantilistico che tanti danni hanno arrecato alle vallate alpine.

Mountain Wilderness si attendeva dal Trentino una inversione di tendenza riguardo agli indirizzi politici del turismo invernale. Sui versanti settentrionali dell’arco alpino, ad esclusione di aree ormai devastate, da anni si propongono modelli e scelte che puntano sulla mobilità alternativa, che tendono a massimizzare il risparmio energetico, che riportano i beni naturali, la fauna selvatica, le specificità locali, l’agricoltura di montagna in tutte le sue connessioni ad essere motori primari di uno sviluppo reale, libero dagli schemi del passato.

Nelle Alpi italiane sembra che questi processi non vengano nemmeno presi in considerazione. In Trentino poi si raggiunge il massimo dell’ipocrisia quando si preannunciano nuove prospettive per il turismo (come quelle contenute nel progetto TURNAT) e poi nei fatti, giornalmente, le scelte della politica e dei territori le smentiscono. Anche nelle Province autonome e nelle Regioni non è venuto il momento di ripensare le scelte e di investire in una progettualità più sobria, alternativa e culturalmente responsabile, cercando di recepire, se non gli allarmi ormai consolidati dai dati del mondo scientifico, i messaggi etici profusi con continuità dal Sommo Pontefice? La monocultura dello sci alpino appartiene al passato. E’ tempo di voltare pagina!

Il Consiglio Direttivo di Mountain Wilderness Italia onlus

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