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Secondo Principio della Termodinamica Italiana

Rimbalzo questo Scilipottersville , che non è che si discosta molto dalla realtà purtroppo

Scilipottersville
Pubblicato il 12 maggio 2013 · in Schegge taglienti ·

Alessandra Daniele

Domenico Scilipoti, omeopata, eletto coi voti del centrosinistra, e poi passato a sostenere Berlusconi. Un fulgido esempio per il PD che, dopo essersi spacciato per tutta la campagna elettorale come l’unico partito in grado di combattere Berlusconi, è tornato al governo con lui.
In realtà, lo sta ancora combattendo: col metodo omeopatico.
Il PD è in effetti molto diluito, è una cacarella di correnti, gorghi, onde anomale, e mulinelli, dove tutti i naufraghi del disastro bersaniano cercano di galleggiare, affogando gli altri.
Per orientarsi in questo maelstronz, ecco una mappa delle principali fazioni, quattro come le Case di Hogwarts.

SerpeRenzi
In questi mesi, il rampante sindaco di Firenze ha detto tutto e il contrario di tutto, pur di continuare comunque a vendersi come l’Alternativa alla fallimentare dirigenza del suo partito. Quando Bersani ancora respingeva le avances berlusconiane, Renzi auspicava le larghe intese, adesso le sbeffeggia. Con tutto il suo giovanilismo, Renzi è uno dei personaggi più vecchi dell’attuale scena politico-mediatica: il tipico yuppie anni ’80, opportunista e sgusciante. Avanza insinuandosi a zig-zag fra le macerie, seguito da un codazzo di vermicelli speranzosi.

BaffinD’oro
Considerato il più grande stratega del PD, Massimo D’Alema ha in realtà finora sbagliato tutto quello che c’era da sbagliare. A meno che il suo obiettivo non fosse fin dall’inizio proprio quello di portare alla distruzione totale il suo partito, e radere al suolo il centrosinistra, per poi sgomberare le macerie con una ruspa, e rivendere il terreno ai capannoni della Mediaset, che definì ”la più grande industria culturale del paese” (seconda solo allo spaccio di eroina). Lasciamo perdere però il complottismo, che oggi è diventato mainstream: le teorie che prima trovavi solo nei più oscuri recessi di Splinder, ora te le raccontano le parenti dal parrucchiere, le zie chimiche.
Rasoio di Occam: D’Alema è uno stronzo. Quindi in Italia sarà sempre considerato un genio, e non gli mancheranno mai i seguaci.

CorvoRosso
Sparuta tribù di sopravvissuti di semi-sinistra, e di scarso orientamento, finiti molto lontano dal loro reale territorio. Gli unici del PD a cercare di praticare ancora antichi rituali quasi dimenticati, come il dialogo col sindacato, e la dichiarazione dei redditi veri, i Corvi Rossi sono perciò i soli rimasti del partito a poter comunicare con le Tute Blu e le Fiamme Gialle, ma inutilmente, perché la loro influenza sulla linea del PD è un’illusione dai reali effetti insignificanti. Un’influenza dei polli. Il fatto che adesso i Corvi Rossi sperino d’essere ripescati e imBarcati da un ministro del governo Monti è la misura del loro avvilente fallimento.

Democristo
Sono la fazione vincente, quella scelta da BCE, NATO e Vaticano come referente, e che ha impallinato Bersani perché ritiene il suo Papa di riferimento – Giovanni XXVIII – un fottuto comunista. A Papa Giovanni i Democristicchi preferiscono Papa Giovanardi, però non sono al governo con Berlusconi per servirlo, ma per servirsene. La loro nei suoi confronti è una strategia di contenimento, e attesa. Confidano nell’età, e nella Cassazione Chimica. Aspettano sulla sponda del fiume perché sanno che alla fine saranno comunque loro a sopravvivere. Secondo Principio della Termodinamica Italiana: prima o poi tutto diventa DC.

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E’ morto Andreotti…..

Wikipedia diceva il contrario

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Spot

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Il papa si dimette…..il 28 febbraio

….e chi se ne frega……

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Sinistre

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Sinistre reali
Posted on 29/01/2013 by Miguel Martinez

Esistono alcune persone che soffrono quando usi in termini poco simpatici la parola “sinistra“.

Dicono, con toni assai vari – Pol Pot fu un delinquente, Lenin sbagliò tutto, D’Alema ha fatto la guerra, Vendola è un venduto, Il Manifesto è un salotto di borghesi buoni, la CGIL è una burocrazia che fa gli interessi dei padroni, le Brigate Rosse sono pazzi delinquenti… ma La Sinistra è cosa buona.

Evidentemente siamo davanti a un caso di attaccamento affettivo a una parola.

Li capisco: personalmente, sono attaccato alla parola lonfo (che, come è noto, non vaterca né gluisce, e molto raramente barigatta), e non saranno certi i fatti a farmi cambiare idea.

Invece, per me “La Sinistra” è quella che vedo realmente, non è un principio metafisico. E quella italiana del 2012 non è quella italiana del 1912, come non è quella indiana di oggi, né quella turca.

Certo, ci sono innumerevoli sinistrelle, ma parliamo della Sinistrona.

Quella che vedo realmente, è una massa ancora considerevole di persone, in larga misura residenti nell’Italia centrale, che ha interiorizzato molti doveri sociali – un modo complicato per dire che stanno attenti a riciclare i rifiuti più di altri, ci tengono alla scuola pubblica e così via.

Questa gente è rappresentata da una rete di amministratori locali, di cooperative, di organizzazioni sociali e imprenditoriali.

C’è gente che ci nasce e ci cresce e ci invecchia in quella rete, e per questo non fanno, in genere, sciocchezze clamorose. Però sono pericolosi, proprio perché pianificano con attenzione, e non conoscono confine tra pubblico e privato.

Recentemente, ho letto due articoli che dicono più o meno quanto ci sia da dire, a proposito della Sinistra Realmente Esistente.

Il primo si intitola Mps, la banca del Pd che nel 2012 è costata 3,9 miliardi agli italiani. Più dei tagli della riforma Fornero, ma in realtà è molto di più: è un quadro molto lucido del sistema di potere del Pd.

Nel secondo articolo, Pd, Lega, Verdini: i dolori di “avere una banca”. Il “leghismo rosso” a Mps traspare una certa spocchia liberista, ma l’autore ha chiaramente capito il sistema toscano e la questione del Monte dei Paschi.

Ma un terzo articolo, ci svela un altro mistero.

Il Monte dei Paschi di Siena è la Sinistra Realmente Esistente, come – in maniera diversa – Mediaset è la destra realmente esistente.

Il resto è fuffa, come le chiacchiere sui matrimoni gay o sulle opinioni di Silvio Berlusconi sul fascismo.

Bene, Huffington Post ci spiega perché Silvio Berlusconi evita di dare il colpo di grazia alla Sinistra, da cui pure afferma di aver liberato l’Italia.

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Diseguaglianza

Articolo che mi sembra calzante originale e una copia

LA DISEGUAGLIANZA ITALIANA

di Davide Reina – 6 Gennaio 2013
Il nostro è un paese che viaggia a due velocità distinte: i ricchi che corrono e i poveri che arrancano. Un problema grave e tragicamente assente dall’agenda politica italiana.

I nostri treni sono la perfetta rappresentazione della nostra diseguaglianza. Da una parte l’alta velocità con i suoi treni modernissimi, immacolati, puntuali. Dall’altra i treni dei pendolari: vecchissimi, sporchissimi, sempre in ritardo. I ricchi da una parte e i poveri dall’altra. Due binari diversi e due mondi separati che, tra di loro, si stanno allontanando sempre di più. Due Italie. Populismo? Non credo.

E per questo mi sono divertito a ricalcolare il coefficiente di GINI (l’indice di disparità economica e sociale di una nazione) italiano, ma includendovi anche l’effetto dell’evasione fiscale. Eh sì, perché qui sta il problema. Infatti, secondo EUROSTAT l’indice di GINI ufficiale, e al netto delle tasse, per l’Italia sarebbe stato pari allo 0.32 nel 2011. In pratica, saremmo piuttosto vicini (circa 3 punti) a un paese come la Francia (0.29). Chiaramente, un dato di questo tipo non è credibile. E’ di tutta evidenza come la Francia sia un paese molto meno diseguale nella distribuzione dei redditi, rispetto all’Italia. Allora dove sta l’inghippo? Nel fatto che questo indice misura la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi al netto delle tasse, ma dei redditi ufficialmente dichiarati. E qui casca l’asino. In primo luogo, perché il peso dell’evasione fiscale sul PIL è molto più elevato in Italia che in Francia. In secondo luogo perché la capacità di evadere cresce (e soprattutto, cresce in modo non lineare) con l’aumentare del reddito effettivo del dichiarante. In parole povere, più uno è ricco e più ha strumenti e mezzi per evadere (o per eludere). Di conseguenza i famosi 100 (c’è chi dice 140 miliardi) di redditi evasi in Italia ogni anno non si distribuiscono proporzionalmente tra ricchi e poveri, ma sono più concentrati nelle fasce abbienti (quelle effettivamente più ricche) della popolazione.

A tutto questo si aggiunga infine il fatto, non trascurabile, di professioni e attività che quando evadono (come dimostrano gli scontrini che aumentano del 50, 60 o anche del 200% se ci sono le ispezioni), non evadono del 20-30% ma almeno del 70-80%. Diversamente non si spiegherebbe come, in Italia, un ristoratore dichiari in media poco più di un maestro di scuola elementare. Di conseguenza, l’effetto paradossale è che vi sono molti ricchi italiani i quali, per le statistiche, sono poveri. In buona sostanza in Italia siamo tutti ufficialmente piuttosto poveri, e questo costituisce un terzo fenomeno che falsa il coefficiente di GINI. Perché in pratica, molti redditi che in realtà dovrebbero essere rilevati tra quelli elevati, vengono spostati invece drasticamente verso il basso e sotto il reddito medio dall’evasione, così abbattendo il reddito medio stesso da un lato, riducendo la distanza tra redditi minimi e redditi massimi dall’altro. Evidentemente, questo fenomeno riduce ulteriormente l’indice di GINI. Con ogni probabilità, se includiamo l’evasione fiscale e i relativi effetti distorsivi nel calcolo, allora il coefficiente di GINI italiano è superiore allo 0.40. Non solo, grazie alle ultime manovre, lo abbiamo peggiorato di almeno 2-3 punti. In soldoni: siamo più vicini allo 0.45 che non allo 0.40.

Numeri di questo tipo ci stanno allineando a paesi come la Turchia e, in prospettiva e se non invertiamo la nostra tendenza a diventare sempre più diseguali, ci avvicineranno a paesi come il Messico o il Cile di qui a cinque anni. Francamente, a me sfugge come questo problema non sia oggi al centro dell’agenda politica italiana. Soprattutto, mi è incomprensibile come nei tanti dibattiti si ponga spesso l’accento sul tema della diseguaglianza, ma non lo si traduca mai in cifre e dati precisi. Credo, infatti, che ci aiuterebbe come cittadini il poter chiedere conto ai nostri governi non solo del loro lavoro in termini di capacità di sostenere la crescita (punti di PIL), o di ridurre il rapporto debito/PIL, ma anche in termini di risultati nella riduzione della diseguaglianza (e quindi di diminuzione dell’indice di GINI, quello vero però…).

Diseguaglianza che è ormai al centro della discussione politica internazionale (basti pensare alla battaglia di Obama negli Stati Uniti per tassare di più i redditi dei ricchi ma non quelli del ceto medio, oppure al dibattito accesissimo in Francia per la “tassa sui ricchi”). Qui da noi però: niente. E’ un paradosso: il coefficiente di GINI fu inventato da un grande statistico italiano, Corrado Gini, nel lontano 1912. Nemo profeta in patria, verrebbe da dire. Dunque, la misura della diseguaglianza in una società è data da questo indice. Ma, si badi bene, questo coefficiente da solo non esaurisce il problema di capire quanto una società sia giusta o ingiusta. La misura dell’iniquità in una società, infatti, è data anche dal grado di mobilità sociale. E una società con un basso grado di mobilità sociale associato a un indice di GINI elevato è la più iniqua possibile. Perché associa a un’ingiusta distribuzione dei redditi (pochi possiedono tanto e molti possiedono ben poco) una disperazione (nel senso di “mancanza di speranza”) sociale. In poche parole: chi nasce povero sa che morirà povero.

Questa è la società italiana attuale. Secondo l’Economist, infatti, il nostro paese è il peggiore in Europa in termini di “inter-generational elasticity of income” (in pratica, l’indice che misura quanto il fatto di essere figlio di genitori ricchi fa sì che tu sia ricco da adulto, o viceversa quanto il fatto di essere figlio di genitori poveri fa sì che tu sia povero da adulto). Nell’Italia di oggi chi nasce ricco sarà ricco, e chi nasce povero sarà povero. Sarebbe ora che ce lo dicessimo forte e chiaro, e che vi ponessimo rimedio. Per dirla con le parole di Eugene Debs: “dobbiamo opporci a un ordine sociale in cui è possibile, per un uomo che non faccia nulla di veramente utile, l’ammassare una fortuna di centinaia di milioni di dollari in rendite, mentre milioni di uomini e donne devono lavorare tutti i giorni delle loro vite per assicurarsi a fatica i mezzi di un’esistenza stentata”. Per far questo, la via è obbligata ed è una sola: tassare pesantemente le rendite finanziarie, in misura crescente all’aumentare del loro valore, e detassare i redditi da lavoro e da capitale di rischio. Lo scriveva persino Thomas Jefferson (che certo non era di sinistra): “Un altro modo per ridurre la diseguaglianza è quello di diminuire fortemente la tassazione al di sotto di un certo livello del reddito, e tassare di più le rendite in progressione geometrica al loro crescere”.

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RMS “intervista”

Una bella intervista a Richard M Stallman

PRIVACY Prigionieri della rete

Per Richard Stallman, guru del software libero, condividere se stessi su social network, motori di ricerca e tablet è infilarsi volontariamente in una galera dorata, senza sbarre ma totale
Se Pico della Mirandola avesse conosciuto Richard Stallman, oltre alla libertà tra scegliere di essere angeli o bruti, probabilmente avrebbe aggiunto una terza opzione: usare il software libero. Per Richard Stallman, fondatore della Free Software Foundation e padre di GNU, che insieme al kernel Linux forma GNU-Linux, è l’unica scelta etica, l’unica che ti rende libero da quella che chiama «colonizzazione digitale». Con Stallman non parlate di open source (tradotto in italiano codice sorgente aperto), un’espressione che detesta da quando fu proposta da Christine Peterson presidente di un’azienda specializzata in nanotecnologie, ufficializzata da Eric S. Raymond al lancio di Mozilla e adottata da una parte del mondo hacker (sull’argomento Codice libero – Richard Stallman e la crociata per il software libero di Sam Williams). Stallman ormai è un globe trotter per la libertà digitale, catechizza gli utenti, convince i governi ad adottare piattaforme libere. A breve potrebbe farlo anche il comune di Genova e infatti abbiamo intervistato Stallman dopo una conferenza a palazzo Tursi organizzata dalla Lista Doria e da Lanterna digitale libera (LDL). Qualsiasi domanda gli poniate, preparatevi ad essere redarguiti se lui non è d’accordo. Irascibile, schietto, tranchant. Stallman è così. Prendere o lasciare.
Trent’anni di battaglie per la libertà di utilizzo di software libero. Trent’anni contro il controllo dei software privato sui computer degli utenti. Ne è fiero?
Sono soddisfatto di quello che ho fatto della mia vita. Ma non abbiamo ancora vinto. Non è questione di conquiste personali. Ci sono problemi oggettivi che cerchiamo ancora di correggere. Anche se abbiamo fatto molta strada, ne manca ancora tanta per eliminare i software proprietari.
Non pensa che la crisi economica possa convincere le amministrazioni pubbliche, anche per ragioni di budget, ad adottare il software libero?
Non ne ho idea. Non so quali mutamenti porterà la crisi. E poi questa non è una questione economica. È qualcosa di più importante: è una questione di libertà. Magari Genova deciderà di adottare il software libero. Ma i proprietari di software hanno molti soldi e li usano per essere sempre più influenti. Ad esempio Microsoft o Apple dicono: apriamo un centro di ricerca nella vostra regione e spendiamo milioni di euro ogni anno. Possono comprare in questo modo parecchie amministrazioni. Tanti governi hanno un’idea così debole della loro missione che se arriva uno che offre soldi e investimenti, gli fanno fare quello che vuole. Nel 2005, quando la Ue stava pensando a una direttiva per permettere i brevetti dei software, la Danimarca era contro. La Microsoft ha comprato una piccola compagnia informatica danese con 3-4 mila dipendenti, ha mandato una lettera al primo ministro dicendo che avrebbero chiuso la compagnia se il paese non appoggiava la direttiva. E così è stato. Invece ogni volta che un’amministrazione pubblica rinuncia ad usare un software libero, diventa attaccabile e viene meno ai suoi doveri verso i cittadini perché rinuncia alla sua sovranità digitale. Basta pensare agli aerei israeliani che scomparirono dai radar dei servizi siriani quando fu attaccata la centrale nucleare perché – sono gli ufficiali del Pentagono a dirlo – probabilmente Israele inserì delle backdoor nel software dei radar siriani. Oppure pensiamo agli attacchi Usa ai computer venezuelani nel 2003 quando il governo di Chavez decise di nazionalizzare la compagnia petrolifera.
Pensa che la rivoluzione digitale possa partire dal basso? E da dove si inizia?
Penso che si debba partire dalle scuole. Le scuole dovrebbero insegnare solo su software libero per educare la gente alla libertà, alla collaborazione e alla condivisione dei saperi. La questione non è rendere l’educazione migliore, ma scegliere tra un buon sistema scolastico o un cattivo sistema scolastico. La scuola non dovrebbe insegnare la dipendenza ma lo sviluppo delle capacità e dell’energia. Quindi dovrebbero diplomare persone in grado di usare software liberi per creare una società libera. Ma ci sono aziende come Microsoft che regalano copie dei loro software alle scuole. Fanno come gli spacciatori che all’inizio regalano una dose. E creano dei dipendenti. Le scuole dovrebbero rifiutare. Le università anche, a partire dal Politecnico di Torino dove grazie all’attuale rettore Gigli e all’avvallo del rettore precedente Profumo (l’attuale ministro) c’è persino un centro Microsoft. Per non parlare del fatto che se ci sono degli studenti che hanno doti da programmatore saranno frustrati. Come impari a scrivere un codice di un programma piuttosto complesso? Apportando qualche modifica a un programma già esistente e questo lo puoi fare solo con un free software.
Lei parla di sistema colonizzato e colonizzazione digitale. Che cosa intende?
Un sistema coloniale tiene i colonizzati divisi e impotenti. Così i software proprietari mantengono i fruitori impotenti. Un sistema coloniale deindustrializza, di solito, i popoli che controlla. Il software privativo ti rende incapace di qualsiasi modifica, in pratica sei blindato in quello che è stato deciso dall’alto per te. Non è un paese che viene colonizzato in questo caso, è una società, ma penso che ci siano delle somiglianze. Per questo parlo di «sistema coloniale».
Gli utilizzatori dei software proprietari non sempre sono consci di essere spiati. Lei ha raccolto le prove secondo cui dietro ai software proprietari si nasconde una vasta operazione di controllo. Ci racconti un po’ che cosa sono le malicious features, le funzionalità malevole. Che cosa succede esattamente nei computer?
Windows ad esempio ha almeno due sistemi di sorveglianza. Qualcuno ha scoperto che ogni volta che cerca qualcosa nei suoi file in Windows, il suo firewall riporta un messaggio a qualcuno. Probabilmente ne ricavano che cosa stai cercando. Un’altra cosa che so è che in qualche versione di Windows quando fai gli aggiornamenti, mandano alla Microsoft la lista di tutti programmi che hai installato. Alla fine degli anni Novanta questo era fatto apertamente, ci furono molte critiche, la Microsoft allora tolse il dispositivo, ma poi lo rimise di nascosto qualche anno dopo. Qualcuno lo ha scoperto e c’è voluta una certa perizia perché i dati vengono inviati criptati e se guardi il traffico di rete non vedi che cosa viene mandato. Ma qualcuno ha trovato il sistema per entrare nei codici usando una funzione di callback e ha guardato i suoi dati prima che fossero criptati e spediti via Internet e così ha visto che c’era la lista dei programmi che aveva installato.
In pratica possono sapere tutto?
Possono. Ma la questione è più complicata. Prima di tutto non abbiamo la lista completa delle spy features, potrebbero essercene di più. Ad ogni modo, le manette digitali le possiamo vedere. Il sistema non ti permette di fare un certo lavoro quindi è disegnato per non permetterti di farlo. L’hardware di quasi tutti i pc oggi è malevolo. I dati vengono mandati dal processore al monitor criptati. E, come succede nei moderni videoregistratori, è impossibile collegare un videoregistratore a un computer e registrare un film che stai guardando. Windows è colpevole perché decide per te. Poi in Windows ci sono due backdoor: una è stata disegnata per la polizia e i servizi segreti di quaranta paesi. Ma ce l’hanno anche i criminali. Grazie ad uno speciale programma è possibile realizzare una memoria Usb che quando viene inserita in una macchina Windows ne prende il controllo. Quindi è disegnata per ingannarti. Ad esempio ha anche una funzione per togliere la cifratura.
Che cosa usa lei? Come paga i conti?
Uso un piccolo portatile con free software. Niente tablet, grazie. Non pago con carte di credito. Non uso l’e-banking. Ovviamente la mia banca conosce le mie transazioni ma non uso mai Internet per questo. Poi non voglio che la banca sappia che cosa compro e quindi pago con i contanti. Se devo pagare una visita medica, so che c’è un sistema di sorveglianza praticamente orribile. Ma a parte qualche caso in cui non ho scelta, evito di pagare con qualsiasi sistema. Non sopporto lo spionaggio dello stato sui cittadini. Penso sia un attacco alla democrazia. Sono i governi che ci sorvegliano. Quello che è successo a Genova nel 2001 è una delle prove. Ma torniamo alle backdoor, voi giornalisti avete la cattiva abitudine di saltare da un argomento all’altro. Quando Windows ti chiede di fare un aggiornamento, la Microsoft può installare dei cambiamenti anche se tu dici di no. In pratica possono prendere il controllo totale della macchina. Ho tutte le prove. Una delle backdoor è gestita dal programma Cofee. Anche il Mac ha le manette digitali e gli iCosi (così Stallman chiama iPhone e iPad perché «sono dei mostri», ndr). Per sbloccare gli iCosi bisogna fare un jail break, un’evasione, perché gli iCosi sono progettati come delle prigioni. Quindi non li compro perché non voglio stare in galera. Apple per altro ha ammesso di avere delle backdoor che possono essere installate da remoto. Flash Player ha una funzione di sorveglianza che si chiama «super cookie» che traccia i siti e poi ci sono anche lì le manette digitali. Senza contare l’esempio di Amazon Kindle swindle (qui Stallman gioca con le parole perché swindle vuol dire truffa, ndr) progettato per togliere ai lettori la tradizionale libertà di lettura, cancellando da remoto i libri sul tuo computer.
Non pensa che i giovani, grazie anche all’utilizzo diffuso dei social network, siano meno consci del valore della libertà e della privacy, rispetto a generazioni precedenti?
È una domanda cretina. È come chiedere se gli italiani sono felici o no. Non accetto le generalizzazioni. E poi penso non sia vero. I giovani sono consci dei problemi sulla privacy. Questo non vuol dire che ne colgano i dettagli o sappiano come difendersi ma almeno ci pensano. Certo non ci pensano come ci penso io. Io dico che non uso queste cose. Punto.
È tra i promotori della campagna: Non mi trovi su Facebook (Fb). Perché?
È un sistema di sorveglianza. E io non voglio essere controllato. In pratica invitano la gente ad essere codarda e dire: lo so che mi spiano, ma non posso resistere. Invece di dire è male, non voglio toccarlo. Sostenere che chi non c’è vive fuori dal mondo, è una balla. Io non ci sono e riesco ad essere influente. L’unico inconveniente è la pressione sociale incredibile per convincerti ad usare Fb. Ma praticare lo sforzo di non essere sui social network ti rende più forte nel resistere alla pressione sociale in futuro. Ogni sistema di comunicazione che chiede alla gente il suo vero nome non è buono. Magari non lo pubblicano ma insistono per averlo e quindi anche il «Grande fratello» può averlo. Comunque non vanno neppure usati i multiservice della stessa compagnia perché abbinano le ricerche sul web con la tua mail, il tuo nome e quindi acquisiscono informazioni sensibili. Ci sono sistemi per usare Google senza essere spiati ma se ti connetti con un account gmail sanno chi sei. La società dovrebbe combattere tutti i servizi che chiedono il vero nome agli utenti. Quindi io non li uso. Mantenere la mia privacy è una causa importante e non ci rinuncio. Quanto a usare Fb per promuovere qualche buona iniziativa, questo promuove comunque Fb. La Free Software Foundation dice che se metti delle pagine su Fb che ci supportano siamo contenti ma noi non abbiamo nessuna pagina Fb e non ne incoraggiamo l’uso. Molto meglio mettere a disposizione parte dei tuoi dati sul tuo server per alcune persone che lo vogliono e che tu decidi. E con quel dispositivo comunicare. Fb presenta molti rischi: ad esempio possono licenziarti se hai una crisi depressiva o t’ammali.
Lei non usa neppure i cellulari…
Certo. Sono dei dispositivi di sorveglianza, in pratica trasmettono la posizione geografica e funzionano come registratori. Tramite un cellulare o un palmare possono fare quello che vogliono a tua insaputa. Le rivoluzioni tecnologiche possono essere un’opportunità per attaccare i nostri diritti. Per questo ho paura delle innovazioni tecnologiche: possono essere buone di per sé ma possono essere usate dalle compagnie che vogliono acquisire nuovi poteri su di noi e quindi progettano un nuovo dispositivo per attaccare i nostri diritti. Di recente volevo comprare una radio satellitare ma ci ho rinunciato dopo aver scoperto che avrei dovuto avere un account e pagare il servizio.
Ma qualcuno può dire: che diavolo se ne fanno con tutti questi dati…
Beh con un dissidente politico è chiaro che ne fanno. Dissidente politico e terrorista sono la stessa cosa. Quindi se organizzi una manifestazione e non vuoi che la sabotino o che facciano degli arresti di massa prima del corteo, è meglio che tu non tenga un cellulare nelle assemblee oppure togli la batteria. Adesso lo fanno anche i manager.
p.s. Alla fine della conferenza Stallman mi consegna il suo biglietto da visita, scritto come un annuncio personale: «Per condividere buoni libri, cibo sano, musica esotica e danza, teneri abbracci, insolito senso dello humour».

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Video sindaco


:-)

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Meno male che gli italiani ridono

Magna che ti passa.

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Per il Signor Grillo…..

Per il Signor Grillo l’articolo citato in precedenza è decontestualizzato e non vero, scritto da stampa di regime, io dico che sostanzialemte non me ne frega una mazza, il Signor Grillo vorrebbe che per contestualizzare il suo intervento mi vedessi un video di ben 2.26.56,di uno che sbraita….. ma vai a c….e

:-P

p.s.
e….poi non capisco, il Signor Grillo è un comico, i suoi spettacoli sono improntati sulla denuncia sociale, però fà parte anche di un movimento politico… come mai devo pagare un biglietto per andare ad una manifestazione politica ?

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Questo è proprio da segnalare

Questo articoletto di Mazzetta è proprio da segnalare, visto gli starnazzamenti di questi giorni fra PD e Grillo

Mazzetta

Beppe Grillo spiega ai carabinieri come si menano i marocchini

Pubblicato il 2 settembre 2012

Ripescato da Daniele Sensi, ecco uno spezzone di uno spettacolo nel quale Grillo dice che i carabinieri sono dei coglioni quando commettono reati facendosi riprendere e spiega a loro e al pubblico la maniera corretta di menare “i marocchini”. Peccato che sia un reato, quello di menare i detenuti e i fermati, peccato che quella di Grillo sia istigazione a delinquere delle più evidenti, ma peccato soprattutto che il nuovo che avanza puzzi di qualunquismo razzista e criminale, esattamente come tutta l’estrema destra italiana che lo ha preceduto.

Il tutto al netto di quanto sia astuto lui, ad esibirsi in numeri del genere a favore di telecamere mentre elargisce patente di coglioni ai carabinieri, sostanzialmente per aver fatto lo stesso.

Identico anche il vittimismo frignone con il quale oggi si è detto oggetto di – non si è capito bene cosa, ma sembra un complotto- purissima scuola Belpietro. Manca solo il falso attentato o che alla prima multa che gli arriva, si dichiari un perseguitato.

P.s. Visto che molti dei fedeli di Grillo si sono già lamentati della mancanza di “contesto” (?) subdorando chissà che, ecco dove reperire il resto dello spettacolo LINK senza necessariamente acquistarlo. Dal minuto 51.20 qui.

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Alta velocità Mugello

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Mugello, è morto un altro fiume. In nome della TAV, del PIL e della crescita

Riceviamo e pubblichiamo

Nel silenzio più totale dei media, degli amministratori e purtroppo anche di tutta la popolazione, si è consumato negli ultimi trenta giorni un altro disastro ambientale i cui inizi risalgono alla perforazione della galleria TAV anno 2000.
Il Fiume Bosso, come il Carza in precedenza ed altri numerosi torrenti ha cessato di vivere in questi ultimi giorni anche nel tratto superiore del suo breve corso cioè dall’abitato di Luco di Mugello verso Nord.
Una situazione mai vista prima poiché fino allo scorso anno, nonostante il danno inflitto dalla TAV, il fiume manteneva un minimo di scorrimento superficiale che lo teneva in vita.
Il progressivo drenaggio dovuto alla galleria, anno dopo anno, sommato alla siccità degli ultimi 10 mesi hanno causato il danno ambientale irreparabile anche sul Fiume Bosso: una pietraia bianca, senza un filo d’acqua, rimasta solamente nelle numerose briglie presenti da Luco a Grezzano nelle quali nuotano pesci agonizzanti per mancanza d’ossigeno destinati a morte certa nell’arco di pochi giorni. In tutto il resto del corso tutte le forme di vita sono morte.
Anche il torrente delle Cale in maniera del tutto inedita si è prosciugato completamente nel tratto a Nord dell’abitato di Panicaglia su quasi fino alle sorgenti (ho seguito il corso del torrente passo dopo passo per verificare la situazione).
La memoria dell’uomo, anche se fallace, non ha ricordi di una situazione come questa sul Bosso e sulle Cale e non importa che ciò sia certificato dai sopralluoghi e monitoraggi non effettuati e che comunque non servono a rendere la vita al Fiume e ai torrenti.
Andate a domandare agli abitanti ottantenni di Luco e Grezzano se hanno mai visto una situazione del genere.

In questa situazione, quello che preoccupa di più è l’insensibilità delle istituzioni, della politica e, grave colpa, anche quello delle popolazioni, perché se non ci si rende conto, se siamo ciechi di fronte a questo, se non capiamo ora, subito, che la nostra vita, il nostro futuro sono inscindibilmente legati alla presenza dell’acqua e di un ambiente il piu’ integro possibile.
Si continua a parlare di SPREAD, di PIL, di PRODUZIONE di beni spesso inutili, di RILANCIO dell’economia. Nel futuro berremo forse petrolio? Ci laveremo con esso? Innaffieremo con il GPL liquido? Coltiveremo il cibo su spianate di asfalto e di cemento?
Quando ci renderemo conto che viviamo su un Pianeta limitato fisicamente sul quale vi sono risorse limitate non rinnovabili?
Capire non è difficile, basta abbandonare la logica del profitto e ritornare alla logica del buon senso naturale.

Cordiali Saluti
Luca Tagliaferri

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Nazi-stalinisti….

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I “rossobruni” della DDR
Posted on 15/08/2012 by Miguel Martinez

In questi giorni, rovistando tra bancarelle di libri, ho scoperto l’esistenza di un partito politico, nella vecchia DDR, che mi ha fatto riflettere sulla diversità di quel mondo.

“Partito politico” ovviamente non va inteso nel senso delle democrazie occidentali: era il governo a decidere cosa volessero i partiti e non viceversa, e il 25% dei seggi in parlamento erano riservati al SED, il partito nato dalla fusione dei socialisti e dei comunisti; il 15% a testa ai democristiani e ai liberali, già attivi nella Germania orientale prima che nascesse la DDR.

L’autorizzazione di un partito era soprattutto un messaggio a determinate categorie sociali e culturali e un riconoscimento della loro dignità, purché seguissero ovviamente in tutto e per tutto la linea del governo. Autorizzare un “partito democristiano”, ad esempio, voleva dire, “puoi essere un cristiano e un buon cittadino della DDR”.

Ora, uno dei partiti, la National-Demokratische Partei Deutschlands (NDPD), era rivolto esplicitamente alla vasta categoria dei nazionalisti tedeschi, dei profughi dall’Est (il 20% della popolazione del nuovo Stato), degli ex-combattenti e in particolare degli ex-membri del partito nazionalsocialista.

Nel primo periodo dell’occupazione, i sovietici avevano arrestato decine di migliaia di ex-nazisti, rinchiudendoli nelle strutture di Buchenwald e di Sachsenhausen che gli stessi nazisti avevano preparato per altri.

Ma il 26 febbraio del 1948, le autorità sovietiche avevano dichiarato ufficialmente terminata la “denazificazione” e chiusi tutti i procedimenti contro persone non colpevoli di concreti crimini di guerra o contro l’umanità.

Da Wikipedia – che cita come fonte un libro che non ho potuto leggere – scopro che Stalin avrebbe contemporaneamente dichiarato che bisognava “rimuovere la linea di separazione tra ex-nazisti e non nazisti”.

Il 22 marzo del 1948, i sovietici autorizzarono anche un quotidiano rivolto a questa area “nazionale” del pubblico – la National-Zeitung, che sarebbe uscito ogni giorno fino alla fine della DDR.

In uno dei suoi primi numeri, il nuovo quotidiano scrisse:

“Mentre in altre parti della Germania si gioca ancora con pesante determinazione alla denazificazione, nella Zona Est gli occhi possono vedere più chiaro, oggi un semplice ‘Pg.’ [Parteigenosse, membro del partito nazionalsocialista] non deve più guardarsi attorno intimidito, sentendosi come un paria“ (National-Zeitung del 25.3.1948, p. 1).

Il 25 maggio del 1948, i sovietici autorizzarono l’NDPD, un “gruppo di tedeschi che amano la patria“: lo stesso SED dichiarò che lo scopo del nuovo partito era di evitare che queste persone “dalle idee politicamente confuse” finissero per votare per i democristiani o i liberali.

Durante tutto il periodo della DDR, l’NDPD – che alla fine degli anni Ottanta aveva oltre 100.000 membri – poteva contare su un numero prestabilito di 52 deputati in parlamento.

Il fondatore del NDPD fu un ex-comunista, ma il suo successore, rimasto a dirigere il partito fino alla fine, fu un ex-membro dell’NSDAP ed ex-ufficiale dell’esercito, catturato dai sovietici a Stalingrado e subito incorporato nella Nationalkomitee Freies Deutschland, che nei propri stendari adottava i vecchi colori, nero, bianco e rosso, della Germania imperiale, al posto del nero, rosso, oro della repubblica di Weimar.

Politicamente, l’NDPD non si distingueva dai comunisti, sostenendo come tutti i partiti legali l’esproprio dei latifondi, le collettivazioni e la fluttuante politica sociale ed economica del governo. E possiamo immaginare che i dirigenti del partito non fossero diversi da tutti quelli, insieme conformisti e opportunisti, dei paesi del blocco sovietico.

Ma l’NDPD ebbe un ruolo importante nella costruzione simbolica della DDR, ad esempio facendovi entrare la tremenda “Battaglia dei popoli” (Völkerschlacht), cioè la grande vittoria contro Napoleone nel 1813 a Lipsia (ve la ricordavate, centomila morti in tre giorni, molti di più che nella battaglia di Anzio?).

Il NDPD si sciolse rapidamente dopo la fine della DDR, finendo per fondersi addirittura con il partito liberale.

Sarebbe interessante confrontare questa storia con quella dei movimenti neofascisti altrove, soprattutto in Italia.

In entrambi i casi, abbiamo l’interferenza di una potenza occupante. Sovietici nella DDR, statunitensi da noi, entrambi interessanti al controllo di una parte potenzialmente irrequieta della popolazione. Recuperata nel primo caso a “sinistra”, nel secondo a “destra”.

Ma il rapporto simbolico è rovesciato: in Italia, la palese presenza a tanti livelli di ex-fascisti veniva vissuto come una sorta di sporco segreto, di “mancata epurazione”; gli ex-fascisti dovevano quindi essere smascherati se diventavano democristiani conservatori e relegati nell’MSI, mentre allo stesso tempo l’MSI doveva vivere in una sorta di ghetto politico e morale. A destra, ci si vendica ancora oggi rimescolando nel lontanissimo passato fascista di Ingrao, di Giorgio Bocca o di Dario Fo.

Invece, nella DDR… nel 1952, il governo lanciò una vasta campagna contro la sudditanza della Germania dell’Ovest alla NATO e alle potenze occidentali.

L’NDPD contribuì a questa campagna con un “appello alla generazione tedesca che era stata al fronte durante la seconda guerra mondiale“: i 119 firmatari dell’apello scrissero, accanto al proprio nome e cognome, anche il proprio rango nella Wehrmacht, nelle SS, nella Hitler Jugend e altre organizzazione dell’epoca.

Posso immaginare che la scelta di non stigmatizzare i “reduci” sia stata aiutata dal rigore marxista della dirigenza della DDR.

In Occidente è prevalso uno stranissimo atteggiamento verso i reduci, che mescola almeno tre elementi teoricamente inconciliabili: fantasie cristiane su “colpa” e “innocenza”, svolazzi di provenienza psicoanalitica e una visione quasi razzista dell’immutabile malvagità di intere categorie di persone.

Nell’Europa sotto influenza sovietica, invece, ci si chiedeva – magari in modo un po’ ottuso e meccanico – semplicemente quali fossero gli interessi di classe reali delle persone, senza preoccuparsi troppo delle loro idee e senza demonizzazioni personali. Purché ovviamente rigassero molto dritto.

Pescata in rete, la foto dei fondatori del NDPD di Hermsdorf, un quartiere di Berlino. Un notevole campionario di umanità novecentesca, che sa di militanza, duro lavoro, vestiti di seconda mano e macchine per cucire costruite ingegnosamente in casa.

Una birra il sabato sera, pochi libri, ma densi e sfogliati con grande determinazione.

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Articolo interessante

Articolo interessante su come abbiamo perso la guerra.

in fondo l’ho evidenziato io

Cassandra Consiglia/ Benvenuti nel mondo di domani

di Frank Rieger (frank_at_ccc.de) –

Abbiamo perso la guerra. Benvenuti nel mondo di domani
Cassandra Consiglia/ Benvenuti nel mondo di domani E adesso che si fa?

Forse trasferirsi in montagna, diventare giardinieri o carpentieri, cercare la felicità in comunità di persone affini a voi, in isolamento dall’intero mondo, può essere la soluzione? L’idea tende di solito a perdere gran parte del suo fascino agli occhi di coloro che ci hanno provato davvero. Può funzionare se siete i tipi che riescono a trovare la felicità eterna mungendo mucche alle cinque del mattino. Ma per il resto di noi, l’unica opzione realistica è di vivere nel e con il mondo, per quanto brutto possa diventare. Tuttavia, abbiamo bisogno di costruire le nostre comunità, vere o virtuali.

Il gioco della politica e delle lobby
In cosa investire le proprie energie allora? Cercare di giocare al gioco della politica, combattere contro i brevetti software, le leggi di sorveglianza e le violazioni della privacy in parlamento e nei tribunali può essere il lavoro di una vita, e ha il vantaggio che ogni tanto si vince qualche battaglia che può rallentare le cose. Potreste addirittura essere capaci di evitare assurde atrocità qua e là, ma alla fine lo sviluppo della tecnologia e il livello di panico della popolazione si papperà a colazione gran parte delle vostre conquiste.
Non è per sminuire il lavoro e la dedizione di quelli che combattono su questo fronte, ma bisogna avere una forma mentis da avvocato e un alto livello di sopportazione delle frustrazioni per trarne gratificazione, e questo non è da tutti. Ciononostante, gli avvocati ci servono.

Talento ed Etica
Alcuni di noi hanno venduto la loro anima, forse per pagare l’affitto quando è scoppiata la bolla e i lavori belli e moralmente semplici scarseggiavano. Hanno venduto il cervello alle grandi imprese o al governo per costruire il tipo di cose che sapevamo perfettamente come costruire, quelle su cui fantasticavamo in una sorta di gioco intellettuale fra di noi, senza veramente pensare di metterle in pratica: come ad esempio le infrastrutture di sorveglianza, i software per analizzare le immagini video in realtime, per l’osservazione degli spostamenti, dei volti, delle targhe automobilistiche; come il data mining per rappresentare grosse quantità di informazioni in grafi di relazioni e comportamentali; come sistemi di intercettazione per registrare e analizzare ogni singola telefonata, email, click sul web. Strumenti per tracciare ogni singolo movimento di persone e cose.
Pensare a cosa può essere fatto con il risultato del lavoro di qualcuno è una cosa, rifiutarsi di farlo “solo” perché potrebbe essere il peggiore mai concepito dal mondo è qualcosa di completamente differente, specialmente quando non c’è nessuna altra valida opzione per guadagnarsi da vivere in modo intellettualmente stimolante in giro. Molti dei progetti su cui fantasticavamo erano anche giustificabili, infondo non erano poi “così male” oppure non costituivano alcun “reale pericolo”. Spesso la scusa rimaneva quella che comunque non sarebbe stato tecnicamente fattibile a quei tempi, c’erano troppi dati in ballo per cavarci un ragno dal buco. Dieci anni dopo di colpo è fattibile. Eccome se lo è.

Nonostante sarebbe di certo meglio se il settore della sorveglianza sparisse a causa di mancanza di talento, l’ipotesi più realistica per risolvere il problema è che dobbiamo continuare a tenerci in contatto con quelli che hanno venduto l’anima al diavolo. Abbiamo bisogno di dare vita a una cultura che possa essere paragonata alla vendita delle indulgenze nel precedente Medioevo: puoi anche star lavorando per il “cattivi”, ma noi siamo ben disposti a venderti l’assoluzione morale in cambio di un po’ di conoscenza. Dicci cosa sta succedendo lì, quali sono le capacità, i piani, quali scandali terribili sono stati nascosti. Sinceramente, sappiamo davvero poco delle capacità dei sistemi di intercettazione moderni usati “dall’altro lato della forza” dopo che Echelon, diventato nel frattempo un po’ obsoleto, è stato scoperto. Tutte le nuove strumentazioni che monitorano internet, l’uso attuale e futuro dei database di profilazione, dei sistemi di videosorveglianza assistita, degli analizzatori del comportamento eccetera ci sono pressoché sconosciuti o molto raramente conosciuti solo per sommi capi.

Ci serve sapere come lavorano le agenzie di intelligence. È di importanza assoluta scoprire come lavorano in pratica i metodi che si servono di backdoor invece di crackare le chiavi su larga scala, e quali backdoor vengono costruite o inserite nei nostri sistemi con questo preciso scopo. Costruire sistemi “puliti” sarà piuttosto difficile, data la moltitudine di opzioni per produrre backdoor, dal sistema operativo e applicazioni fino ad hardware e CPU che sono troppo complessi da verificare. L’Open Source aiuta solo in teoria, perché chi ha davvero il tempo per controllare tutti i sorgente…

Certo, il rischio che si corre a rendere pubblico questo tipo di conoscenza è alto, specie per quelli che lavorano per il “lato oscuro”. Per questo abbiamo bisogno di costruire strutture che possano ridurre il rischio. Ci servono sistemi per sottomettere documenti in forma anonima, metodi per ripulire sia i documenti cartacei che quelli elettronici delle “impronte digitali”. E di certo dobbiamo sviluppare mezzi per identificare gli inevitabili casi di disinformazione che saranno sicuramente diffusi nei canali di comunicazione per confonderci.

Costruire una tecnologia per preservare l’opzione del cambiamento
Siamo di fronte a una fase di assalto furibondo e senza precedenti nella storia da parte delle tecnologie di sorveglianza. Il dibattito sulla possibilità di ridurre il crimine o il terrorismo non è più rilevante. L’impatto effettivo sulla società può già essere avvertito, ad esempio con la mafia dei contenuti (alias RIAA) che chiede accesso a tutti i dati per preservare il suo modello di affari. Avremo bisogno di costruire tecnologie che preservino la libertà di parola, di pensiero e di comunicazione. Al momento non c’è nessuna altra soluzione a lungo termine. Le barriere politiche contro sorveglianza totale avranno un periodo di dimezzamento molto breve prima del loro abbattimento completo.

L’accettazione universale dei sistemi di comunicazione elettronica è stata di enorme aiuto ai movimenti politici. È vero che per quelli al potere mantenere nascosti i loro segreti è diventato più difficile e più costoso. Sfortunatamente però, anche tutti gli altri stanno vivendo lo stesso problema. Quindi una cosa che possiamo fare per aiutare il progresso della società è di mettere a disposizione strumenti, conoscenza e esperienza per garantire comunicazioni sicure a qualsiasi organizzazione politica e sociale che condivide i nostri ideali. Non dobbiamo essere eccessivamente parsimoniosi nella scelta dei nostri amici, chiunque si opponga alla struttura centralizzata del potere ed è contro i totalitarismi in generale dovrà essere il benvenuto. Avere un po’ di aria da respirare diventa più importante del voler sapere perché essa venga usata.

L’anonimato diventerà una cosa preziosissima. Criptare le comunicazioni è necessario e desiderabile ma aiuta poco fin quando i destinatari dei messaggi sono noti. La traffic analysis è uno degli sistemi di intelligence più efficienti in circolazione. Anche solo osservando con procedure computerizzate i movimenti e le comunicazioni si possono scovare individui “interessanti”, individui per cui valga la pena investire qualche somma in forme di sorveglianza più dettagliata. L’ implementazione di tecnologie per l’anonimato è urgentissima, visto che in Europa sono passate leggi sulla conservazione dei dati personali. Abbiamo la necessità di opportunistic anonymity tanto quanta ne abbiamo di opportunistic encryption. Al momento, tutte le tecnologie per l’anonimato che sono state dispiegate sono state invase all’istante da contenuti per il file-sharing. Abbiamo bisogno di soluzioni a questa cosa, preferibilmente sistemi che possano reggere il carico, dal momento che l’anonimato ama la compagnia e più traffico vuol dire meno probabilità di essere identificati da qualsiasi tipo di attacco.

Gruppi chiusi di utenti hanno già preso piede in quelle comunità che hanno uno spiccato senso ed una forte esigenza di privacy. Le frange più oscure delle comunità di hacker e un sacco di circoli di warez si sono già “oscurati”. Ne seguiranno altri. La tecnologia per costruire un gruppo chiuso di utenti che operi nel mondo reale non è ancora arrivata. Abbiamo solo improvvisato delle opzioni che funzionano in casi molto specifici. In generale, serve disperatamente la tecnologia per creare gruppi chiusi di utenti completamente criptati per trasmettere qualunque tipo di contenuto con discreto grado di anonimato.

Infrastrutture decentralizzate sono ciò che ci serve. I network di peer-to-peer sono un buon esempio di cosa funziona e cosa no. Fin quando ci saranno elementi centralizzati possono essere presi e chiusi con ogni pretesto. Solo sistemi di peer-to-peer che necessitano di elementi centralizzati il meno possibile sono in grado di sopravvivere. È interessante notare che i network militari hanno le stesse esigenze. Dobbiamo prendere in prestito da loro, nello stesso modo in cui loro prendono in prestito dalle tecnologie commerciali e open source.

Progettare con in mente l’abuso che si fa delle tecnologie di sorveglianza è il prossimo passo logico. Molti di noi infatti sono coinvolti nella progettazione e implementazione di sistemi che possono essere facilmente vittime di abusi da parte della sorveglianza. Che siano negozi online, database, sistemi di RFID, sistemi di comunicazione, o comuni server per blog, abbiamo bisogno di progettare cose in modo sicuro per proteggere da un possibile abuso futuro di conservazione di dati o intercettazione. Spesso c’è una libertà considerevole nella progettazione. Dobbiamo sfruttare questa libertà per sviluppare sistemi che conservino meno dati possibile, che usino la crittazione e che preservino l’anonimato il più possibile. Abbiamo bisogno che si crei una cultura intorno a questa idea. Un sistema sarà revisionato da nostri “peer-reviewer” come “buono” solo se aderirà a questi criteri. Certo, potrebbe essere dura sacrificare il potere personale che deriva dall’accesso a dati vantaggiosi. Ma tenete a mente che non avrete questo lavoro per sempre e chiunque dovesse venire dopo di voi potrebbe con tutta probabilità non essere così interessato alla privacy come voi. Limitare la quantità di dati collezionati sulle persone nelle transazioni e comunicazioni quotidiane è un dovere assoluto se siete hacker seri. Ci sono molte cose buone che possono essere fatte con la tecnologia RFID. Per esempio facilitare il riciclo dei beni e renderlo più efficace conservando informazioni sulla composizione dei materiali e indizi sul processo di lavorazione in tag affibbiate ai gadget elettronici. Ma per essere capaci di sfruttare il potenziale positivo di tecnologie come questa, il sistema ha bisogno di limitare o prevenire il più possibile gli “effetti collaterali” già nella progettazione, non successivamente come ripensamento.

Non mettere nei guai i propri amici per stupidità o ignoranza sarà anche essenziale. Siamo tutti abituati alla stronzata di inoltrare in chiaro email originariamente criptate, con assoluta noncuranza verso i dati degli altri o giocando con le informazioni ricevute in confidenza. Questo non è più possibile. Siamo di fronte ad un nemico che nei lavori di ricerca viene eufemisticamente definito “Osservatore Globale”. Questa definizione ha assunto un significato letterale. Non potete più contare su informazioni o comunicazioni che possano sfuggire o che vengano nascoste dal rumore di fondo. È tutto su un file. Per sempre. E potrà venire e verrà usato contro di voi. E il vostro innocente “scivolone” di cinque anni prima potrebbe mettere nei guai qualcuno a cui tieni.

“Fai silenzio e goditi lo spettacolo oppure rendi immediatamente pubblico” potrebbe diventare il nuovo motto dei ricercatori nel settore della sicurezza. Sottoporre problemi di sicurezza ai produttori fornisce alle agenzie di sicurezza un lungo periodo in cui possono usare il problema per attaccare sistemi e immettere backdoor. È ben noto che le backdoor sono un sistema di aggiramento della crittografia e che tutti i grossi produttori hanno un accordo con le rispettive agenzie di intelligence dei loro paesi per trasmettere “0 day” exploit non appena ne vengono in possesso. Nei mesi o anche anni che gli ci vogliono a creare una patch, le agenzie possono usare lo 0 day exploit e non rischiare di essere smascherate. Se accidentalmente una intrusione viene scoperta, nessuno potrà sospettare il gioco sporco visto che il problema verrà successivamente risolto dallo stesso produttore. Perciò se scoprite problemi, prima di inviarli al produttore, pubblicate almeno informazioni sufficienti per permettere alle persone di scoprire un’intrusione.

Ancora più importante: divertitevi! Gli spioni sono persone da deridere, perché il loro lavoro è stupido, noioso e eticamente parlando il peggiore della terra per guadagnarci dei soldi, un po’ come minacciare e scippare le nonnine per strada. Dobbiamo sviluppare una cultura del “divertiamoci a confonderli”, che gioca con le imperfezioni, le falle, i problemi e gli errori di interpretazione intrinsechi al sistema e pressoché inevitabili quando si effettua una sorveglianza su vasta scala. Gli artisti sono la compagnia ideale per questo tipo di approccio. Abbiamo bisogno di una cultura generale all’insegna del motto “alla faccia tua, guardone!”. Mettere in ridicolo, umiliare e degradare il sistema di sorveglianza, dando alle persone qualcosa su cui ridere, deve essere l’obiettivo. E questo ci evita anche di diventare stanchi e frustrati. Se non c’è alcun divertimento a sconfiggere il sistema, ci stancheremo subito e l’avrà vinta lui. Allora dobbiamo essere flessibili, creativi e divertenti, non arrabbiati, idealisti e testardi.

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Politica


:-) ;-)

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Segnalo questo articolo che mi sembra veramente carino
qua l’originale sotto l’incollo

mercoledì 27 giugno 2012
IL GUARDALINEE.
Mi hanno detto che uno sulla carta d’identità, alla voce professione, può far scrivere quello che vuole.

Io ho degli amici che loro ci hanno basato tutta la loro autostima personale, su questa cosa. Uno ci ha scritto atleta, che in effetti di mestiere lui non ha mai fatto altro che l’atleta ma si vede che non è mica convinto nemmeno lui, di quella cosa, di essere un atleta e allora per crederci di più se l’è fatto scrivere. Atleta. In effetti io non l’ho mai visto allenarsi come si deve. Comunque, mi ha detto che l’addetto comunale quando gli ha chiesto: professione? e lui ha risposto atleta, ha tolto lo sguardo dallo schermo del computer e lo ha guardato in faccia da sopra la montatura degli occhiali. Lui ha ripetuto: atleta. Il mio amico deve anche aver fatto quel movimento della testa che va sù e giù, con il mento tirato avanti. Lui è uno con la barba incolta e i capelli lunghi, adesso inizia anche ad avere un po’ di pancia, poi non è uno che ama lavarsi molto, diciamo. Non sembra esattamente un atleta, che uno si aspetta che gli atleti si facciano la doccia minimo due volte al giorno, comunque devo dirlo, scia molto bene.
L’altra è una mia amica che fa la pittrice. Lei pittrice lo ha fatto scrivere più che altro per fare un dispetto a suo padre, che voleva che lei diventasse medico o avvocato. Invece, no. Pittore. Poi anche lavora con i bambini disabili, in un istituto. Mi chiedo cosa le avranno scritto esattamente sulla carta d’identità? Pittore o pittrice? Bisogna che glielo chieda.

L’altro ieri sono andato a fare un passaggio di proprietà di una moto e mi hanno chiesto la carta d’identità e io ho risposto che non ce l’avevo. Come tutte le volte il mio interlocutore mi ha detto: come non ce l’ha? facendo quella faccia che sembra che adesso viene giù il mondo.

Non ce l’ho. Io la carta d’identità non ce l’ho proprio. L’ho persa il 5 marzo del 1985, credo, il giorno in cui ho compiuto 18 anni. Deve essermi scivolata sotto un tavolo di un bar mentre facevamo i cretini a una festa, io con dei miei amici. Poi da allora non l’ho mai più rifatta, che a me non piace andare negli uffici comunali a fare dei documenti e a chiedere e a fare delle file poi. E devo dirvi che ho sempre vissuto benissimo e non è mai stato un problema. Mai, proprio, neanche all’estero. Sono 27 anni che vivo senza carta d’identità, che in un certo senso in un mondo che pretende di catalogare e di controllare tutto e tutti, è un bel record. Per me perlomeno è un bel traguardo, una bella cosa. Una soddisfazione. La dimostrazione che in fondo quelli che pretendono di comandarti e che vogliono incasellarti e catalogarti, tu in un certo senso li puoi prendere in giro. Tu, con tutto il rispetto, puoi prenderti gioco di loro.

Tre giorni fa è morto un mio vicino di casa che si chiamava Rivo, aveva 95 anni. E’ caduto e si è rotto un femore e poi insomma sono intervenute delle complicazioni, che a 95 anni con le complicazioni poi è difficile. Mi è dispiaciuto. Rivo abitava nella casa dove adesso abita ancora mia mamma, dove abitavo io da piccolo, lì a fianco. Suo padre lo aveva battezzato Nario Rivo Luzio, tre nomi. Che come Rivoluzionario all’anagrafe non glielo avevano lasciato segnare, a suo papà. Me lo aveva raccontata il mio di papà – mio papà Ernesto – questa storia del nome del nostro vicino, che a me da piccolo sembrava stranissimo che uno si chiamasse “Rivo”, io non lo avevo mai sentito nominare il nome Rivo quando ero piccolo, e anche adesso a pensarci bene, non ho mai sentito di nessun altro. Per quello avevo chiesto. Ma Rivo è il nome? Mio papà mi aveva raccontato tutta la storia e spiegato che in fondo in comune sono obbligati a scrivere quello che decidi tu, che sono i tuoi i documenti. Allora l’impiegato dell’anagrafe e il papà del mio vicino di casa si erano accordati per Nario Rivo Luzio. Questa è libertà ma solo fino a un certo punto, mi aveva spiegato mio papà. Rivo lo chiamavano tutti Rivo perché dei tre quello era il nome che sembrava più normale e poi si capiva meglio che Rivo stava per rivoluzionario.

Ieri pensavo che ora potrei anche cedere e andare a farmi la mia brava carta d’identità. Così, per prendermi una soddisfazione. Se un giorno mi decido a farlo alla voce professione voglio farmi scrivere: guardalinee. Che già me lo immagino l’impiegato dell’anagrafe che mi chiede spiegazioni. Io dirò: guardalinee, quelli che stanno a bordo campo in pantaloncini e maglietta con una bandierina gialla in mano a segnare i fuorigioco e i falli laterali. Un lavoro ingrato, in effetti. Se mi fa qualche problema dico: segni Guarda di professione, Linee come specializzazione.

Che così sono contenti tutti.

;-)

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Ricordare

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Maledizione Maya

Non ne poteva più ?

;-)

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Bel video carina la musica

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Qualche Paese

Un rilancio dal sito dell’ EFF

Con un articolo interessante sui Paesi Bassi

Netherlands Passes Net Neutrality Legislation

May 21, 2012 | By Parker Higgins

New legislation in the Netherlands makes it the first country in Europe to establish a legal framework supporting net neutrality. In addition to the net neutrality provisions, the law contains language that restricts when ISPs can wiretap their users, and limits the circumstances under which ISPs can cut off a subscriber’s Internet access altogether.

The anti-wiretapping section of the new law specifies that ISPs may not use technologies like deep packet inspection (DPI), except under limited circumstances, or with explicit consent from the ISP’s customer, or to comply with a court order or other legislative provisions. One Dutch ISP, KPN, came under fire last year for using DPI to determine whether its subscribers were using VoIP on mobile devices.

The new law sets out an exhaustive list of six circumstances in which an ISP can disconnect or suspend the Internet access of subscribers. These include: termination at the request of the subscriber, non-payment by a subscriber, in cases of deception, at the expiry of a fixed contract, force majeure, or if the ISP is required to terminate by law or a court order. In addition, the network neutrality provisions also permit blocking of an Internet connection where necessary for the integrity and security of a network.

The provisions are the Dutch government’s implementation of the 2009 EU Telecoms Package revision framework. Article 1(3a) of the Framework Directive states that EU Member States may only adopt measures interfering with citizens’ ability to access and use the Internet in limited circumstances. In particular measures may only be imposed if they are “appropriate, proportionate and necessary within a democratic society, and their implementation shall be subject to adequate procedural safeguards in conformity with the European Convention for the Protection of Human Rights and Fundamental Freedoms and general principles of Community law, including effective judicial protection and due process.”

As Dutch digital rights group Bits of Freedom notes, the new provisions are needed because “[c]urrently, Internet providers on the basis of their terms and conditions may terminate or suspend the Internet connection for various reasons.” This law ensures that ISPs cannot disconnect users for nebulous terms of service violations. This gives Internet users some protection against ISPs adopting voluntary or semi-voluntary measures, such as policies to disconnect Internet users on three allegations of copyright infringement.

This is important as voluntary three strikes policies become an increasingly real danger. In the United States, for example, ISPs and major media trade groups have developed a voluntary “graduated response” program — the so-called “six strikes” deal — that is set to go into effect this July. EFF is now calling on Internet users to pressure the participating ISPs for a public commitment not to cut users off under the new program.

The Dutch law comes after vigorous campaigning by civil society groups including influential digital rights group, Bits of Freedom. Ot van Daalen, the Director of that organization, hopes it will spark similar legislation elsewhere. “Bits of Freedom campaigned hard for these provisions and our work paid off. The law sets an example for other countries, and we call on the rest of Europe to follow.”

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Anarchici attentatori

Un articolo da questo
Blog , sotto ho fatto un copia/incolla comunque è meglio leggere l’articolo in originale ci sono diversi links.
Non so se considerarlo buffo o tragico…..

Istruzioni per organizzare un attentato anarchico

Posted on 04/05/2012 by Miguel Martinez

Il signor Shaquille Azir è un cittadino degli Stati Uniti con qualche problema.

Ha subito condanne per possesso di cocaina, per rapina, per aver usato assegni scoperti (ben quattro volte), per furto e falsificazione di documenti, senza contare nove tentati fallimenti (concessi due volte dal tribunale). Non è poco, nel paese in cui le condanne carcerarie sono notoriamente pesanti e lunghe.

Non deve essergli comunque sempre andata male, visto che attualmente Shaquille Azir lavora come imprenditore edile.

E infatti, dalla scorsa estate, il signore ha arrotondato il proprio lavoro – e si è tolto dal collo un bel po’ di fiato – diventando una CHS o “Confidential Human Source” per conto dell’FBI.

Lo scorso ottobre, il signor Azir ha preso di mira un ragazzo che lavorava per lui, il giovane Douglas Wright. Douglas Wright partecipava al movimento Occupy, e sosteneva che fosse ora di fare qualcosa contro il dominio delle corporations.

Dietro ordini dell’FBI, Azir è riuscito a convincere Douglas e quattro recalcitranti amici che quel qualcosa poteva assumere la forma di una bomba.

I giovani non volevano fare male a nessuno, ma alla fine Azir è riuscito a convincerli a colpire un ponte.

Azir ha fornito il (finto) esplosivo e il telecomando per farlo scoppiare, e i giovani – tutti bianchi e con cognomi anglosassoni – sono stati arrestati sul fatto e oggi attendono in carcere una potenziale condanna all’ergastolo per “tentato utilizzo di armi di distruzione di massa”.

Per aver organizzato l’unico attentato anarchico della recente storia statunitense, il signor Shaquille Azir ha ricevuto dall’FBI l’importo di 5.750 dollari per i servizi e 550 per le spese, che a me sembra pure poco, vista l’evidente bravura del personaggio.

La grande offensiva terroristica prosegue, evidentemente, senza sosta.

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Petizione

QUA importante per tutti.

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Sempre con ritardo, ma consolidato

Segnalo con ritardo, aspettavo che fosse tutto realmente consolidato, di cosa parlo ? Di
questo (sotto ho incollato la traduzione in italiano). Ho preso tutto da questo sito penso che mi farò un regalo e mi abbonerò. Hanno buone idee.

Sabato 17 di settembre molti di noi sono rimasti ipnotizzati dai 5.000 nord americani che hanno occupato le strade del quartiere finanziario di Lower Manhattan, gesticolando, issando striscioni, suonando tamburi, intonando slogan e marciando verso la “Gomorra finanziaria” del Paese. Promettevano di “occupare Wall Street” e di “consegnare i banchieri alla giustizia,” ma la polizia di New York ha ostacolato parzialmente i loro tentativi, ostacolando l’accesso alla strada simbolo con barriere e posti di blocco. Imperterriti, i manifestanti iniziarono a girare attorno alla zona chiusa prima di organizzare un’assemblea popolare e creare un accampamento semi permanente in un parco di Liberty Street, a pochi passi da Wall Street e un isolato dalla sede della Federal Reserve Bank di New York.

Trecento hanno trascorso lì la notte, il giorno successivo sono stati raggiunti da diverse centinaia di altri attivisti e mentre scriviamo questo articolo, si stanno tirando di nuovo fuori i sacchi a pelo per una nuova notte di accampamento. Quando attraverso Twitter hanno fatto sapere di essere affamati, una pizzeria della zona in una sola ora ha ricevuto ordini per 2,800 dollari per sfamarli. Impressionati da quest’esplosione di solidarietà internazionale, questi “indignados” statunitensi” hanno dichiarato che sarebbe rimasti li per salutare i banchieri all’apertura della Borsa il lunedì mattina. Sembrerebbe che per ora la polizia non sia in grado di fermarli. ABC News ha raccontato che “nonostante i manifestanti non abbiano il permesso di protestare, [così ha dichiarato il dipartimento di polizia di New York] la polizia non ha intenzione di sgomberare quei manifestanti che sembrano decisi a rimanere sulle strade.” Gli organizzatori dichiarano, “Siamo intenzionati a rimanere qui a lungo.” Adesso il mondo sta guardando e si sta chiedendo: Da qui potrà nascere la “Piazza Tahir” degli Stati Uniti ?

#OCCUPYWALLSTREET si è ispirato alle assemblee popolari spagnole, ed è circolato come concetto attraverso un poster a due pagine nel n°97 della rivista Adbusters, ma è stato diffuso, pensato e portato avanti da attivisti indipendenti. Tutto ha inizio quando Adbusters chiede alla sua rete di “sabotatori culturali” di dirigersi verso Lower Manhattan, munirsi di tende, cucinette a gas e barricate pacifiche e di occupare Wall Street per qualche mese. L’idea prese subito piede su tutte le reti sociali e anche attivitsti indipendenti si entusiasmarono con la proteste, creando un sito web open-source. Pochi giorni dopo, a New York si è tenuta una riunione aperta a cui hanno partecipato 150 persone. Questi attivisti sono diventati il cuore pulsante dell’occupazione. La mistica di Anonymous ha spinto a intervenire persino i media ufficiali. Il loro video in appoggio all’azione sommò 100,000 visite e il Dipartimento di sicurezza dello Stato ha inviato un avvertimento ai banchieri del Paese. Quando in agosto gli indignados spagnoli lanciarono il messaggio che avrebbero organizzato un evento di solidarietà nel quartiere finanziario di Madrid, attivisti di Milano, Valencia, Londra, Lisbona, Atene, San Francisco, Madison, Amsterdam, Los Angeles, Israele e nel resto del mondo, si impegnarono a fare lo stesso.

Per le strade del mondo si diffonde il sentimento che l’economica globale sia una truffa gestita e a vantaggio dei grandi finanzieri. La gente dappertutto si sta rendendo conto che un sistema in cui le transazioni finanziarie speculative raggiungono ogni giorno 1,3 trilioni di dollari (50 volte l’ammontare delle transazioni commerciali), è profondamente sbagliato. Nel frattempo, secondo le Nazioni Unite, “nei 35 paesi per i quali abbiamo informazioni disponibili, quasi il 40% di coloro che sono in cerca di lavoro, è da almeno un anno senza un’occupazione.”

“I dirigenti, le grandi corporazioni, e i ricchi si stanno spartendo una fetta troppo grande della ricchezza del Paese, e penso che sia giunto il momento di riprendercela,” dice uno degli attivisti che ha partecipato delle proteste. Jason Ahmadi, che è arrivato da Oakland, California, spiega che “molti di noi pensano che la nostra economia sia profondamente in crisi e che la causa sia di quelli che qui fanno affari. ” Bill Steyerd, un veterano del Vietnam del Queens aggiunge, “è giusto essere qui perche quelli di Wall Street non sono altro che parassiti guerrafondai.”

Non c’è spazio solo per la rabbia. C’è anche la percezione che le soluzioni di sempre alla crisi economica, proposte dai nostri politici e dai principali economisti – stimoli, tagli, debito, bassi tassi di interesse, stimoli al consumo – siano false opzioni che non funzioneranno. Sono necessari cambiamenti più profondi … come la tassa “Robin Hood” sulle transazioni finanziarie; la rimessa in vigore della legge Glass-Steagall negli Stati Uniti; la messa al bando delle transazioni commerciali “flash”. Bisogna ridurre le dimensione delle banche “troppo grandi per andare in bancarotta” e vanno messe di nuovo al servizio della gente, dell’economia e della società. I truffatori finanziari responsabili del disastro de 2008 devono essere processati e scontare la loro pena. Infine c’è la vera soluzione: il ripensamento radicale del consumismo occidentale che ci ha fatto mettere in discussione come vada misurato il progresso.

Se l’attuale crisi economica europea e nordamericana finisce per entrare in una spirale recessiva globale, allora gli accampamenti diventeranno parte integrante dei paesaggio nei vari quartieri finanziari e di fronte alle Borse dei vari Paesi. Finchè le nostre richieste non verranno ascoltate e il regime economico globale venga ristrutturato completamente, le nostre tende spunteranno come funghi ovunque.

Bravi !! i coraggiori accampati in Liberty Street.a New York. Ogni nuova notte di #OCCUPYWALLSTREET aumenterà la possibilità di una rivolta globale contro il sistema così come lo conosciamo.

Traduzido per Translator Brigades – translatorbrigades@gmail.com

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Diatribe sulla TAV

e allora ?

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«Virano contro Mercalli? E allora quereli anche tutti noi»

Virano querela Mercalli? «Allora quereli anche noi: siamo tutti d’accordo con lui». Sotto tiro, il climatologo valsusino che in una recente puntata di “Che tempo che fa”, la popolare trasmissione di Fabio Fazio su RaiTre, ha criticato la congiura dell’informazione sulla valle di Susa e la mistificazione sulla Torino-Lione, grande opera devastante, super-costosa e tragicamente inutile, come 150 docenti universitari hanno ricordato al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, invitandolo a sollecitare un ripensamento del governo. E se l’esecutivo Monti a tutto pensa fuorché a una sospensione della Torino-Lione, il commissario dell’alta velocità Italia-Francia se la prende con Mercalli.

Sotto accusa l’intervista rilasciata a Niccolò Zancan su “La Stampa” lo scorso 18 ottobre. Per Mercalli, l’assedio simbolico alla Maddalena di Chiomonte è Luca Mercalli«una risposta all’occupazione coatta e ingiusta della valle: bisogna capire l’insofferenza, ha radici profonde». Valsusini e No Tav? «Sono persone che da anni non vengono ascoltate: se si aprisse un vero dibattito sui dati, immediatamente tutti si acquieterebbero». E l’Osservatorio per la Torino- Lione, che vanta cinque anni di lavoro per trovare un tracciato condiviso? Mercalli è più che perplesso: «Peccato sia stato un Osservatorio truccato», dichiara. «I dati controdedotti sono stati presentati giovedì 6 ottobre al Politecnico di Torino», nientemeno. «Ebbene: non c’erano politici in prima fila e neanche in seconda, non c’erano i tecnici di Ltf. Nessuno. Come sempre. L’opposizione popolare come quella scientifica vengono ignorate».

E’ come discutere di una partita di calcio con chi è convinto della malafede dell’arbitro, scrive Zancan, ricordando che tutto parte dai dati. E per i No-Tav, andando all’osso, proprio le cifre dicono tre cose incontrovertibili. Primo, non è vero che l’opera porterà un risparmio energetico e quindi minor inquinamento. Secondo, non è vero che la Tav porterà vantaggi economici, ma sarà in passivo per anni e quindi pagata dai cittadini. Terzo, non è vero che il traffico merci su rotaia è destinato ad aumentare: dunque sarà un’opera anche sostanzialmente inutile. «Virano ormai pensa di potersi permettere qualsiasi cosa», protestano i No-Tav, che annunciano una petizione on line diretta al tribunale: l’Osservatorio di Virano, accusano, non hai preso il considerazione l’ipotesi di rinunciare alla Torino-Lione, e ha escluso le amminstrazioni non-allineate. Per questo, aggiungono gli autori della raccolta firme, la pretesa imparzialità della struttura di Virano è del tutto assurda.

Il testo della petizione:
“Ormai Virano ritiene di potersi permettere qualsiasi cosa, inclusa l’intimidazione dei non allineati mediante querela. Virano sa che non ha speranze di vincere la causa, ma punta sull’effetto intimidazione. L’affermazione di Mercalli su “La Stampa” del 18.10.2011 è non solo legittima, ma anche dimostrabile. L’Osservatorio infatti è “truccato” in quanto: mai, fin dall’inizio, il governo ha preso in considerazione l’ipotesi di rinunciare all’opera sulla base dei dati che l’Osservatorio avrebbe raccolto, quali che essi fossero;il presidente dell’Osservatorio, architetto Mario Virano, è stato nominato anche “commissario straordinario per la realizzazione della nuova linea AV/AC Torino-Lione”, per cui il suo Mario Viranocompito – lautamente remunerato con pubblico denaro – è stato ed è quello di portare comunque alla realizzazione dell’opera a prescindere dai dati che l’Osservatorio accumula;

dall’inizio del 2010 dall’Osservatorio sono stati esclusi i rappresentanti dei comuni che non hanno dichiarato a priori l’accettazione della nuova linea, per cui i soggetti istituzionalmente critici nei confronti dell’opera e direttamente interessati alla sua realizzazione non possono venire a conoscenza delle informazioni raccolte dall’Osservatorio negli ultimi due anni e non possono interloquire nella definizione delle posizioni espresse dall’Osservatorio stesso.

Sulla base di quanto sopra ci dichiariamo d’accordo, nella forma e nella sostanza, con la valutazione espressa da Luca Mercalli e la riaffermiamo qui pubblicamente a nostra volta. Chiediamo pertanto all’architetto Mario Virano di querelare anche tutti noi.

(Da inviare via mail all’indirizzo solidarietamercalli@gmail.com, indicando nome e cognome, città e firma).

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