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Secondo Principio della Termodinamica Italiana

Rimbalzo questo Scilipottersville , che non è che si discosta molto dalla realtà purtroppo

Scilipottersville
Pubblicato il 12 maggio 2013 · in Schegge taglienti ·

Alessandra Daniele

Domenico Scilipoti, omeopata, eletto coi voti del centrosinistra, e poi passato a sostenere Berlusconi. Un fulgido esempio per il PD che, dopo essersi spacciato per tutta la campagna elettorale come l’unico partito in grado di combattere Berlusconi, è tornato al governo con lui.
In realtà, lo sta ancora combattendo: col metodo omeopatico.
Il PD è in effetti molto diluito, è una cacarella di correnti, gorghi, onde anomale, e mulinelli, dove tutti i naufraghi del disastro bersaniano cercano di galleggiare, affogando gli altri.
Per orientarsi in questo maelstronz, ecco una mappa delle principali fazioni, quattro come le Case di Hogwarts.

SerpeRenzi
In questi mesi, il rampante sindaco di Firenze ha detto tutto e il contrario di tutto, pur di continuare comunque a vendersi come l’Alternativa alla fallimentare dirigenza del suo partito. Quando Bersani ancora respingeva le avances berlusconiane, Renzi auspicava le larghe intese, adesso le sbeffeggia. Con tutto il suo giovanilismo, Renzi è uno dei personaggi più vecchi dell’attuale scena politico-mediatica: il tipico yuppie anni ’80, opportunista e sgusciante. Avanza insinuandosi a zig-zag fra le macerie, seguito da un codazzo di vermicelli speranzosi.

BaffinD’oro
Considerato il più grande stratega del PD, Massimo D’Alema ha in realtà finora sbagliato tutto quello che c’era da sbagliare. A meno che il suo obiettivo non fosse fin dall’inizio proprio quello di portare alla distruzione totale il suo partito, e radere al suolo il centrosinistra, per poi sgomberare le macerie con una ruspa, e rivendere il terreno ai capannoni della Mediaset, che definì ”la più grande industria culturale del paese” (seconda solo allo spaccio di eroina). Lasciamo perdere però il complottismo, che oggi è diventato mainstream: le teorie che prima trovavi solo nei più oscuri recessi di Splinder, ora te le raccontano le parenti dal parrucchiere, le zie chimiche.
Rasoio di Occam: D’Alema è uno stronzo. Quindi in Italia sarà sempre considerato un genio, e non gli mancheranno mai i seguaci.

CorvoRosso
Sparuta tribù di sopravvissuti di semi-sinistra, e di scarso orientamento, finiti molto lontano dal loro reale territorio. Gli unici del PD a cercare di praticare ancora antichi rituali quasi dimenticati, come il dialogo col sindacato, e la dichiarazione dei redditi veri, i Corvi Rossi sono perciò i soli rimasti del partito a poter comunicare con le Tute Blu e le Fiamme Gialle, ma inutilmente, perché la loro influenza sulla linea del PD è un’illusione dai reali effetti insignificanti. Un’influenza dei polli. Il fatto che adesso i Corvi Rossi sperino d’essere ripescati e imBarcati da un ministro del governo Monti è la misura del loro avvilente fallimento.

Democristo
Sono la fazione vincente, quella scelta da BCE, NATO e Vaticano come referente, e che ha impallinato Bersani perché ritiene il suo Papa di riferimento – Giovanni XXVIII – un fottuto comunista. A Papa Giovanni i Democristicchi preferiscono Papa Giovanardi, però non sono al governo con Berlusconi per servirlo, ma per servirsene. La loro nei suoi confronti è una strategia di contenimento, e attesa. Confidano nell’età, e nella Cassazione Chimica. Aspettano sulla sponda del fiume perché sanno che alla fine saranno comunque loro a sopravvivere. Secondo Principio della Termodinamica Italiana: prima o poi tutto diventa DC.

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E’ morto Andreotti…..

Wikipedia diceva il contrario

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Articolo non così strano

Rimbalzo questo articolo I dieci ComandaMonti a cura del Maso Otelma, sembra satira, ma in fondo rispecchia la realtà.

:-(

I dieci ComandaMonti a cura del Maso Otelma
di Danilo Masotti | 22 aprile 2013

Dopo aver letto i miei libri profetici Umarells (2007) e Ci meritiamo tutto, il regista Adam Selo dice che sono un visionario. Macché. Evidentemente mi sopravvaluta. Adam, mi limito solo ad osservare quello che accade cercando di farmi condizionare il meno possibile dalle varie tifoserie popolari animate da acriticità, rancori, livori e invidie nei confronti di sconosciuti di cui ora mi va di scrivere. Dopo il trionfo di Napolitano (a cui auguro di sopravvivere biologicamente il più a lungo possibile) ecco una visione un tanto al chilo non richiesta da nessuno di quello che potrebbe succedere nei prossimi mesi, un sogno che ho fatto stanotte, complice la pizza napolitana che si muoveva come un gatto nel mio stomaco:

1) PD, PDL e MONTI faranno legge elettorale ANTIGRILLO

2) Una volta che la nazione avrà un governo, lo spread tornerà a salire e i mercati bacchetteranno la nazione. Sentiremo spesso dire parole tipo: Cipro, Grecia e Portogallo

3) Ci sarà una niù entri nel cleb delle pezze al culo: la Slovenia. Sarà #allertaslovenia e tutti alle macchinette del caffè o nei uichend a Milano Marittima a dire la parola Slovenia

4) A causa dell’eccesso di lavori inutili (c’è ancora troppo lavoro) molte aziende chiuderanno. Quelle che hanno ancora qualcosa da vendere, sposteranno la loro produzione in Busdalkulistan, nuova frontiera del lò cost

5) Non ci sarà crescita, ma nemmeno decrescita, le spiagge saranno affollate e ci si lamenterà del caldo e delle spiagge che sono meno affollate del 2012, ma più del 1948 anno politico di riferimento dei contemporanei

6) Si va alle elezioni in autunno (se non prima) e trionfa Berlusconi come vuole la prassi, così governa tranquillo, non va in carcere, il PD fa finta di opporsi e sono/siamo tutti felici

7) Finiranno le ore di cassa integrazione, mobilità e inizierà un po’ di vera disoccupazione, di quella già nota a cocopro senza cococpro ed esercito delle partite iva vere e finte

8) Seguirà prelievo fiscale sui depositi delle famiglie italiane (anche sui singol eh) per sostenere cassa integrazione e altri ammortizzatori sociali

9) Arriverà un’ondata di crisi leggermente più percepibile di quella a cui siamo già abituati

10) La gente (forse) si incazzerà

Questa potrebbe essere la rodmapp dei prossimi mesi, ma non garantisco nulla, non rimaneteci male se non andrà così bene come ho cercato di prevedere. Comunque giovedì è il 25 aprile e molti faranno il ponte dimenticando tutto quello che è accaduto nel fine settimana. I gatti continueranno ad essere postati su fesibuc e su tuitter i giornalisti difenderanno l’operato dei i partiti e del nuovo presidente della repubblica, Report ci rivelerà scomode verità e il giorno dopo, chi può, andrà a lavorare come se niente fosse in attesa di un’altra puntata. I mercati, come da usanza europea, decideranno cosa dobbiamo fare, ma con molta calma e quotidiana somministrazione di insulina di paura al popolo. Più avanti, forse ci troveremo di fronte a uno scenario greco o sudamericano. Però con la nebbia.

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Quando si dice: è andata di lusso !!!

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Bello !

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Rimbalzo un articoletto interessante

6 ipotesi sul PD e M5S

1. Perché il PD vuole governare con Grillo?
No, aspe’, la domanda vera non è proprio questa, ora ci arriviamo.
I parlamentari dei cinque stelle, senza per questo voler sminuire sul piano personale nessuno di loro, sembrano dilettanti allo sbaraglio: gente alle prime armi, digiuna di pratica politica, di meccanismi parlamentari, un po’ ignorante e un po’ anche presuntuosa, tendente al complottismo e irridente verso istituzioni e procedure (discutono sul mettersi o meno le cravatte al senato, spregiano il titolo di onorevole, considerano la fiducia al governo un teatrino etc.). Insomma: sono inesperti e sono pure ostili all’incarico, quindi

1.1. Perché il PD continua a dire che la cosa più responsabile da fare è investire di responsabilità degli irresponsabili?
Ipotesi A: Perché il PD pensa già alle prossime elezioni (ritenute quanto mai prossime) e non vuole andarci dopo aver fatto la figura di chi inciucia con Berlusconi
Ipotesi B: Perché governare con Berlusconi è peggio di governare con i cinque stelle.
L’ipotesi A non sta in piedi: chi ha votato cinque stelle per punire la sinistra sta ora reclamando a gran voce un accordo di governo, quindi al PD conviene votare subito e riprendersi i voti dei delusi dalle cinque stelle (questi due partiti che si palleggiano i musi lunghi, comunque la si pensi, fanno tristezza).
L’ipotesi B non sta in piedi perché con Berlusconi il PD ci ha governato fino a ieri.

2. Il movimento cinque stelle è irresponsabile a non volere governare col PD?
Ipotesi A: Sì, il paese è alla deriva e necessita di un timoniere
Ipotesi B: No, chi ha votato cinque stelle punta alla sostituzione integrale della classe politica, dunque i cinque stelle fanno bene a non allearsi con nessuno e a votare solo per punti nodali del programma di governo, come la legge elettorale, per poi tornare subito alle urne e riscuotere un successo ancora maggiore.
L’ipotesi A rimanda alla domanda 1.1, solo leggermente riformulata:

1.1 (reprise): Se ci serve un timoniere perché il PD vuole a tutti i costi Schettino?

L’ipotesi B è fastidiosa ma è legittima: i parlamentari dei cinque stelle hanno sottoscritto, prima di venire eletti, un codice comportamentale che vieta loro di formare alleanze. C’è una lunga lista di intellettuali che tifa perché lo trasgrediscano (e già qua uno si confonde, perché sono gli stessi che fino all’anno scorso sottoscrivevano manifesti per l’importanza di rispettare le regole) e li incitano a farlo in nome del “non c’è vincolo di mandato”, di fatto trasformando una possibilità (il parlamentare che non dovesse più riconoscersi nel suo partito può cambiare schieramento) in una specie di dovere automatico, pena l’essere etichettati come “antidemocratici”. I cinque stelle fino a ora si riconoscono nel loro statuto: perché questa smania di convertirli? Si torna alla domanda 1.1., ipotesi A.

3. Perché il PD ha perso le elezioni?
Ipotesi A: Ha perso perché insegue i voti dei moderati, del centro, e dei delusi da Berlusconi, e invece per queste elezioni molta gente era orientata a un voto che fosse molto di sinistra, radicale, netto.
Ipotesi B: Ha perso perché gli elettori liberal, moderati e del centro sono rimasti freddi di fronte alla mancata candidatura a premier di Renzi, percepito da molti come un leader nuovo, e slegato dal passato vetero-comunista in cui il PD si presume affondi le sue antiche radici (che per quanto antiche, spaventano ancora i moderati).
A seconda che si sposi la A o la B, ci si schiera sul futuro del partito democratico (che comunque sembra già deciso: alle prossime elezioni, via la vecchia classe dirigente e dentro la nuova).

4. Il movimento cinque stelle è di stampo autoritario o democratico?
Ipotesi A: È un movimento che Umberto Eco definirebbe Ur-fascista: percorso cioè da pulsioni populiste e anti-democratiche, talvolta esplicite, talvolta no.
Ipotesi B: È un movimento anarcoide, le cui venature sotterranee appartengono ai centri sociali dell’estrema sinistra e ai contestatori più radicali.
L’ipotesi A è sostenuta da ali molto a sinistra, come Wu Ming, che vedono in Grillo una deriva autoritaria e populista del vecchio qualunquismo (“chi si dice nè di sinistra nè di destra è sempre di destra”)
L’ipotesi B è sostenuta dai Berlusconiani e da alcuni centristi (ritengono che i cinque stelle siano composti da No Tav e Black Blok).
Le due ipotesi stanno in piedi e si sostengono l’una con l’altra, ma solo a patto che si parli degli attivisti, e non dei semplici elettori (che spesso sono pensionati, delusi di destra e sinistra in cerca di un voto di protesta, giovani privi di qualsiasi formazione o dottrina politica):il movimento è composto da anarco-capitalisti, innamorati della spersonalizzazione, di una fantomatica democrazia diretta, che più che altro ricorda il vecchio concetto concetto del “popolo al potere”, dove il “popolo” sostituisce l’individuo, lo ingloba, lo annulla.
(Qua sono un po’ meno confuso: per me la modernità è una cosa estremamente complessa, e per questo c’è bisogno di una democrazia non solo rappresentativa, ma addirittura di vera e propria delega. Certe cose – la maggior parte di quelle che dovrebbe discutere un parlamento – necessitano di esperti in grado di gestire la complessità e le infinite interazioni di ogni problema. La democrazia non ha bisogno di gente come me o peggio di me, ma di gente molto migliore di me, più colta, più capace, con più metodo e, sì – in questo forse i cinque stelle hanno ragione a porre una pregiudiziale morale – anche degna di fiducia).

5. Il movimento cinque stelle è un pericolo per la democrazia?
Ipotesi A: Sì, il richiamo a un parlamento col 100% dei consensi e l’idea di governo globale nei video di Casaleggio testimoniano una voglia di totalitarismo che può mettere a repentaglio la tenuta delle istituzioni.
Ipotesi B: No, questi sono troppo scemi per un colpo di stato.

Le ipotesi A e B si contraddicono solo apparentemente, quindi potremmo tagliarne una e sintetizzarle in una terza:
Ipotesi C: È un pericolo se si sottovalutano certe idee inquietanti dei suoi attivisti e dei suoi fondatori.

5.1. L’ipotesi C è un’ipotesi valida?
Ci vorrebbe uno storico serio per rispondere: il fascismo, oltre al consenso dei militanti e al culto della personalità del leader, aveva dietro dei potentati economici a sostenerne l’ascesa (l’aristocrazia agraria al sud, quella industriale al nord) e prese il potere con una sorta di milizia armata. I cinque stelle che poteri forti hanno dietro? La società di comunicazione di Casaleggio? L’autista imprenditore che costruisce resort invenduti in Costa Rica? Sembra pochino. E sono armati? Sono pronti a conquistare Roma marciando? A bastonare fuori dalle urne chi non li vota? Hanno giornali, tv, media a propria disposizione per mettere a tacere il dissenso e diffamare? (Be’, effettivamente trollano parecchio). Il danno più serio che possono fare è propagare una certa mentalità acritica tra gli strati già meno dotati di capacità critica. Ma in Italia non è una novità: lo ha fatto Berlusconi per vent’anni, con mezzi ben più martellanti, e riuscendoci con molta efficacia. Quindi diciamo che se il colpo di stato ci doveva essere, c’è già bello che stato.

6. Il successo del Movimento cinque stelle è dovuto alla rete o al voto di protesta?
Ipotesi A: Alla rete (è la posizione dei movimentisti a cinque stelle e di nessun altro, nemmeno dei suoi stessi elettori).
Ipotesi B: Al voto di protesta, l’uso che i cinque stelle fanno della rete è datato e anacronistico (è la posizione di tutti gli altri).
Sposando l’ipotesi B, che sembra convincente, resta da capire la polemica sulla comunicazione verticale di Grillo (“emette ma non riceve”).

6.1 Chi è in Italia a “emettere e ricevere”?

6.2 Quale politico italiano possiede nozione di questa maniera “orizzontale” di gestire la comunicazione sul web?
Il metro di paragone impiegato da tutti per questo tema è la campagna elettorale internet based di Obama.

6.3 Per chi, in un paese con un’opinione pubblica orientata prevalentemente da televisione e stampa come l’Italia, avrebbe avuto senso basare questa campagna su internet?
Supponendo che avrebbe avuto senso per uno come Renzi:

6.4 Le sue primarie furono o non furono internet based come si dice che furono?

6.5 E allora perché le ha perse?

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Bel Video (anche gli altri episodi)

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Tragedia & beffa

Copio/Incollo e linko da leggere dopo la tragedia anche la beffa

L’Aquila, abitanti delle new town “cornuti e mazziati

di Samanta Di Persio – 20 Gennaio 2013
Gli inquilini del progetto C.A.S.E. stanno ricevendo una raccomandata dal comune di L’Aquila (costo totale 96mila euro) con i bollettini già rateizzati, 18 mesi, per pagare le somme relative ai consumi delle singole abitazioni e spese condominiali. Ma sul calcolo dei consumi non c’è trasparenza

Samanta Di Persio In questi giorni gli inquilini del progetto C.A.S.E. stanno ricevendo una raccomandata dal comune di L’Aquila (costo totale 96mila euro) con i bollettini già rateizzati, 18 mesi, per pagare le somme relative ai consumi delle singole abitazioni e spese condominiali. Il comune ha stabilito 0,05369 euro al mq per ogni giorno trascorso nei moduli delle new town. In questa prima tranche sta arrivando l’acconto, gli importi variano oltre 5mila euro per chi ha un appartamento di 100mq, 3mila circa di chi abita in uno di 60. E questo sarebbe solo un acconto. Perché è accaduto ciò? A fine marzo del 2010 la gestione del compendio immobiliare del progetto C.A.S.E. (6.000 alloggi) è stato assegnato al comune. Una volta che la Protezione Civile ha trasferito la gestione degli alloggi al comune, quest’ultimo si è intestato le singole utenze. Solo a fine dicembre del 2011 il comune ha deliberato che le spese dei servizi debbano essere a carico dei condomini ed ha stabilito anche all’affidamento dell’amministrazione condominiale ad un’impresa specializzata nel settore, tale gara poi è stata bloccata, l’affidamento della manutenzione ordinaria è rimasto alla Manutencoop Facility Management SpA (come deciso dalla Protezione Civile ad ottobre 2009) per 9.645.975,04 euro (in realtà la Manutencoop ha dimostrato di non essere in grado di risolvere i problemi di infiltrazioni di acqua).

A fine novembre 2012 – dopo le elezioni amministrative che hanno riconfermato il sindaco uscente – il Consiglio comunale ha approvato in via definitiva l’acquisizione al civico patrimonio dei moduli abitativi (che cadono a pezzi). Il S.E.D. (servizi elaborazione dati SpA) è stato incaricato dal comune di L’Aquila (al costo di 176mila euro) di gestire servizi di interesse generale fra cui la riscossione dell’acconto sui consumi condominiali. Questi consumi però non è dato sapere come siano stati calcolati. Gli inquilini oggi già stanno pagando l’Enel servizio elettrico (probabilmente l’Enel per recuperare prima i soldi ha indirizzato ai singoli inquilini le bollette), alcuni hanno intestato l’utenza del gas, nonostante ciò hanno ricevuto bollette che tenevano conto solo dei mq dell’appartamento.

Nessuno sa se ha consumato meno o più della cifra riportata nei bollettini eppure, al momento di sottoscrizione dell’affidamento del alloggio, al punto 4 c’è scritto: “la spesa per la fornitura delle utenze domestiche (ad. es. acqua, energia elettrica, gas, telefonia fissa) previa lettura, ove del caso, contatori, nonchè gli oneri per la gestione delle parti comuni e quelle relativi alla manutenzione o ordinaria e la tassa per lo smaltimento dei rifiuti, sono a carico dell’assegnatario.” Infatti l’anomalia non è il fatto di dover pagare, ma la mancanza di trasparenza sui consumi. Il comune fa sapere che è già stato istituito un ufficio reclami, la solita gestione italiana: la pubblica amministrazione chiede i soldi, il cittadino si rende conto che qualcosa non torna e, per non vedersi arrivare lettere da Equitalia, paga e forse alla fine se non si arrende di fronte a tanta burocrazia potrebbe essere rimborsato.

Dal blog di Samanta Di Persio”

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The Provocateur Network

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Diseguaglianza

Articolo che mi sembra calzante originale e una copia

LA DISEGUAGLIANZA ITALIANA

di Davide Reina – 6 Gennaio 2013
Il nostro è un paese che viaggia a due velocità distinte: i ricchi che corrono e i poveri che arrancano. Un problema grave e tragicamente assente dall’agenda politica italiana.

I nostri treni sono la perfetta rappresentazione della nostra diseguaglianza. Da una parte l’alta velocità con i suoi treni modernissimi, immacolati, puntuali. Dall’altra i treni dei pendolari: vecchissimi, sporchissimi, sempre in ritardo. I ricchi da una parte e i poveri dall’altra. Due binari diversi e due mondi separati che, tra di loro, si stanno allontanando sempre di più. Due Italie. Populismo? Non credo.

E per questo mi sono divertito a ricalcolare il coefficiente di GINI (l’indice di disparità economica e sociale di una nazione) italiano, ma includendovi anche l’effetto dell’evasione fiscale. Eh sì, perché qui sta il problema. Infatti, secondo EUROSTAT l’indice di GINI ufficiale, e al netto delle tasse, per l’Italia sarebbe stato pari allo 0.32 nel 2011. In pratica, saremmo piuttosto vicini (circa 3 punti) a un paese come la Francia (0.29). Chiaramente, un dato di questo tipo non è credibile. E’ di tutta evidenza come la Francia sia un paese molto meno diseguale nella distribuzione dei redditi, rispetto all’Italia. Allora dove sta l’inghippo? Nel fatto che questo indice misura la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi al netto delle tasse, ma dei redditi ufficialmente dichiarati. E qui casca l’asino. In primo luogo, perché il peso dell’evasione fiscale sul PIL è molto più elevato in Italia che in Francia. In secondo luogo perché la capacità di evadere cresce (e soprattutto, cresce in modo non lineare) con l’aumentare del reddito effettivo del dichiarante. In parole povere, più uno è ricco e più ha strumenti e mezzi per evadere (o per eludere). Di conseguenza i famosi 100 (c’è chi dice 140 miliardi) di redditi evasi in Italia ogni anno non si distribuiscono proporzionalmente tra ricchi e poveri, ma sono più concentrati nelle fasce abbienti (quelle effettivamente più ricche) della popolazione.

A tutto questo si aggiunga infine il fatto, non trascurabile, di professioni e attività che quando evadono (come dimostrano gli scontrini che aumentano del 50, 60 o anche del 200% se ci sono le ispezioni), non evadono del 20-30% ma almeno del 70-80%. Diversamente non si spiegherebbe come, in Italia, un ristoratore dichiari in media poco più di un maestro di scuola elementare. Di conseguenza, l’effetto paradossale è che vi sono molti ricchi italiani i quali, per le statistiche, sono poveri. In buona sostanza in Italia siamo tutti ufficialmente piuttosto poveri, e questo costituisce un terzo fenomeno che falsa il coefficiente di GINI. Perché in pratica, molti redditi che in realtà dovrebbero essere rilevati tra quelli elevati, vengono spostati invece drasticamente verso il basso e sotto il reddito medio dall’evasione, così abbattendo il reddito medio stesso da un lato, riducendo la distanza tra redditi minimi e redditi massimi dall’altro. Evidentemente, questo fenomeno riduce ulteriormente l’indice di GINI. Con ogni probabilità, se includiamo l’evasione fiscale e i relativi effetti distorsivi nel calcolo, allora il coefficiente di GINI italiano è superiore allo 0.40. Non solo, grazie alle ultime manovre, lo abbiamo peggiorato di almeno 2-3 punti. In soldoni: siamo più vicini allo 0.45 che non allo 0.40.

Numeri di questo tipo ci stanno allineando a paesi come la Turchia e, in prospettiva e se non invertiamo la nostra tendenza a diventare sempre più diseguali, ci avvicineranno a paesi come il Messico o il Cile di qui a cinque anni. Francamente, a me sfugge come questo problema non sia oggi al centro dell’agenda politica italiana. Soprattutto, mi è incomprensibile come nei tanti dibattiti si ponga spesso l’accento sul tema della diseguaglianza, ma non lo si traduca mai in cifre e dati precisi. Credo, infatti, che ci aiuterebbe come cittadini il poter chiedere conto ai nostri governi non solo del loro lavoro in termini di capacità di sostenere la crescita (punti di PIL), o di ridurre il rapporto debito/PIL, ma anche in termini di risultati nella riduzione della diseguaglianza (e quindi di diminuzione dell’indice di GINI, quello vero però…).

Diseguaglianza che è ormai al centro della discussione politica internazionale (basti pensare alla battaglia di Obama negli Stati Uniti per tassare di più i redditi dei ricchi ma non quelli del ceto medio, oppure al dibattito accesissimo in Francia per la “tassa sui ricchi”). Qui da noi però: niente. E’ un paradosso: il coefficiente di GINI fu inventato da un grande statistico italiano, Corrado Gini, nel lontano 1912. Nemo profeta in patria, verrebbe da dire. Dunque, la misura della diseguaglianza in una società è data da questo indice. Ma, si badi bene, questo coefficiente da solo non esaurisce il problema di capire quanto una società sia giusta o ingiusta. La misura dell’iniquità in una società, infatti, è data anche dal grado di mobilità sociale. E una società con un basso grado di mobilità sociale associato a un indice di GINI elevato è la più iniqua possibile. Perché associa a un’ingiusta distribuzione dei redditi (pochi possiedono tanto e molti possiedono ben poco) una disperazione (nel senso di “mancanza di speranza”) sociale. In poche parole: chi nasce povero sa che morirà povero.

Questa è la società italiana attuale. Secondo l’Economist, infatti, il nostro paese è il peggiore in Europa in termini di “inter-generational elasticity of income” (in pratica, l’indice che misura quanto il fatto di essere figlio di genitori ricchi fa sì che tu sia ricco da adulto, o viceversa quanto il fatto di essere figlio di genitori poveri fa sì che tu sia povero da adulto). Nell’Italia di oggi chi nasce ricco sarà ricco, e chi nasce povero sarà povero. Sarebbe ora che ce lo dicessimo forte e chiaro, e che vi ponessimo rimedio. Per dirla con le parole di Eugene Debs: “dobbiamo opporci a un ordine sociale in cui è possibile, per un uomo che non faccia nulla di veramente utile, l’ammassare una fortuna di centinaia di milioni di dollari in rendite, mentre milioni di uomini e donne devono lavorare tutti i giorni delle loro vite per assicurarsi a fatica i mezzi di un’esistenza stentata”. Per far questo, la via è obbligata ed è una sola: tassare pesantemente le rendite finanziarie, in misura crescente all’aumentare del loro valore, e detassare i redditi da lavoro e da capitale di rischio. Lo scriveva persino Thomas Jefferson (che certo non era di sinistra): “Un altro modo per ridurre la diseguaglianza è quello di diminuire fortemente la tassazione al di sotto di un certo livello del reddito, e tassare di più le rendite in progressione geometrica al loro crescere”.

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Canzone

Una intro al FULMICOTONE


:-)

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Inverno

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Da Vedere ASSOLUTAMENTE !!!!

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Slackline


:-)

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Video sindaco


:-)

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Firenze && Renzi

Faccio un inoltro da questo Blog
qua sotto l’incollo:

Matteo Renzi e la distruzione del Centro Storico di Firenze
Posted on 01/10/2012 by Miguel Martinez

A volte, capita qui di raccontare qualcosa sull’Oltrarno fiorentino, il quartiere in cui vivo, dalle parti di Borgo San Frediano e quindi non troppo vicino alla calamita turistica di Palazzo Pitti.

E’ un quartiere in cui si vive bene.

I turisti ci sono, ma non determinano la natura del quartiere. Sopravvivono ancora le piccole botteghe dei bronzisti, dei liutai, dei meccanici, dei pittori, degli informatici, dei fruttivendoli (dove la roba costa meno che al vicino supermercato), persino di qualche ciabattino.

Le case, create per irrazionale accumulazione storica e rigorosamente senza ascensori, sono scomode quanto basta per tenere accessibili i prezzi.

Accessibili anche agli stranieri: nessuno ci tiene di più al quartiere dei poeti americani, muratori albanesi o domestiche ucraine che ci vengono a vivere. E questo dovrebbe aiutare a riflettere in maniera meno superficiale su tutta la questione di identità e dintorni.

Ogni volta che esco di casa, mi capita di salutare almeno cinque persone che conosco, e mi sembra una buona media per una metropoli di mezzo milione di abitanti.

Non pensate che il resto di Firenze sia così.

Infatti, secondo i canoni dei nostri tempi, un quartiere del centro non deve essere fatto per viverci – per dormire, ci sono appositi abitacoli in periferia, dove di giorno non troverete nessuno.

Il Centro Storico deve essere una fabbrica di reddito, che pone una particolare aura – “la culla del Rinascimento”, ad esempio – addosso a un contenitore del tutto vuoto.

E infatti, il resto del centro di Firenze è in gran parte una rete di banche, negozi di moda e negozietti di souvenir made in China di giorno; di notte, organizzazioni ben strutturate gestiscono i pub crawl in cui giovani turisti e studenti statunitensi girano di locale in locale all’unico scopo di ubriacarsi.

Pensiamoci per un attimo, perché c’è una differenza fondamentale tra un quartiere, magari un po’ scalcagnato, che ha certo le sue attività economiche, ma si distingue per come ci vive la gente; e un quartiere che diventa solo una forma particolare di centro commerciale.

Così i grossi commercianti del quartiere si riuniscono sotto il seducente nome di Rive Gauche e lanciano un progetto.

Il progetto viene fatto proprio dal loro impiegato al comune, che poi è il sindaco: Matteo Renzi annuncia così ai fiorentini su Facebook (sì, su Facebook) quello che lui ha deciso.

Il meccanismo è interessante anche per chi non abita a Firenze, perché rivela la maniera in cui si può usare una proposta tecnica apparentemente innocua per cambiare una società.

Al centro della zona, c’è Piazza del Carmine, dove i residenti trovano uno dei pochi posti in cui possono parcheggiare nel centro storico.

Renzi propone, anzi ordina, di trasformare la piazza in un parcheggio sotterraneo.

Direte, cosa c’è di male?

Intanto, la chiave del progetto sta in un particolare: la piazza, attualmente chiusa di giorno al traffico dei non residenti, verrà aperta 24 ore su 24. Per permettere a tanto traffico di arrivarci, ovviamente, bisogna aprire al traffico continuo pure un bel pezzo delle stradine dell’Oltrarno.

Curiosamente, con il parcheggio sotterraneo, i posti macchina non aumenteranno: diminuiranno. Cioè, tre anni previsti di lavori e investimenti enormi, per avere meno di ciò che si aveva prima?

In realtà, si ottiene un risultato fondamentale: sostituire i residenti con un incessante ricambio di acquirenti di giorno, e di visitatori di locali la notte, tenuti in movimento proprio dallo sprone del biglietto che scade.

Certo, il progetto prevede 35 posti macchina in vendita ai residenti, per la modica cifra di 60.000 euro l’uno. Circa quanto i muratori che conosco io guadagnano in quattro anni.

Nel caso qualche lettore di questo blog intenda votare alle primarie del PD, tenga presente il modello di mondo che rappresenta Matteo Renzi. Ci saranno pure altri candidati…

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Siamo nudi TUTTI !!!

BIG BROTHER’S WATCHING YOU

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Meno male che gli italiani ridono

Magna che ti passa.

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Il nostro prossimo premier ?

Qua l’originale

Sotto un misero copia incolla. Dopo tutti questi anni di berlusca adesso questo fenomeno ci toccherà sorbirci ?

Renzi e la carta di credito della Provincia, ecco i documenti
Risposta, punto per punto, al comitato elettorale del sindaco di Firenze che smentiva l’inchiesta della Corte dei Conti sulle spese sostenute dalla Provincia di Firenze quando Renzi ne era il presidente
di Davide Vecchi | 22 settembre 2012
Commenti
Renzi e la carta di credito della Provincia, ecco i documenti

Più informazioni su: Corte dei Conti, Matteo Renzi, PD.

Matteo Renzi e il suo comitato elettorale, rappresentato da Sara Biagiotti, hanno smentito alcuni punti dell’inchiesta in corso da parte della Corte dei Conti sulle spese sostenute dalla Provincia di Firenze quando Renzi ne era presidente e riportata dal Fatto Quotidiano due giorni fa. Mettiamo a disposizione di Renzi e di Biagiotti la documentazione da noi sintetizzata nell’articolo, rispondendo punto per punto alle contestazioni.

“Non ho mai pasteggiato ad aragoste”, ha detto oggi Renzi al Corriere della Sera. Il 22 aprile 2008 la carta di Credito della Provincia (che usa il presidente) paga alle ore 01:01 PM un pranzo al Riva Restaurant on Navy Pier di Chicago: 4 aragoste, 2 sushi, 2 pepsi, una birra e 2 porzioni di gamberi fritti. Oltre allo scontrino, l’estratto conto della carta conferma che quel conto è stato saldato da Renzi in persona. Non basta? C’è una delibera della Provincia di Firenze del 12 Maggio 2008 in cui si legge: “Il sottoscritto Matteo Renzi (…) attesta sotto la propria responsabilità, che le spese delle fatture sottoelencate e che vengono inviate alla liquidazione dei competenti Uffici della Provincia, sono staate da me sostenuto nel corso di attività istituzionali e di rappresentanza”. Segue elenco di pranzi e cene. Con relativi scontrini.

Già, pranzi e cene. Il sindaco di Firenze sostiene di non aver mai messo piede in molti dei ristoranti citati nell’articolo. Lui lo dice e Biagiotti del comitato elettorale lo scrive. Abbiamo citato: Trattoria Garibaldi, Nannini Bar, Taverna Bronzino, Ristorante da Lino, pasticceria Capetti, trattoria I due G, Buca dell’Orafo, Ristorante Cibreo. Sia gli estratti conti della carta di credito di cui “titolare è Renzi Matteo” (si legge chiaramente nell’intestazione), sia le delibere che lo stesso Renzi ha presentato con la solita dicitura “il sottoscritto Matteo Renzi presidente della Provincia di Firenze attesta sotto la propria responsabilità”, sia gli scontrini attestano il contrario. Ce ne siamo dimenticati alcuni. Come il ristorante Gilli, il ristorante Sabatini, il ristorante Buca Lapi, la Piazzetta, il Perseus, la cantinetta Antinori e altri ancora. “Sono spese di tutta la giunta”, garantiscono Renzi e Biagiotti. Eppure in questi ristoranti le carte di credito usate sono solo quelle intestate a Renzi e quella di Andrea Barducci, ex numero due di Renzi e oggi presidente della Provincia di Firenze.

Il comitato elettorale, inoltre, scrive: “Il plafond di 10mila euro mensili delle carte di credito del presidente e del vice presidente non è mai stato raggiunto né tantomeno superato”. La delibera di liquidazione numero 5393 del 12 novembre 2007 scrive invece il contrario. E cioè: “Precisato che nel corso della missione istituzionale negli Stati Uniti svoltasi dal 2 all’8 novembre u.s. (…) la carta di credito aziendale (Amministrazione provinciale di Firenze) utilizzata abitualmente dal presidente della Provincia (…) è stata, nel corso della missione, momentaneamente bloccata a garanzia di un pagamento da parte di un Hotel a Boston, rendendo necessario per lo stesso Presidente provvedere a sostenere alcune contingenti spese di rappresentanza, per una somma complessiva di $ 4.106,56 pari ad euro 2.823,64 mediante la propria carta di credito personale”. Cifra che la Provincia rimborsa a Renzi.

Noi abbiamo cercato il sindaco, oggi candidato alle primarie del Pd, per avere delle risposte. Ma, ha detto a noi, e ribadito anche oggi al Corriere della Sera, che per lui “questa è una storia vecchia (…) La follia è che quelle spese le ho fatte mettere proprio io on line”. Lo sostiene anche Biagiotti: “Le spese sono tutte consultabili on line proprio per decisione del presidente Renzi”. Scontrini, estratti conto, ricevute e giustificativi di viaggi e trasferte non sono sul sito di Matteo Renzi né su quello della Provincia.

Video di Alessandro Madron

Certo è che magari abbiamo cercato male noi, ma ne siamo in possesso e le pubblichiamo quasi integralmente, ricordando che è in corso un’indagine della Corte dei Conti e della Guardia di Finanza su incarico del ministero del Tesoro, in merito a 20 milioni di euro spesi dalla Provincia guidata da Renzi. Lui, interpellato nel pomeriggio a Varese, ha affermato: “La vicenda non riguarda me”.

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I Social Media e la ns. vita

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Panini

PANINI

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Per il Signor Grillo…..

Per il Signor Grillo l’articolo citato in precedenza è decontestualizzato e non vero, scritto da stampa di regime, io dico che sostanzialemte non me ne frega una mazza, il Signor Grillo vorrebbe che per contestualizzare il suo intervento mi vedessi un video di ben 2.26.56,di uno che sbraita….. ma vai a c….e

:-P

p.s.
e….poi non capisco, il Signor Grillo è un comico, i suoi spettacoli sono improntati sulla denuncia sociale, però fà parte anche di un movimento politico… come mai devo pagare un biglietto per andare ad una manifestazione politica ?

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Questo è proprio da segnalare

Questo articoletto di Mazzetta è proprio da segnalare, visto gli starnazzamenti di questi giorni fra PD e Grillo

Mazzetta

Beppe Grillo spiega ai carabinieri come si menano i marocchini

Pubblicato il 2 settembre 2012

Ripescato da Daniele Sensi, ecco uno spezzone di uno spettacolo nel quale Grillo dice che i carabinieri sono dei coglioni quando commettono reati facendosi riprendere e spiega a loro e al pubblico la maniera corretta di menare “i marocchini”. Peccato che sia un reato, quello di menare i detenuti e i fermati, peccato che quella di Grillo sia istigazione a delinquere delle più evidenti, ma peccato soprattutto che il nuovo che avanza puzzi di qualunquismo razzista e criminale, esattamente come tutta l’estrema destra italiana che lo ha preceduto.

Il tutto al netto di quanto sia astuto lui, ad esibirsi in numeri del genere a favore di telecamere mentre elargisce patente di coglioni ai carabinieri, sostanzialmente per aver fatto lo stesso.

Identico anche il vittimismo frignone con il quale oggi si è detto oggetto di – non si è capito bene cosa, ma sembra un complotto- purissima scuola Belpietro. Manca solo il falso attentato o che alla prima multa che gli arriva, si dichiari un perseguitato.

P.s. Visto che molti dei fedeli di Grillo si sono già lamentati della mancanza di “contesto” (?) subdorando chissà che, ecco dove reperire il resto dello spettacolo LINK senza necessariamente acquistarlo. Dal minuto 51.20 qui.

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Il nuovo che avanza ?

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Matteo Renzi ha speso 20 milioni di euro da presidente della provincia. Pagati dal contribuente

Pranzi e cene in ristoranti di lusso, vacanze, viaggi in aereo, conti astronomici in bar e enoteche, pernottamenti costosi in alberghi, e ancora regali e spot in tv e sui giornali. Per un totale di ben 20 milioni di euro, tutti a spese del contribuente.
Nei cinque anni in cui è stato presidente della provincia di Firenze, dal 2004 al 2009, Matteo Renzi non si è fatto mancare proprio nulla. Il “rottamatore” del Pd non ha niente da invidiare a un qualsiasi Lusi o Belsito in quanto a gestione allegra dei soldi pubblici, con la differenza che Renzi oggi si è creato l’immagine di “moralizzatore” della politica.
Il vero “big bang”, però, sono le oltre 250 fatture che indicano le “spese di rappresentanza” sostenute dal presidente Matteo Renzi tramite utilizzo di carta di credito personale. Spese che la provincia ha liquidato e rimborsato, approvandone tutte le motivazioni.
Naturalmente non possiamo pubblicare tutte le fatture in un solo articolo, ma come primo “assaggio” possono bastare alcune chicche: i due viaggi in Usa nel 2007, con tanto di giornalista al seguito pagato dal contribuente, totalmente rimborsati dalla provincia. Dagli alberghi alle consumazioni nei bar: Renzi in totale spende 70.000 euro per i due viaggi “di rappresentanza”. E c’è pure una cifra “strana”, pari a 3.000 euro pagati con la carta di credito in un albergo di Boston, senza alcuna voce di spesa. Cosa può costare 3.000 euro, di notte, in un albergo?

Le spese in bar ed enoteche spesso sfiorano il clamoroso, con conti pari a 600 euro. Cosa berrà, Matteo Renzi, a spese del contribuente?

Anche negli Usa non era da meno

Per non parlare di ristoranti e trattorie. Ecco un piccolo assaggio solo del 2008

Ma i conti della provincia, sotto la gestione Renzi, saranno tutti limpidi e cristallini? Nient’affatto.
Per finanziare una manifestazione culturale come il “Genio fiorentino”, la provincia di Firenze guidata da Renzi spende in media 2 milioni di euro ogni anno: di questi, 707.000 euro finiranno nelle casse della Cult-er, associazione con sede legale presso uno studio di commercialisti a Prato ma totalmente priva di strutture. 100.000 euro finiranno pure nelle casse del giornale “La Nazione”.
Per parlare bene del Genio Fiorentino?

100.000 euro nel 2005 finiscono nelle casse di un ”Circo per la Pimpa, spettacolo dedicato al simpatico cane a pois dei fumetti, creato dalla penna di Francesco Tullio Altan, in occasione del trentesimo compleanno della Pimpa. Il ricavato è però inferiore alle attese. Parte dell’incasso avrebbe dovuto finire in beneficenza nelle casse dell’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, ma non se ne farà nulla.
Non sarebbe stato meglio, per la provincia, donare direttamente la somma all’ospedale?

E ancora: nel 2005 Matteo Renzi crea “Florence Multimedia”, società partecipata al 100% dalla provincia di Firenze e quindi controllate direttamente da lui. Contemporaneamente, smantella l’ufficio stampa della provincia, non sufficientemente idoneo a valorizzare l’immagine personale del “rottamatore”. La sede viene collocata in una struttura della provincia e data in locazione con un pagamento di un canone simbolico pari a 1.000 euro all’anno. Florence Multimedia diventa operativa nel 2006, nel 2007 le viene affidato anche l’ufficio stampa della provincia. Nel solo anno 2008 la provincia di Firenze bonificherà le casse di Florence Multimedia con ben 4 milioni 387mila 453 euro. Per cosa? Per diventare negli anni lo strumento di propaganda personale di Matteo Renzi, nonché il metodo per ingraziarsi giornali e tv locali: gran parte dei milioni di euro finiscono infatti nelle casse delle concessionarie di pubblicità dei giornali. Uno strumento talmente “ad personam” da essere smantellato “casualmente” alla fine della legislatura di Renzi.
Ma su questo la Corte dei Conti sta indagando.

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Nazi-stalinisti….

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I “rossobruni” della DDR
Posted on 15/08/2012 by Miguel Martinez

In questi giorni, rovistando tra bancarelle di libri, ho scoperto l’esistenza di un partito politico, nella vecchia DDR, che mi ha fatto riflettere sulla diversità di quel mondo.

“Partito politico” ovviamente non va inteso nel senso delle democrazie occidentali: era il governo a decidere cosa volessero i partiti e non viceversa, e il 25% dei seggi in parlamento erano riservati al SED, il partito nato dalla fusione dei socialisti e dei comunisti; il 15% a testa ai democristiani e ai liberali, già attivi nella Germania orientale prima che nascesse la DDR.

L’autorizzazione di un partito era soprattutto un messaggio a determinate categorie sociali e culturali e un riconoscimento della loro dignità, purché seguissero ovviamente in tutto e per tutto la linea del governo. Autorizzare un “partito democristiano”, ad esempio, voleva dire, “puoi essere un cristiano e un buon cittadino della DDR”.

Ora, uno dei partiti, la National-Demokratische Partei Deutschlands (NDPD), era rivolto esplicitamente alla vasta categoria dei nazionalisti tedeschi, dei profughi dall’Est (il 20% della popolazione del nuovo Stato), degli ex-combattenti e in particolare degli ex-membri del partito nazionalsocialista.

Nel primo periodo dell’occupazione, i sovietici avevano arrestato decine di migliaia di ex-nazisti, rinchiudendoli nelle strutture di Buchenwald e di Sachsenhausen che gli stessi nazisti avevano preparato per altri.

Ma il 26 febbraio del 1948, le autorità sovietiche avevano dichiarato ufficialmente terminata la “denazificazione” e chiusi tutti i procedimenti contro persone non colpevoli di concreti crimini di guerra o contro l’umanità.

Da Wikipedia – che cita come fonte un libro che non ho potuto leggere – scopro che Stalin avrebbe contemporaneamente dichiarato che bisognava “rimuovere la linea di separazione tra ex-nazisti e non nazisti”.

Il 22 marzo del 1948, i sovietici autorizzarono anche un quotidiano rivolto a questa area “nazionale” del pubblico – la National-Zeitung, che sarebbe uscito ogni giorno fino alla fine della DDR.

In uno dei suoi primi numeri, il nuovo quotidiano scrisse:

“Mentre in altre parti della Germania si gioca ancora con pesante determinazione alla denazificazione, nella Zona Est gli occhi possono vedere più chiaro, oggi un semplice ‘Pg.’ [Parteigenosse, membro del partito nazionalsocialista] non deve più guardarsi attorno intimidito, sentendosi come un paria“ (National-Zeitung del 25.3.1948, p. 1).

Il 25 maggio del 1948, i sovietici autorizzarono l’NDPD, un “gruppo di tedeschi che amano la patria“: lo stesso SED dichiarò che lo scopo del nuovo partito era di evitare che queste persone “dalle idee politicamente confuse” finissero per votare per i democristiani o i liberali.

Durante tutto il periodo della DDR, l’NDPD – che alla fine degli anni Ottanta aveva oltre 100.000 membri – poteva contare su un numero prestabilito di 52 deputati in parlamento.

Il fondatore del NDPD fu un ex-comunista, ma il suo successore, rimasto a dirigere il partito fino alla fine, fu un ex-membro dell’NSDAP ed ex-ufficiale dell’esercito, catturato dai sovietici a Stalingrado e subito incorporato nella Nationalkomitee Freies Deutschland, che nei propri stendari adottava i vecchi colori, nero, bianco e rosso, della Germania imperiale, al posto del nero, rosso, oro della repubblica di Weimar.

Politicamente, l’NDPD non si distingueva dai comunisti, sostenendo come tutti i partiti legali l’esproprio dei latifondi, le collettivazioni e la fluttuante politica sociale ed economica del governo. E possiamo immaginare che i dirigenti del partito non fossero diversi da tutti quelli, insieme conformisti e opportunisti, dei paesi del blocco sovietico.

Ma l’NDPD ebbe un ruolo importante nella costruzione simbolica della DDR, ad esempio facendovi entrare la tremenda “Battaglia dei popoli” (Völkerschlacht), cioè la grande vittoria contro Napoleone nel 1813 a Lipsia (ve la ricordavate, centomila morti in tre giorni, molti di più che nella battaglia di Anzio?).

Il NDPD si sciolse rapidamente dopo la fine della DDR, finendo per fondersi addirittura con il partito liberale.

Sarebbe interessante confrontare questa storia con quella dei movimenti neofascisti altrove, soprattutto in Italia.

In entrambi i casi, abbiamo l’interferenza di una potenza occupante. Sovietici nella DDR, statunitensi da noi, entrambi interessanti al controllo di una parte potenzialmente irrequieta della popolazione. Recuperata nel primo caso a “sinistra”, nel secondo a “destra”.

Ma il rapporto simbolico è rovesciato: in Italia, la palese presenza a tanti livelli di ex-fascisti veniva vissuto come una sorta di sporco segreto, di “mancata epurazione”; gli ex-fascisti dovevano quindi essere smascherati se diventavano democristiani conservatori e relegati nell’MSI, mentre allo stesso tempo l’MSI doveva vivere in una sorta di ghetto politico e morale. A destra, ci si vendica ancora oggi rimescolando nel lontanissimo passato fascista di Ingrao, di Giorgio Bocca o di Dario Fo.

Invece, nella DDR… nel 1952, il governo lanciò una vasta campagna contro la sudditanza della Germania dell’Ovest alla NATO e alle potenze occidentali.

L’NDPD contribuì a questa campagna con un “appello alla generazione tedesca che era stata al fronte durante la seconda guerra mondiale“: i 119 firmatari dell’apello scrissero, accanto al proprio nome e cognome, anche il proprio rango nella Wehrmacht, nelle SS, nella Hitler Jugend e altre organizzazione dell’epoca.

Posso immaginare che la scelta di non stigmatizzare i “reduci” sia stata aiutata dal rigore marxista della dirigenza della DDR.

In Occidente è prevalso uno stranissimo atteggiamento verso i reduci, che mescola almeno tre elementi teoricamente inconciliabili: fantasie cristiane su “colpa” e “innocenza”, svolazzi di provenienza psicoanalitica e una visione quasi razzista dell’immutabile malvagità di intere categorie di persone.

Nell’Europa sotto influenza sovietica, invece, ci si chiedeva – magari in modo un po’ ottuso e meccanico – semplicemente quali fossero gli interessi di classe reali delle persone, senza preoccuparsi troppo delle loro idee e senza demonizzazioni personali. Purché ovviamente rigassero molto dritto.

Pescata in rete, la foto dei fondatori del NDPD di Hermsdorf, un quartiere di Berlino. Un notevole campionario di umanità novecentesca, che sa di militanza, duro lavoro, vestiti di seconda mano e macchine per cucire costruite ingegnosamente in casa.

Una birra il sabato sera, pochi libri, ma densi e sfogliati con grande determinazione.

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Articolo interessante

Articolo interessante su come abbiamo perso la guerra.

in fondo l’ho evidenziato io

Cassandra Consiglia/ Benvenuti nel mondo di domani

di Frank Rieger (frank_at_ccc.de) –

Abbiamo perso la guerra. Benvenuti nel mondo di domani
Cassandra Consiglia/ Benvenuti nel mondo di domani E adesso che si fa?

Forse trasferirsi in montagna, diventare giardinieri o carpentieri, cercare la felicità in comunità di persone affini a voi, in isolamento dall’intero mondo, può essere la soluzione? L’idea tende di solito a perdere gran parte del suo fascino agli occhi di coloro che ci hanno provato davvero. Può funzionare se siete i tipi che riescono a trovare la felicità eterna mungendo mucche alle cinque del mattino. Ma per il resto di noi, l’unica opzione realistica è di vivere nel e con il mondo, per quanto brutto possa diventare. Tuttavia, abbiamo bisogno di costruire le nostre comunità, vere o virtuali.

Il gioco della politica e delle lobby
In cosa investire le proprie energie allora? Cercare di giocare al gioco della politica, combattere contro i brevetti software, le leggi di sorveglianza e le violazioni della privacy in parlamento e nei tribunali può essere il lavoro di una vita, e ha il vantaggio che ogni tanto si vince qualche battaglia che può rallentare le cose. Potreste addirittura essere capaci di evitare assurde atrocità qua e là, ma alla fine lo sviluppo della tecnologia e il livello di panico della popolazione si papperà a colazione gran parte delle vostre conquiste.
Non è per sminuire il lavoro e la dedizione di quelli che combattono su questo fronte, ma bisogna avere una forma mentis da avvocato e un alto livello di sopportazione delle frustrazioni per trarne gratificazione, e questo non è da tutti. Ciononostante, gli avvocati ci servono.

Talento ed Etica
Alcuni di noi hanno venduto la loro anima, forse per pagare l’affitto quando è scoppiata la bolla e i lavori belli e moralmente semplici scarseggiavano. Hanno venduto il cervello alle grandi imprese o al governo per costruire il tipo di cose che sapevamo perfettamente come costruire, quelle su cui fantasticavamo in una sorta di gioco intellettuale fra di noi, senza veramente pensare di metterle in pratica: come ad esempio le infrastrutture di sorveglianza, i software per analizzare le immagini video in realtime, per l’osservazione degli spostamenti, dei volti, delle targhe automobilistiche; come il data mining per rappresentare grosse quantità di informazioni in grafi di relazioni e comportamentali; come sistemi di intercettazione per registrare e analizzare ogni singola telefonata, email, click sul web. Strumenti per tracciare ogni singolo movimento di persone e cose.
Pensare a cosa può essere fatto con il risultato del lavoro di qualcuno è una cosa, rifiutarsi di farlo “solo” perché potrebbe essere il peggiore mai concepito dal mondo è qualcosa di completamente differente, specialmente quando non c’è nessuna altra valida opzione per guadagnarsi da vivere in modo intellettualmente stimolante in giro. Molti dei progetti su cui fantasticavamo erano anche giustificabili, infondo non erano poi “così male” oppure non costituivano alcun “reale pericolo”. Spesso la scusa rimaneva quella che comunque non sarebbe stato tecnicamente fattibile a quei tempi, c’erano troppi dati in ballo per cavarci un ragno dal buco. Dieci anni dopo di colpo è fattibile. Eccome se lo è.

Nonostante sarebbe di certo meglio se il settore della sorveglianza sparisse a causa di mancanza di talento, l’ipotesi più realistica per risolvere il problema è che dobbiamo continuare a tenerci in contatto con quelli che hanno venduto l’anima al diavolo. Abbiamo bisogno di dare vita a una cultura che possa essere paragonata alla vendita delle indulgenze nel precedente Medioevo: puoi anche star lavorando per il “cattivi”, ma noi siamo ben disposti a venderti l’assoluzione morale in cambio di un po’ di conoscenza. Dicci cosa sta succedendo lì, quali sono le capacità, i piani, quali scandali terribili sono stati nascosti. Sinceramente, sappiamo davvero poco delle capacità dei sistemi di intercettazione moderni usati “dall’altro lato della forza” dopo che Echelon, diventato nel frattempo un po’ obsoleto, è stato scoperto. Tutte le nuove strumentazioni che monitorano internet, l’uso attuale e futuro dei database di profilazione, dei sistemi di videosorveglianza assistita, degli analizzatori del comportamento eccetera ci sono pressoché sconosciuti o molto raramente conosciuti solo per sommi capi.

Ci serve sapere come lavorano le agenzie di intelligence. È di importanza assoluta scoprire come lavorano in pratica i metodi che si servono di backdoor invece di crackare le chiavi su larga scala, e quali backdoor vengono costruite o inserite nei nostri sistemi con questo preciso scopo. Costruire sistemi “puliti” sarà piuttosto difficile, data la moltitudine di opzioni per produrre backdoor, dal sistema operativo e applicazioni fino ad hardware e CPU che sono troppo complessi da verificare. L’Open Source aiuta solo in teoria, perché chi ha davvero il tempo per controllare tutti i sorgente…

Certo, il rischio che si corre a rendere pubblico questo tipo di conoscenza è alto, specie per quelli che lavorano per il “lato oscuro”. Per questo abbiamo bisogno di costruire strutture che possano ridurre il rischio. Ci servono sistemi per sottomettere documenti in forma anonima, metodi per ripulire sia i documenti cartacei che quelli elettronici delle “impronte digitali”. E di certo dobbiamo sviluppare mezzi per identificare gli inevitabili casi di disinformazione che saranno sicuramente diffusi nei canali di comunicazione per confonderci.

Costruire una tecnologia per preservare l’opzione del cambiamento
Siamo di fronte a una fase di assalto furibondo e senza precedenti nella storia da parte delle tecnologie di sorveglianza. Il dibattito sulla possibilità di ridurre il crimine o il terrorismo non è più rilevante. L’impatto effettivo sulla società può già essere avvertito, ad esempio con la mafia dei contenuti (alias RIAA) che chiede accesso a tutti i dati per preservare il suo modello di affari. Avremo bisogno di costruire tecnologie che preservino la libertà di parola, di pensiero e di comunicazione. Al momento non c’è nessuna altra soluzione a lungo termine. Le barriere politiche contro sorveglianza totale avranno un periodo di dimezzamento molto breve prima del loro abbattimento completo.

L’accettazione universale dei sistemi di comunicazione elettronica è stata di enorme aiuto ai movimenti politici. È vero che per quelli al potere mantenere nascosti i loro segreti è diventato più difficile e più costoso. Sfortunatamente però, anche tutti gli altri stanno vivendo lo stesso problema. Quindi una cosa che possiamo fare per aiutare il progresso della società è di mettere a disposizione strumenti, conoscenza e esperienza per garantire comunicazioni sicure a qualsiasi organizzazione politica e sociale che condivide i nostri ideali. Non dobbiamo essere eccessivamente parsimoniosi nella scelta dei nostri amici, chiunque si opponga alla struttura centralizzata del potere ed è contro i totalitarismi in generale dovrà essere il benvenuto. Avere un po’ di aria da respirare diventa più importante del voler sapere perché essa venga usata.

L’anonimato diventerà una cosa preziosissima. Criptare le comunicazioni è necessario e desiderabile ma aiuta poco fin quando i destinatari dei messaggi sono noti. La traffic analysis è uno degli sistemi di intelligence più efficienti in circolazione. Anche solo osservando con procedure computerizzate i movimenti e le comunicazioni si possono scovare individui “interessanti”, individui per cui valga la pena investire qualche somma in forme di sorveglianza più dettagliata. L’ implementazione di tecnologie per l’anonimato è urgentissima, visto che in Europa sono passate leggi sulla conservazione dei dati personali. Abbiamo la necessità di opportunistic anonymity tanto quanta ne abbiamo di opportunistic encryption. Al momento, tutte le tecnologie per l’anonimato che sono state dispiegate sono state invase all’istante da contenuti per il file-sharing. Abbiamo bisogno di soluzioni a questa cosa, preferibilmente sistemi che possano reggere il carico, dal momento che l’anonimato ama la compagnia e più traffico vuol dire meno probabilità di essere identificati da qualsiasi tipo di attacco.

Gruppi chiusi di utenti hanno già preso piede in quelle comunità che hanno uno spiccato senso ed una forte esigenza di privacy. Le frange più oscure delle comunità di hacker e un sacco di circoli di warez si sono già “oscurati”. Ne seguiranno altri. La tecnologia per costruire un gruppo chiuso di utenti che operi nel mondo reale non è ancora arrivata. Abbiamo solo improvvisato delle opzioni che funzionano in casi molto specifici. In generale, serve disperatamente la tecnologia per creare gruppi chiusi di utenti completamente criptati per trasmettere qualunque tipo di contenuto con discreto grado di anonimato.

Infrastrutture decentralizzate sono ciò che ci serve. I network di peer-to-peer sono un buon esempio di cosa funziona e cosa no. Fin quando ci saranno elementi centralizzati possono essere presi e chiusi con ogni pretesto. Solo sistemi di peer-to-peer che necessitano di elementi centralizzati il meno possibile sono in grado di sopravvivere. È interessante notare che i network militari hanno le stesse esigenze. Dobbiamo prendere in prestito da loro, nello stesso modo in cui loro prendono in prestito dalle tecnologie commerciali e open source.

Progettare con in mente l’abuso che si fa delle tecnologie di sorveglianza è il prossimo passo logico. Molti di noi infatti sono coinvolti nella progettazione e implementazione di sistemi che possono essere facilmente vittime di abusi da parte della sorveglianza. Che siano negozi online, database, sistemi di RFID, sistemi di comunicazione, o comuni server per blog, abbiamo bisogno di progettare cose in modo sicuro per proteggere da un possibile abuso futuro di conservazione di dati o intercettazione. Spesso c’è una libertà considerevole nella progettazione. Dobbiamo sfruttare questa libertà per sviluppare sistemi che conservino meno dati possibile, che usino la crittazione e che preservino l’anonimato il più possibile. Abbiamo bisogno che si crei una cultura intorno a questa idea. Un sistema sarà revisionato da nostri “peer-reviewer” come “buono” solo se aderirà a questi criteri. Certo, potrebbe essere dura sacrificare il potere personale che deriva dall’accesso a dati vantaggiosi. Ma tenete a mente che non avrete questo lavoro per sempre e chiunque dovesse venire dopo di voi potrebbe con tutta probabilità non essere così interessato alla privacy come voi. Limitare la quantità di dati collezionati sulle persone nelle transazioni e comunicazioni quotidiane è un dovere assoluto se siete hacker seri. Ci sono molte cose buone che possono essere fatte con la tecnologia RFID. Per esempio facilitare il riciclo dei beni e renderlo più efficace conservando informazioni sulla composizione dei materiali e indizi sul processo di lavorazione in tag affibbiate ai gadget elettronici. Ma per essere capaci di sfruttare il potenziale positivo di tecnologie come questa, il sistema ha bisogno di limitare o prevenire il più possibile gli “effetti collaterali” già nella progettazione, non successivamente come ripensamento.

Non mettere nei guai i propri amici per stupidità o ignoranza sarà anche essenziale. Siamo tutti abituati alla stronzata di inoltrare in chiaro email originariamente criptate, con assoluta noncuranza verso i dati degli altri o giocando con le informazioni ricevute in confidenza. Questo non è più possibile. Siamo di fronte ad un nemico che nei lavori di ricerca viene eufemisticamente definito “Osservatore Globale”. Questa definizione ha assunto un significato letterale. Non potete più contare su informazioni o comunicazioni che possano sfuggire o che vengano nascoste dal rumore di fondo. È tutto su un file. Per sempre. E potrà venire e verrà usato contro di voi. E il vostro innocente “scivolone” di cinque anni prima potrebbe mettere nei guai qualcuno a cui tieni.

“Fai silenzio e goditi lo spettacolo oppure rendi immediatamente pubblico” potrebbe diventare il nuovo motto dei ricercatori nel settore della sicurezza. Sottoporre problemi di sicurezza ai produttori fornisce alle agenzie di sicurezza un lungo periodo in cui possono usare il problema per attaccare sistemi e immettere backdoor. È ben noto che le backdoor sono un sistema di aggiramento della crittografia e che tutti i grossi produttori hanno un accordo con le rispettive agenzie di intelligence dei loro paesi per trasmettere “0 day” exploit non appena ne vengono in possesso. Nei mesi o anche anni che gli ci vogliono a creare una patch, le agenzie possono usare lo 0 day exploit e non rischiare di essere smascherate. Se accidentalmente una intrusione viene scoperta, nessuno potrà sospettare il gioco sporco visto che il problema verrà successivamente risolto dallo stesso produttore. Perciò se scoprite problemi, prima di inviarli al produttore, pubblicate almeno informazioni sufficienti per permettere alle persone di scoprire un’intrusione.

Ancora più importante: divertitevi! Gli spioni sono persone da deridere, perché il loro lavoro è stupido, noioso e eticamente parlando il peggiore della terra per guadagnarci dei soldi, un po’ come minacciare e scippare le nonnine per strada. Dobbiamo sviluppare una cultura del “divertiamoci a confonderli”, che gioca con le imperfezioni, le falle, i problemi e gli errori di interpretazione intrinsechi al sistema e pressoché inevitabili quando si effettua una sorveglianza su vasta scala. Gli artisti sono la compagnia ideale per questo tipo di approccio. Abbiamo bisogno di una cultura generale all’insegna del motto “alla faccia tua, guardone!”. Mettere in ridicolo, umiliare e degradare il sistema di sorveglianza, dando alle persone qualcosa su cui ridere, deve essere l’obiettivo. E questo ci evita anche di diventare stanchi e frustrati. Se non c’è alcun divertimento a sconfiggere il sistema, ci stancheremo subito e l’avrà vinta lui. Allora dobbiamo essere flessibili, creativi e divertenti, non arrabbiati, idealisti e testardi.

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Seguire da lontano (pt. 3)

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Seguire da lontano (pt. 2)

Posto gli ultimi due articoli di questo camminatore

Fine del trail

Fiume Rio Grande

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Seguire da lontano

Linko i passaggi di Walker Wolf che è in U.S.A. a fare il Colorado Trail
in passato è stato il primo italiano ad aver effettuato il PCT
Preparazione
Preparazione 1
Oregon
Arizona
Breckenbridge
Leadville
Salita

un pizzico d’invidia, e…. un grande in bocca al lupo

;-)
……segue

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Politica #2

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