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Oltre il sindaco…..

Tre foto, oltre il sindaco, il prossimo presidente del consiglio ?

UNO

DUE

TRE

Mi sembra superfluo commentare !!!!

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Secondo Principio della Termodinamica Italiana

Rimbalzo questo Scilipottersville , che non è che si discosta molto dalla realtà purtroppo

Scilipottersville
Pubblicato il 12 maggio 2013 · in Schegge taglienti ·

Alessandra Daniele

Domenico Scilipoti, omeopata, eletto coi voti del centrosinistra, e poi passato a sostenere Berlusconi. Un fulgido esempio per il PD che, dopo essersi spacciato per tutta la campagna elettorale come l’unico partito in grado di combattere Berlusconi, è tornato al governo con lui.
In realtà, lo sta ancora combattendo: col metodo omeopatico.
Il PD è in effetti molto diluito, è una cacarella di correnti, gorghi, onde anomale, e mulinelli, dove tutti i naufraghi del disastro bersaniano cercano di galleggiare, affogando gli altri.
Per orientarsi in questo maelstronz, ecco una mappa delle principali fazioni, quattro come le Case di Hogwarts.

SerpeRenzi
In questi mesi, il rampante sindaco di Firenze ha detto tutto e il contrario di tutto, pur di continuare comunque a vendersi come l’Alternativa alla fallimentare dirigenza del suo partito. Quando Bersani ancora respingeva le avances berlusconiane, Renzi auspicava le larghe intese, adesso le sbeffeggia. Con tutto il suo giovanilismo, Renzi è uno dei personaggi più vecchi dell’attuale scena politico-mediatica: il tipico yuppie anni ’80, opportunista e sgusciante. Avanza insinuandosi a zig-zag fra le macerie, seguito da un codazzo di vermicelli speranzosi.

BaffinD’oro
Considerato il più grande stratega del PD, Massimo D’Alema ha in realtà finora sbagliato tutto quello che c’era da sbagliare. A meno che il suo obiettivo non fosse fin dall’inizio proprio quello di portare alla distruzione totale il suo partito, e radere al suolo il centrosinistra, per poi sgomberare le macerie con una ruspa, e rivendere il terreno ai capannoni della Mediaset, che definì ”la più grande industria culturale del paese” (seconda solo allo spaccio di eroina). Lasciamo perdere però il complottismo, che oggi è diventato mainstream: le teorie che prima trovavi solo nei più oscuri recessi di Splinder, ora te le raccontano le parenti dal parrucchiere, le zie chimiche.
Rasoio di Occam: D’Alema è uno stronzo. Quindi in Italia sarà sempre considerato un genio, e non gli mancheranno mai i seguaci.

CorvoRosso
Sparuta tribù di sopravvissuti di semi-sinistra, e di scarso orientamento, finiti molto lontano dal loro reale territorio. Gli unici del PD a cercare di praticare ancora antichi rituali quasi dimenticati, come il dialogo col sindacato, e la dichiarazione dei redditi veri, i Corvi Rossi sono perciò i soli rimasti del partito a poter comunicare con le Tute Blu e le Fiamme Gialle, ma inutilmente, perché la loro influenza sulla linea del PD è un’illusione dai reali effetti insignificanti. Un’influenza dei polli. Il fatto che adesso i Corvi Rossi sperino d’essere ripescati e imBarcati da un ministro del governo Monti è la misura del loro avvilente fallimento.

Democristo
Sono la fazione vincente, quella scelta da BCE, NATO e Vaticano come referente, e che ha impallinato Bersani perché ritiene il suo Papa di riferimento – Giovanni XXVIII – un fottuto comunista. A Papa Giovanni i Democristicchi preferiscono Papa Giovanardi, però non sono al governo con Berlusconi per servirlo, ma per servirsene. La loro nei suoi confronti è una strategia di contenimento, e attesa. Confidano nell’età, e nella Cassazione Chimica. Aspettano sulla sponda del fiume perché sanno che alla fine saranno comunque loro a sopravvivere. Secondo Principio della Termodinamica Italiana: prima o poi tutto diventa DC.

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E’ morto Andreotti…..

Wikipedia diceva il contrario

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Dietrologia & Complottismo !!!

Bounce di questo articolo: Dietrologia

giovedì 2 maggio 2013
dietrologia
Mia supposizione dietrologica sulla sparatoria a Montecitorio

Forse la storia che abbiamo appreso dei giornali su Preiti e sulla sparatoria non è del tutto vera. Forse ci sono aspetti oscuri che dovrebbero essere chiariti e che probabilmente non lo saranno mai.
Innanzitutto noto una certa freddezza, una qualche rilassatezza nelle indagini.
Inoltre,
non arrivo a pensare come fanno alcuni ad un false flag con la complicità delle tv tuttavia penso a qualcosa di diverso di quello che ci è stato proposto.

Penso che il Preiti potrebbe essere soltanto un killer. Una persona costretta ad accettare di fare quello che ha fatto da persone che hanno su di lui un potere enorme. Potrebbero essere suoi creditori o gente che ha comprato i suoi debiti. Gente che gli ha prospettato l’attentato come via di uscita da una situazione insostenibile che poteva condurlo a sicura morte.
Ha mirato ai carabinieri. Non c’è stato tentativo di colpire i politici. Il suo scopo era sparare ai carabinieri.
Il giorno del giuramento del governo Letta è stato scelto accuratamente. Può darsi che l’attentato sia stato preparato da ambiente che hanno voluto “convincere” alla svelta il PD, come l’attentato a Falcone a suo tempo agevolò la nomina del Presidente della repubblica.
Forse senza l’attentato ai carabinieri un centinaio di pd si sarebbe astenuto dal voto a Letta. Se l’attentato mirava a compattare il voto pd c’è perfettamente riuscito.
Pubblicato da pietro a 11:33

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Articolo non così strano

Rimbalzo questo articolo I dieci ComandaMonti a cura del Maso Otelma, sembra satira, ma in fondo rispecchia la realtà.

:-(

I dieci ComandaMonti a cura del Maso Otelma
di Danilo Masotti | 22 aprile 2013

Dopo aver letto i miei libri profetici Umarells (2007) e Ci meritiamo tutto, il regista Adam Selo dice che sono un visionario. Macché. Evidentemente mi sopravvaluta. Adam, mi limito solo ad osservare quello che accade cercando di farmi condizionare il meno possibile dalle varie tifoserie popolari animate da acriticità, rancori, livori e invidie nei confronti di sconosciuti di cui ora mi va di scrivere. Dopo il trionfo di Napolitano (a cui auguro di sopravvivere biologicamente il più a lungo possibile) ecco una visione un tanto al chilo non richiesta da nessuno di quello che potrebbe succedere nei prossimi mesi, un sogno che ho fatto stanotte, complice la pizza napolitana che si muoveva come un gatto nel mio stomaco:

1) PD, PDL e MONTI faranno legge elettorale ANTIGRILLO

2) Una volta che la nazione avrà un governo, lo spread tornerà a salire e i mercati bacchetteranno la nazione. Sentiremo spesso dire parole tipo: Cipro, Grecia e Portogallo

3) Ci sarà una niù entri nel cleb delle pezze al culo: la Slovenia. Sarà #allertaslovenia e tutti alle macchinette del caffè o nei uichend a Milano Marittima a dire la parola Slovenia

4) A causa dell’eccesso di lavori inutili (c’è ancora troppo lavoro) molte aziende chiuderanno. Quelle che hanno ancora qualcosa da vendere, sposteranno la loro produzione in Busdalkulistan, nuova frontiera del lò cost

5) Non ci sarà crescita, ma nemmeno decrescita, le spiagge saranno affollate e ci si lamenterà del caldo e delle spiagge che sono meno affollate del 2012, ma più del 1948 anno politico di riferimento dei contemporanei

6) Si va alle elezioni in autunno (se non prima) e trionfa Berlusconi come vuole la prassi, così governa tranquillo, non va in carcere, il PD fa finta di opporsi e sono/siamo tutti felici

7) Finiranno le ore di cassa integrazione, mobilità e inizierà un po’ di vera disoccupazione, di quella già nota a cocopro senza cococpro ed esercito delle partite iva vere e finte

8) Seguirà prelievo fiscale sui depositi delle famiglie italiane (anche sui singol eh) per sostenere cassa integrazione e altri ammortizzatori sociali

9) Arriverà un’ondata di crisi leggermente più percepibile di quella a cui siamo già abituati

10) La gente (forse) si incazzerà

Questa potrebbe essere la rodmapp dei prossimi mesi, ma non garantisco nulla, non rimaneteci male se non andrà così bene come ho cercato di prevedere. Comunque giovedì è il 25 aprile e molti faranno il ponte dimenticando tutto quello che è accaduto nel fine settimana. I gatti continueranno ad essere postati su fesibuc e su tuitter i giornalisti difenderanno l’operato dei i partiti e del nuovo presidente della repubblica, Report ci rivelerà scomode verità e il giorno dopo, chi può, andrà a lavorare come se niente fosse in attesa di un’altra puntata. I mercati, come da usanza europea, decideranno cosa dobbiamo fare, ma con molta calma e quotidiana somministrazione di insulina di paura al popolo. Più avanti, forse ci troveremo di fronte a uno scenario greco o sudamericano. Però con la nebbia.

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Presidente della Repubblica Itagliana

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Proposte di leggi

Le prime proposte di legge del nuovo Parlamento
Si va dall’istituzione della regione “Principato di Salerno” alle norme “per la tutela della televisione da strada”

La legislatura è cominciata da pochi giorni, ma i nostri parlamentari non hanno perso tempo: i progetti di legge depositati sono già 550. Vogliamo soffermarci sui più interessanti, perché una cosa è certa: le grandi battaglie di civiltà, non mancano. Si va dall’istituzione della regione “Principato di Salerno” alle norme “per la tutela della televisione da strada”, passando per presepi, cavalli, santità e festival lirici. Sì, è tutto vero.

- Luigi Dellai (Pd) vuole “l’apertura di una casa da gioco a Chianciano Terme” e si batte per la “valorizzazione e la salvaguardia della via Francigena”.

- Matteo Brigantini (Lega Nord) chiede “disposizioni per la celebrazione del festival lirico dell’Arena di Verona”.

- Edmondo Cirielli (Fratelli d’Italia) sta lavorando “all’istituzione della regione Principato di Salerno”.

- Sandra Zampa (Pd) chiede “un contributo straordinario al teatro comunale di Bologna”.

- Domenico Scilipoti (PdL) chiede al Parlamento “il ripristino della sovranità monetaria dello Stato italiano nel rispetto dei trattati internazionali”.

- Giovanni Burtone (Pd) combatte per l’”attribuzione della denominazione di ‘Città nazionale del presepe’ al Comune di Grassano”.

- Renate Gebhard (Svp) vuole ripristinare “la festività di San Giuseppe nella data del 19 marzo”.

- Pino Pisicchio (Centro Democratico) sogna una giornata “del rifiuto della povertà”.

- Roberta Pinotti (PD) vorrebbe una “giornata nazionale dell’Inno d’Italia”.

- Paola Binetti (UdC) chiede “disposizioni per la valorizzazione delle tifoserie e la partecipazione delle famiglie alle manifestazioni sportive nel calcio”

- Susanna Cenni (Pd) propone l’”istituzione della giornata nazionale dedicata alla cultura del mondo contadino e della Rete italiana della memoria della civiltà contadina”.

- Sergio Divina (Lega Nord) vuole istiuire norme per la “tutela delle televisioni di strada”.

- Michela Vittoria Brambilla (Pdl) vuole “il riconoscimento degli equini quali animali di affezione”

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Commentare penso non serva ;-)

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Rimbalzo un articoletto interessante

6 ipotesi sul PD e M5S

1. Perché il PD vuole governare con Grillo?
No, aspe’, la domanda vera non è proprio questa, ora ci arriviamo.
I parlamentari dei cinque stelle, senza per questo voler sminuire sul piano personale nessuno di loro, sembrano dilettanti allo sbaraglio: gente alle prime armi, digiuna di pratica politica, di meccanismi parlamentari, un po’ ignorante e un po’ anche presuntuosa, tendente al complottismo e irridente verso istituzioni e procedure (discutono sul mettersi o meno le cravatte al senato, spregiano il titolo di onorevole, considerano la fiducia al governo un teatrino etc.). Insomma: sono inesperti e sono pure ostili all’incarico, quindi

1.1. Perché il PD continua a dire che la cosa più responsabile da fare è investire di responsabilità degli irresponsabili?
Ipotesi A: Perché il PD pensa già alle prossime elezioni (ritenute quanto mai prossime) e non vuole andarci dopo aver fatto la figura di chi inciucia con Berlusconi
Ipotesi B: Perché governare con Berlusconi è peggio di governare con i cinque stelle.
L’ipotesi A non sta in piedi: chi ha votato cinque stelle per punire la sinistra sta ora reclamando a gran voce un accordo di governo, quindi al PD conviene votare subito e riprendersi i voti dei delusi dalle cinque stelle (questi due partiti che si palleggiano i musi lunghi, comunque la si pensi, fanno tristezza).
L’ipotesi B non sta in piedi perché con Berlusconi il PD ci ha governato fino a ieri.

2. Il movimento cinque stelle è irresponsabile a non volere governare col PD?
Ipotesi A: Sì, il paese è alla deriva e necessita di un timoniere
Ipotesi B: No, chi ha votato cinque stelle punta alla sostituzione integrale della classe politica, dunque i cinque stelle fanno bene a non allearsi con nessuno e a votare solo per punti nodali del programma di governo, come la legge elettorale, per poi tornare subito alle urne e riscuotere un successo ancora maggiore.
L’ipotesi A rimanda alla domanda 1.1, solo leggermente riformulata:

1.1 (reprise): Se ci serve un timoniere perché il PD vuole a tutti i costi Schettino?

L’ipotesi B è fastidiosa ma è legittima: i parlamentari dei cinque stelle hanno sottoscritto, prima di venire eletti, un codice comportamentale che vieta loro di formare alleanze. C’è una lunga lista di intellettuali che tifa perché lo trasgrediscano (e già qua uno si confonde, perché sono gli stessi che fino all’anno scorso sottoscrivevano manifesti per l’importanza di rispettare le regole) e li incitano a farlo in nome del “non c’è vincolo di mandato”, di fatto trasformando una possibilità (il parlamentare che non dovesse più riconoscersi nel suo partito può cambiare schieramento) in una specie di dovere automatico, pena l’essere etichettati come “antidemocratici”. I cinque stelle fino a ora si riconoscono nel loro statuto: perché questa smania di convertirli? Si torna alla domanda 1.1., ipotesi A.

3. Perché il PD ha perso le elezioni?
Ipotesi A: Ha perso perché insegue i voti dei moderati, del centro, e dei delusi da Berlusconi, e invece per queste elezioni molta gente era orientata a un voto che fosse molto di sinistra, radicale, netto.
Ipotesi B: Ha perso perché gli elettori liberal, moderati e del centro sono rimasti freddi di fronte alla mancata candidatura a premier di Renzi, percepito da molti come un leader nuovo, e slegato dal passato vetero-comunista in cui il PD si presume affondi le sue antiche radici (che per quanto antiche, spaventano ancora i moderati).
A seconda che si sposi la A o la B, ci si schiera sul futuro del partito democratico (che comunque sembra già deciso: alle prossime elezioni, via la vecchia classe dirigente e dentro la nuova).

4. Il movimento cinque stelle è di stampo autoritario o democratico?
Ipotesi A: È un movimento che Umberto Eco definirebbe Ur-fascista: percorso cioè da pulsioni populiste e anti-democratiche, talvolta esplicite, talvolta no.
Ipotesi B: È un movimento anarcoide, le cui venature sotterranee appartengono ai centri sociali dell’estrema sinistra e ai contestatori più radicali.
L’ipotesi A è sostenuta da ali molto a sinistra, come Wu Ming, che vedono in Grillo una deriva autoritaria e populista del vecchio qualunquismo (“chi si dice nè di sinistra nè di destra è sempre di destra”)
L’ipotesi B è sostenuta dai Berlusconiani e da alcuni centristi (ritengono che i cinque stelle siano composti da No Tav e Black Blok).
Le due ipotesi stanno in piedi e si sostengono l’una con l’altra, ma solo a patto che si parli degli attivisti, e non dei semplici elettori (che spesso sono pensionati, delusi di destra e sinistra in cerca di un voto di protesta, giovani privi di qualsiasi formazione o dottrina politica):il movimento è composto da anarco-capitalisti, innamorati della spersonalizzazione, di una fantomatica democrazia diretta, che più che altro ricorda il vecchio concetto concetto del “popolo al potere”, dove il “popolo” sostituisce l’individuo, lo ingloba, lo annulla.
(Qua sono un po’ meno confuso: per me la modernità è una cosa estremamente complessa, e per questo c’è bisogno di una democrazia non solo rappresentativa, ma addirittura di vera e propria delega. Certe cose – la maggior parte di quelle che dovrebbe discutere un parlamento – necessitano di esperti in grado di gestire la complessità e le infinite interazioni di ogni problema. La democrazia non ha bisogno di gente come me o peggio di me, ma di gente molto migliore di me, più colta, più capace, con più metodo e, sì – in questo forse i cinque stelle hanno ragione a porre una pregiudiziale morale – anche degna di fiducia).

5. Il movimento cinque stelle è un pericolo per la democrazia?
Ipotesi A: Sì, il richiamo a un parlamento col 100% dei consensi e l’idea di governo globale nei video di Casaleggio testimoniano una voglia di totalitarismo che può mettere a repentaglio la tenuta delle istituzioni.
Ipotesi B: No, questi sono troppo scemi per un colpo di stato.

Le ipotesi A e B si contraddicono solo apparentemente, quindi potremmo tagliarne una e sintetizzarle in una terza:
Ipotesi C: È un pericolo se si sottovalutano certe idee inquietanti dei suoi attivisti e dei suoi fondatori.

5.1. L’ipotesi C è un’ipotesi valida?
Ci vorrebbe uno storico serio per rispondere: il fascismo, oltre al consenso dei militanti e al culto della personalità del leader, aveva dietro dei potentati economici a sostenerne l’ascesa (l’aristocrazia agraria al sud, quella industriale al nord) e prese il potere con una sorta di milizia armata. I cinque stelle che poteri forti hanno dietro? La società di comunicazione di Casaleggio? L’autista imprenditore che costruisce resort invenduti in Costa Rica? Sembra pochino. E sono armati? Sono pronti a conquistare Roma marciando? A bastonare fuori dalle urne chi non li vota? Hanno giornali, tv, media a propria disposizione per mettere a tacere il dissenso e diffamare? (Be’, effettivamente trollano parecchio). Il danno più serio che possono fare è propagare una certa mentalità acritica tra gli strati già meno dotati di capacità critica. Ma in Italia non è una novità: lo ha fatto Berlusconi per vent’anni, con mezzi ben più martellanti, e riuscendoci con molta efficacia. Quindi diciamo che se il colpo di stato ci doveva essere, c’è già bello che stato.

6. Il successo del Movimento cinque stelle è dovuto alla rete o al voto di protesta?
Ipotesi A: Alla rete (è la posizione dei movimentisti a cinque stelle e di nessun altro, nemmeno dei suoi stessi elettori).
Ipotesi B: Al voto di protesta, l’uso che i cinque stelle fanno della rete è datato e anacronistico (è la posizione di tutti gli altri).
Sposando l’ipotesi B, che sembra convincente, resta da capire la polemica sulla comunicazione verticale di Grillo (“emette ma non riceve”).

6.1 Chi è in Italia a “emettere e ricevere”?

6.2 Quale politico italiano possiede nozione di questa maniera “orizzontale” di gestire la comunicazione sul web?
Il metro di paragone impiegato da tutti per questo tema è la campagna elettorale internet based di Obama.

6.3 Per chi, in un paese con un’opinione pubblica orientata prevalentemente da televisione e stampa come l’Italia, avrebbe avuto senso basare questa campagna su internet?
Supponendo che avrebbe avuto senso per uno come Renzi:

6.4 Le sue primarie furono o non furono internet based come si dice che furono?

6.5 E allora perché le ha perse?

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Indicazioni di voto

Molto più serie che di quello che si vede in giro……. il vero voto utile


;-)

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Sinistre

Segnalo questo articolo da leggere in originale in quanto ci sono diversi link di approfondimento

Sinistre reali
Posted on 29/01/2013 by Miguel Martinez

Esistono alcune persone che soffrono quando usi in termini poco simpatici la parola “sinistra“.

Dicono, con toni assai vari – Pol Pot fu un delinquente, Lenin sbagliò tutto, D’Alema ha fatto la guerra, Vendola è un venduto, Il Manifesto è un salotto di borghesi buoni, la CGIL è una burocrazia che fa gli interessi dei padroni, le Brigate Rosse sono pazzi delinquenti… ma La Sinistra è cosa buona.

Evidentemente siamo davanti a un caso di attaccamento affettivo a una parola.

Li capisco: personalmente, sono attaccato alla parola lonfo (che, come è noto, non vaterca né gluisce, e molto raramente barigatta), e non saranno certi i fatti a farmi cambiare idea.

Invece, per me “La Sinistra” è quella che vedo realmente, non è un principio metafisico. E quella italiana del 2012 non è quella italiana del 1912, come non è quella indiana di oggi, né quella turca.

Certo, ci sono innumerevoli sinistrelle, ma parliamo della Sinistrona.

Quella che vedo realmente, è una massa ancora considerevole di persone, in larga misura residenti nell’Italia centrale, che ha interiorizzato molti doveri sociali – un modo complicato per dire che stanno attenti a riciclare i rifiuti più di altri, ci tengono alla scuola pubblica e così via.

Questa gente è rappresentata da una rete di amministratori locali, di cooperative, di organizzazioni sociali e imprenditoriali.

C’è gente che ci nasce e ci cresce e ci invecchia in quella rete, e per questo non fanno, in genere, sciocchezze clamorose. Però sono pericolosi, proprio perché pianificano con attenzione, e non conoscono confine tra pubblico e privato.

Recentemente, ho letto due articoli che dicono più o meno quanto ci sia da dire, a proposito della Sinistra Realmente Esistente.

Il primo si intitola Mps, la banca del Pd che nel 2012 è costata 3,9 miliardi agli italiani. Più dei tagli della riforma Fornero, ma in realtà è molto di più: è un quadro molto lucido del sistema di potere del Pd.

Nel secondo articolo, Pd, Lega, Verdini: i dolori di “avere una banca”. Il “leghismo rosso” a Mps traspare una certa spocchia liberista, ma l’autore ha chiaramente capito il sistema toscano e la questione del Monte dei Paschi.

Ma un terzo articolo, ci svela un altro mistero.

Il Monte dei Paschi di Siena è la Sinistra Realmente Esistente, come – in maniera diversa – Mediaset è la destra realmente esistente.

Il resto è fuffa, come le chiacchiere sui matrimoni gay o sulle opinioni di Silvio Berlusconi sul fascismo.

Bene, Huffington Post ci spiega perché Silvio Berlusconi evita di dare il colpo di grazia alla Sinistra, da cui pure afferma di aver liberato l’Italia.

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….ma gli HEADER ?

….non è che me ne freghi più di tanto delle “primarie”, ma tutta questa “fuffa” mediatica su:
< < Hanno scritto migliaia di mail !!! dobbiamo leggerle tutte.....forse son tutte uguali >>
…ma porca mariannina zoppa !!! Anche un brodo lesso come me conosce l’esistenza degli Header

SPIEGAZIONI 1

SPIEGAZIONI 2

SPIEGAZIONI 3

Ora che nel PD ci strapanino i “maroni” con Renzi e Bersani passi, ma anche sulle migliaia di mail inviate, fate una ricerca sugli header, guardate da dove arrivano, se non vanno bene mettetele nello SPAM…ma impiegate i mezzi di informazione cartacea in maniera più intelligente…..

:-P

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Prossime elezioni un programma interessante

Partito interessante, ma penso che con un programma così vanno da poche parti, quasi quasi li voto.
Della serie:
unirsi alle cause perse.

:-) ;-) :-)

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Da Vedere ASSOLUTAMENTE !!!!

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Video sindaco


:-)

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Firenze && Renzi

Faccio un inoltro da questo Blog
qua sotto l’incollo:

Matteo Renzi e la distruzione del Centro Storico di Firenze
Posted on 01/10/2012 by Miguel Martinez

A volte, capita qui di raccontare qualcosa sull’Oltrarno fiorentino, il quartiere in cui vivo, dalle parti di Borgo San Frediano e quindi non troppo vicino alla calamita turistica di Palazzo Pitti.

E’ un quartiere in cui si vive bene.

I turisti ci sono, ma non determinano la natura del quartiere. Sopravvivono ancora le piccole botteghe dei bronzisti, dei liutai, dei meccanici, dei pittori, degli informatici, dei fruttivendoli (dove la roba costa meno che al vicino supermercato), persino di qualche ciabattino.

Le case, create per irrazionale accumulazione storica e rigorosamente senza ascensori, sono scomode quanto basta per tenere accessibili i prezzi.

Accessibili anche agli stranieri: nessuno ci tiene di più al quartiere dei poeti americani, muratori albanesi o domestiche ucraine che ci vengono a vivere. E questo dovrebbe aiutare a riflettere in maniera meno superficiale su tutta la questione di identità e dintorni.

Ogni volta che esco di casa, mi capita di salutare almeno cinque persone che conosco, e mi sembra una buona media per una metropoli di mezzo milione di abitanti.

Non pensate che il resto di Firenze sia così.

Infatti, secondo i canoni dei nostri tempi, un quartiere del centro non deve essere fatto per viverci – per dormire, ci sono appositi abitacoli in periferia, dove di giorno non troverete nessuno.

Il Centro Storico deve essere una fabbrica di reddito, che pone una particolare aura – “la culla del Rinascimento”, ad esempio – addosso a un contenitore del tutto vuoto.

E infatti, il resto del centro di Firenze è in gran parte una rete di banche, negozi di moda e negozietti di souvenir made in China di giorno; di notte, organizzazioni ben strutturate gestiscono i pub crawl in cui giovani turisti e studenti statunitensi girano di locale in locale all’unico scopo di ubriacarsi.

Pensiamoci per un attimo, perché c’è una differenza fondamentale tra un quartiere, magari un po’ scalcagnato, che ha certo le sue attività economiche, ma si distingue per come ci vive la gente; e un quartiere che diventa solo una forma particolare di centro commerciale.

Così i grossi commercianti del quartiere si riuniscono sotto il seducente nome di Rive Gauche e lanciano un progetto.

Il progetto viene fatto proprio dal loro impiegato al comune, che poi è il sindaco: Matteo Renzi annuncia così ai fiorentini su Facebook (sì, su Facebook) quello che lui ha deciso.

Il meccanismo è interessante anche per chi non abita a Firenze, perché rivela la maniera in cui si può usare una proposta tecnica apparentemente innocua per cambiare una società.

Al centro della zona, c’è Piazza del Carmine, dove i residenti trovano uno dei pochi posti in cui possono parcheggiare nel centro storico.

Renzi propone, anzi ordina, di trasformare la piazza in un parcheggio sotterraneo.

Direte, cosa c’è di male?

Intanto, la chiave del progetto sta in un particolare: la piazza, attualmente chiusa di giorno al traffico dei non residenti, verrà aperta 24 ore su 24. Per permettere a tanto traffico di arrivarci, ovviamente, bisogna aprire al traffico continuo pure un bel pezzo delle stradine dell’Oltrarno.

Curiosamente, con il parcheggio sotterraneo, i posti macchina non aumenteranno: diminuiranno. Cioè, tre anni previsti di lavori e investimenti enormi, per avere meno di ciò che si aveva prima?

In realtà, si ottiene un risultato fondamentale: sostituire i residenti con un incessante ricambio di acquirenti di giorno, e di visitatori di locali la notte, tenuti in movimento proprio dallo sprone del biglietto che scade.

Certo, il progetto prevede 35 posti macchina in vendita ai residenti, per la modica cifra di 60.000 euro l’uno. Circa quanto i muratori che conosco io guadagnano in quattro anni.

Nel caso qualche lettore di questo blog intenda votare alle primarie del PD, tenga presente il modello di mondo che rappresenta Matteo Renzi. Ci saranno pure altri candidati…

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Meno male che gli italiani ridono

Magna che ti passa.

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Il nostro prossimo premier ?

Qua l’originale

Sotto un misero copia incolla. Dopo tutti questi anni di berlusca adesso questo fenomeno ci toccherà sorbirci ?

Renzi e la carta di credito della Provincia, ecco i documenti
Risposta, punto per punto, al comitato elettorale del sindaco di Firenze che smentiva l’inchiesta della Corte dei Conti sulle spese sostenute dalla Provincia di Firenze quando Renzi ne era il presidente
di Davide Vecchi | 22 settembre 2012
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Renzi e la carta di credito della Provincia, ecco i documenti

Più informazioni su: Corte dei Conti, Matteo Renzi, PD.

Matteo Renzi e il suo comitato elettorale, rappresentato da Sara Biagiotti, hanno smentito alcuni punti dell’inchiesta in corso da parte della Corte dei Conti sulle spese sostenute dalla Provincia di Firenze quando Renzi ne era presidente e riportata dal Fatto Quotidiano due giorni fa. Mettiamo a disposizione di Renzi e di Biagiotti la documentazione da noi sintetizzata nell’articolo, rispondendo punto per punto alle contestazioni.

“Non ho mai pasteggiato ad aragoste”, ha detto oggi Renzi al Corriere della Sera. Il 22 aprile 2008 la carta di Credito della Provincia (che usa il presidente) paga alle ore 01:01 PM un pranzo al Riva Restaurant on Navy Pier di Chicago: 4 aragoste, 2 sushi, 2 pepsi, una birra e 2 porzioni di gamberi fritti. Oltre allo scontrino, l’estratto conto della carta conferma che quel conto è stato saldato da Renzi in persona. Non basta? C’è una delibera della Provincia di Firenze del 12 Maggio 2008 in cui si legge: “Il sottoscritto Matteo Renzi (…) attesta sotto la propria responsabilità, che le spese delle fatture sottoelencate e che vengono inviate alla liquidazione dei competenti Uffici della Provincia, sono staate da me sostenuto nel corso di attività istituzionali e di rappresentanza”. Segue elenco di pranzi e cene. Con relativi scontrini.

Già, pranzi e cene. Il sindaco di Firenze sostiene di non aver mai messo piede in molti dei ristoranti citati nell’articolo. Lui lo dice e Biagiotti del comitato elettorale lo scrive. Abbiamo citato: Trattoria Garibaldi, Nannini Bar, Taverna Bronzino, Ristorante da Lino, pasticceria Capetti, trattoria I due G, Buca dell’Orafo, Ristorante Cibreo. Sia gli estratti conti della carta di credito di cui “titolare è Renzi Matteo” (si legge chiaramente nell’intestazione), sia le delibere che lo stesso Renzi ha presentato con la solita dicitura “il sottoscritto Matteo Renzi presidente della Provincia di Firenze attesta sotto la propria responsabilità”, sia gli scontrini attestano il contrario. Ce ne siamo dimenticati alcuni. Come il ristorante Gilli, il ristorante Sabatini, il ristorante Buca Lapi, la Piazzetta, il Perseus, la cantinetta Antinori e altri ancora. “Sono spese di tutta la giunta”, garantiscono Renzi e Biagiotti. Eppure in questi ristoranti le carte di credito usate sono solo quelle intestate a Renzi e quella di Andrea Barducci, ex numero due di Renzi e oggi presidente della Provincia di Firenze.

Il comitato elettorale, inoltre, scrive: “Il plafond di 10mila euro mensili delle carte di credito del presidente e del vice presidente non è mai stato raggiunto né tantomeno superato”. La delibera di liquidazione numero 5393 del 12 novembre 2007 scrive invece il contrario. E cioè: “Precisato che nel corso della missione istituzionale negli Stati Uniti svoltasi dal 2 all’8 novembre u.s. (…) la carta di credito aziendale (Amministrazione provinciale di Firenze) utilizzata abitualmente dal presidente della Provincia (…) è stata, nel corso della missione, momentaneamente bloccata a garanzia di un pagamento da parte di un Hotel a Boston, rendendo necessario per lo stesso Presidente provvedere a sostenere alcune contingenti spese di rappresentanza, per una somma complessiva di $ 4.106,56 pari ad euro 2.823,64 mediante la propria carta di credito personale”. Cifra che la Provincia rimborsa a Renzi.

Noi abbiamo cercato il sindaco, oggi candidato alle primarie del Pd, per avere delle risposte. Ma, ha detto a noi, e ribadito anche oggi al Corriere della Sera, che per lui “questa è una storia vecchia (…) La follia è che quelle spese le ho fatte mettere proprio io on line”. Lo sostiene anche Biagiotti: “Le spese sono tutte consultabili on line proprio per decisione del presidente Renzi”. Scontrini, estratti conto, ricevute e giustificativi di viaggi e trasferte non sono sul sito di Matteo Renzi né su quello della Provincia.

Video di Alessandro Madron

Certo è che magari abbiamo cercato male noi, ma ne siamo in possesso e le pubblichiamo quasi integralmente, ricordando che è in corso un’indagine della Corte dei Conti e della Guardia di Finanza su incarico del ministero del Tesoro, in merito a 20 milioni di euro spesi dalla Provincia guidata da Renzi. Lui, interpellato nel pomeriggio a Varese, ha affermato: “La vicenda non riguarda me”.

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Per il Signor Grillo…..

Per il Signor Grillo l’articolo citato in precedenza è decontestualizzato e non vero, scritto da stampa di regime, io dico che sostanzialemte non me ne frega una mazza, il Signor Grillo vorrebbe che per contestualizzare il suo intervento mi vedessi un video di ben 2.26.56,di uno che sbraita….. ma vai a c….e

:-P

p.s.
e….poi non capisco, il Signor Grillo è un comico, i suoi spettacoli sono improntati sulla denuncia sociale, però fà parte anche di un movimento politico… come mai devo pagare un biglietto per andare ad una manifestazione politica ?

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Questo è proprio da segnalare

Questo articoletto di Mazzetta è proprio da segnalare, visto gli starnazzamenti di questi giorni fra PD e Grillo

Mazzetta

Beppe Grillo spiega ai carabinieri come si menano i marocchini

Pubblicato il 2 settembre 2012

Ripescato da Daniele Sensi, ecco uno spezzone di uno spettacolo nel quale Grillo dice che i carabinieri sono dei coglioni quando commettono reati facendosi riprendere e spiega a loro e al pubblico la maniera corretta di menare “i marocchini”. Peccato che sia un reato, quello di menare i detenuti e i fermati, peccato che quella di Grillo sia istigazione a delinquere delle più evidenti, ma peccato soprattutto che il nuovo che avanza puzzi di qualunquismo razzista e criminale, esattamente come tutta l’estrema destra italiana che lo ha preceduto.

Il tutto al netto di quanto sia astuto lui, ad esibirsi in numeri del genere a favore di telecamere mentre elargisce patente di coglioni ai carabinieri, sostanzialmente per aver fatto lo stesso.

Identico anche il vittimismo frignone con il quale oggi si è detto oggetto di – non si è capito bene cosa, ma sembra un complotto- purissima scuola Belpietro. Manca solo il falso attentato o che alla prima multa che gli arriva, si dichiari un perseguitato.

P.s. Visto che molti dei fedeli di Grillo si sono già lamentati della mancanza di “contesto” (?) subdorando chissà che, ecco dove reperire il resto dello spettacolo LINK senza necessariamente acquistarlo. Dal minuto 51.20 qui.

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Il nuovo che avanza ?

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Matteo Renzi ha speso 20 milioni di euro da presidente della provincia. Pagati dal contribuente

Pranzi e cene in ristoranti di lusso, vacanze, viaggi in aereo, conti astronomici in bar e enoteche, pernottamenti costosi in alberghi, e ancora regali e spot in tv e sui giornali. Per un totale di ben 20 milioni di euro, tutti a spese del contribuente.
Nei cinque anni in cui è stato presidente della provincia di Firenze, dal 2004 al 2009, Matteo Renzi non si è fatto mancare proprio nulla. Il “rottamatore” del Pd non ha niente da invidiare a un qualsiasi Lusi o Belsito in quanto a gestione allegra dei soldi pubblici, con la differenza che Renzi oggi si è creato l’immagine di “moralizzatore” della politica.
Il vero “big bang”, però, sono le oltre 250 fatture che indicano le “spese di rappresentanza” sostenute dal presidente Matteo Renzi tramite utilizzo di carta di credito personale. Spese che la provincia ha liquidato e rimborsato, approvandone tutte le motivazioni.
Naturalmente non possiamo pubblicare tutte le fatture in un solo articolo, ma come primo “assaggio” possono bastare alcune chicche: i due viaggi in Usa nel 2007, con tanto di giornalista al seguito pagato dal contribuente, totalmente rimborsati dalla provincia. Dagli alberghi alle consumazioni nei bar: Renzi in totale spende 70.000 euro per i due viaggi “di rappresentanza”. E c’è pure una cifra “strana”, pari a 3.000 euro pagati con la carta di credito in un albergo di Boston, senza alcuna voce di spesa. Cosa può costare 3.000 euro, di notte, in un albergo?

Le spese in bar ed enoteche spesso sfiorano il clamoroso, con conti pari a 600 euro. Cosa berrà, Matteo Renzi, a spese del contribuente?

Anche negli Usa non era da meno

Per non parlare di ristoranti e trattorie. Ecco un piccolo assaggio solo del 2008

Ma i conti della provincia, sotto la gestione Renzi, saranno tutti limpidi e cristallini? Nient’affatto.
Per finanziare una manifestazione culturale come il “Genio fiorentino”, la provincia di Firenze guidata da Renzi spende in media 2 milioni di euro ogni anno: di questi, 707.000 euro finiranno nelle casse della Cult-er, associazione con sede legale presso uno studio di commercialisti a Prato ma totalmente priva di strutture. 100.000 euro finiranno pure nelle casse del giornale “La Nazione”.
Per parlare bene del Genio Fiorentino?

100.000 euro nel 2005 finiscono nelle casse di un ”Circo per la Pimpa, spettacolo dedicato al simpatico cane a pois dei fumetti, creato dalla penna di Francesco Tullio Altan, in occasione del trentesimo compleanno della Pimpa. Il ricavato è però inferiore alle attese. Parte dell’incasso avrebbe dovuto finire in beneficenza nelle casse dell’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, ma non se ne farà nulla.
Non sarebbe stato meglio, per la provincia, donare direttamente la somma all’ospedale?

E ancora: nel 2005 Matteo Renzi crea “Florence Multimedia”, società partecipata al 100% dalla provincia di Firenze e quindi controllate direttamente da lui. Contemporaneamente, smantella l’ufficio stampa della provincia, non sufficientemente idoneo a valorizzare l’immagine personale del “rottamatore”. La sede viene collocata in una struttura della provincia e data in locazione con un pagamento di un canone simbolico pari a 1.000 euro all’anno. Florence Multimedia diventa operativa nel 2006, nel 2007 le viene affidato anche l’ufficio stampa della provincia. Nel solo anno 2008 la provincia di Firenze bonificherà le casse di Florence Multimedia con ben 4 milioni 387mila 453 euro. Per cosa? Per diventare negli anni lo strumento di propaganda personale di Matteo Renzi, nonché il metodo per ingraziarsi giornali e tv locali: gran parte dei milioni di euro finiscono infatti nelle casse delle concessionarie di pubblicità dei giornali. Uno strumento talmente “ad personam” da essere smantellato “casualmente” alla fine della legislatura di Renzi.
Ma su questo la Corte dei Conti sta indagando.

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Nazi-stalinisti….

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I “rossobruni” della DDR
Posted on 15/08/2012 by Miguel Martinez

In questi giorni, rovistando tra bancarelle di libri, ho scoperto l’esistenza di un partito politico, nella vecchia DDR, che mi ha fatto riflettere sulla diversità di quel mondo.

“Partito politico” ovviamente non va inteso nel senso delle democrazie occidentali: era il governo a decidere cosa volessero i partiti e non viceversa, e il 25% dei seggi in parlamento erano riservati al SED, il partito nato dalla fusione dei socialisti e dei comunisti; il 15% a testa ai democristiani e ai liberali, già attivi nella Germania orientale prima che nascesse la DDR.

L’autorizzazione di un partito era soprattutto un messaggio a determinate categorie sociali e culturali e un riconoscimento della loro dignità, purché seguissero ovviamente in tutto e per tutto la linea del governo. Autorizzare un “partito democristiano”, ad esempio, voleva dire, “puoi essere un cristiano e un buon cittadino della DDR”.

Ora, uno dei partiti, la National-Demokratische Partei Deutschlands (NDPD), era rivolto esplicitamente alla vasta categoria dei nazionalisti tedeschi, dei profughi dall’Est (il 20% della popolazione del nuovo Stato), degli ex-combattenti e in particolare degli ex-membri del partito nazionalsocialista.

Nel primo periodo dell’occupazione, i sovietici avevano arrestato decine di migliaia di ex-nazisti, rinchiudendoli nelle strutture di Buchenwald e di Sachsenhausen che gli stessi nazisti avevano preparato per altri.

Ma il 26 febbraio del 1948, le autorità sovietiche avevano dichiarato ufficialmente terminata la “denazificazione” e chiusi tutti i procedimenti contro persone non colpevoli di concreti crimini di guerra o contro l’umanità.

Da Wikipedia – che cita come fonte un libro che non ho potuto leggere – scopro che Stalin avrebbe contemporaneamente dichiarato che bisognava “rimuovere la linea di separazione tra ex-nazisti e non nazisti”.

Il 22 marzo del 1948, i sovietici autorizzarono anche un quotidiano rivolto a questa area “nazionale” del pubblico – la National-Zeitung, che sarebbe uscito ogni giorno fino alla fine della DDR.

In uno dei suoi primi numeri, il nuovo quotidiano scrisse:

“Mentre in altre parti della Germania si gioca ancora con pesante determinazione alla denazificazione, nella Zona Est gli occhi possono vedere più chiaro, oggi un semplice ‘Pg.’ [Parteigenosse, membro del partito nazionalsocialista] non deve più guardarsi attorno intimidito, sentendosi come un paria“ (National-Zeitung del 25.3.1948, p. 1).

Il 25 maggio del 1948, i sovietici autorizzarono l’NDPD, un “gruppo di tedeschi che amano la patria“: lo stesso SED dichiarò che lo scopo del nuovo partito era di evitare che queste persone “dalle idee politicamente confuse” finissero per votare per i democristiani o i liberali.

Durante tutto il periodo della DDR, l’NDPD – che alla fine degli anni Ottanta aveva oltre 100.000 membri – poteva contare su un numero prestabilito di 52 deputati in parlamento.

Il fondatore del NDPD fu un ex-comunista, ma il suo successore, rimasto a dirigere il partito fino alla fine, fu un ex-membro dell’NSDAP ed ex-ufficiale dell’esercito, catturato dai sovietici a Stalingrado e subito incorporato nella Nationalkomitee Freies Deutschland, che nei propri stendari adottava i vecchi colori, nero, bianco e rosso, della Germania imperiale, al posto del nero, rosso, oro della repubblica di Weimar.

Politicamente, l’NDPD non si distingueva dai comunisti, sostenendo come tutti i partiti legali l’esproprio dei latifondi, le collettivazioni e la fluttuante politica sociale ed economica del governo. E possiamo immaginare che i dirigenti del partito non fossero diversi da tutti quelli, insieme conformisti e opportunisti, dei paesi del blocco sovietico.

Ma l’NDPD ebbe un ruolo importante nella costruzione simbolica della DDR, ad esempio facendovi entrare la tremenda “Battaglia dei popoli” (Völkerschlacht), cioè la grande vittoria contro Napoleone nel 1813 a Lipsia (ve la ricordavate, centomila morti in tre giorni, molti di più che nella battaglia di Anzio?).

Il NDPD si sciolse rapidamente dopo la fine della DDR, finendo per fondersi addirittura con il partito liberale.

Sarebbe interessante confrontare questa storia con quella dei movimenti neofascisti altrove, soprattutto in Italia.

In entrambi i casi, abbiamo l’interferenza di una potenza occupante. Sovietici nella DDR, statunitensi da noi, entrambi interessanti al controllo di una parte potenzialmente irrequieta della popolazione. Recuperata nel primo caso a “sinistra”, nel secondo a “destra”.

Ma il rapporto simbolico è rovesciato: in Italia, la palese presenza a tanti livelli di ex-fascisti veniva vissuto come una sorta di sporco segreto, di “mancata epurazione”; gli ex-fascisti dovevano quindi essere smascherati se diventavano democristiani conservatori e relegati nell’MSI, mentre allo stesso tempo l’MSI doveva vivere in una sorta di ghetto politico e morale. A destra, ci si vendica ancora oggi rimescolando nel lontanissimo passato fascista di Ingrao, di Giorgio Bocca o di Dario Fo.

Invece, nella DDR… nel 1952, il governo lanciò una vasta campagna contro la sudditanza della Germania dell’Ovest alla NATO e alle potenze occidentali.

L’NDPD contribuì a questa campagna con un “appello alla generazione tedesca che era stata al fronte durante la seconda guerra mondiale“: i 119 firmatari dell’apello scrissero, accanto al proprio nome e cognome, anche il proprio rango nella Wehrmacht, nelle SS, nella Hitler Jugend e altre organizzazione dell’epoca.

Posso immaginare che la scelta di non stigmatizzare i “reduci” sia stata aiutata dal rigore marxista della dirigenza della DDR.

In Occidente è prevalso uno stranissimo atteggiamento verso i reduci, che mescola almeno tre elementi teoricamente inconciliabili: fantasie cristiane su “colpa” e “innocenza”, svolazzi di provenienza psicoanalitica e una visione quasi razzista dell’immutabile malvagità di intere categorie di persone.

Nell’Europa sotto influenza sovietica, invece, ci si chiedeva – magari in modo un po’ ottuso e meccanico – semplicemente quali fossero gli interessi di classe reali delle persone, senza preoccuparsi troppo delle loro idee e senza demonizzazioni personali. Purché ovviamente rigassero molto dritto.

Pescata in rete, la foto dei fondatori del NDPD di Hermsdorf, un quartiere di Berlino. Un notevole campionario di umanità novecentesca, che sa di militanza, duro lavoro, vestiti di seconda mano e macchine per cucire costruite ingegnosamente in casa.

Una birra il sabato sera, pochi libri, ma densi e sfogliati con grande determinazione.

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Dai ’70 al nuovo millennio…..

Rivisitazione di vecchie parole d’ordine

;-)

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Sul movimento 5 stelle (abbastanza interessante)

Bounce di un articolo di due giorni fà abbastanza interessante sul Movimento 5 Stelle

Il grillo del signoraggio

Lunedì 28 Maggio 2012 23:00

di Ilvio Pannullo

La sbornia di Parma, dalle 17.15 di lunedì 21 maggio 2012 la Stalingrado grillina d’Italia, non accenna a smettere. Si è detto e scritto tanto, tantissimo, forse addirittura troppo, sul Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, ma quello che è certo riguarda soltanto il passato: il futuro è tutto da scrivere ed è già in cammino. Il successo elettorale, lontano dall’essere inaspettato e imprevedibile, ha galvanizzato i militanti, il popolo delle rete e tutti coloro che sperano in un cambiamento, in una nuova prospettiva, in futuro che sia migliore del tragico presente.

A chi osserva, a quanti apprezzano l’effetto ma mai voterebbero per il vate genovese, perché restii a concedere il proprio favore a chi urla da un palco, negandosi al tempo stesso ad ogni democratico confronto, non resta che sperare nell’onda d’urto, nell’effetto a catena che il Movimento 5 Stelle ha inesorabilmente innescato.

Il neo eletto sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, ha saputo vincere ed esultare, accendendo gli animi e la speranza. «É l’alba della Terza Repubblica», dice in versione Pifferaio di Hamelin, inseguito dalla stampa di mezzo globo e accolto ovunque dagli osanna dei suoi ragazzi. «É la svolta», gli fa eco Giovanni Favia, proconsole in Regione del Movimento. Adesso, però, viene il bello. O il brutto, dipendendo il giudizio finale da cosa concretamente verrà fatto.

Il partito anti-partito deve infatti fare subito i conti con il mostruoso debito del Comune, che alcune voci accreditano essere pari a 600 milioni di euro. A ciò si aggiunga il profondo rosso del Teatro Regio, stimato dai 7 ai 12 milioni di euro, e la clausola penale, pari a 180 milioni di euro, prevista nel contratto stipulato tra il Comune di Parma e la Iren Emilia s.p.a. e che andrà pagata, per cestinare quell’inceneritore tanto osteggiato in campagna elettorale. Problemi enormi per un tecnico informatico, eletto sindaco di una città che conta appena 200.000 anime.

Dal giorno della vittoria elettorale il titolo della società quotata “Iren Emilia”, con sede legale e direzione centrale a Reggio Emilia, non fa che andare giù: a preoccuparsi, oltre agli azionisti disperati, è l’intero settore dell’economia tradizionale. Grillo fa paura e a fare ancora più paura sono le idee veicolate dal Movimento di cui è il portavoce: democrazia diretta, controllo in tempo reale della corretta esecuzione del mandato elettorale, selezione meritocratica dei candidati sulla base delle esperienze e dei programmi.

E qui viene il bello: i programmi. Già, perché se è vero che Grillo è il leader del Movimento 5 Stelle, per il semplice motivo che è in grado di gridare nelle piazze – e su un blog seguitissimo – quello che decine di milioni di persone andavano discutendo in rete da anni, è vero anche che non ha inventato nulla: quel che dice Grillo viene scritto su milioni di pagine internet di tutto il globo, ogni giorno.

E’ inutile riepilogare i principi e gli obiettivi del Movimento 5 Stelle, ma i giornali tradizionali mentono sapendo di mentire quando parlano di “idee di Grillo” come se fossero il parto di un comico e nulla più di questo. Sono invece il parto di milioni di teste pensanti globali che da anni riflettono sulla crisi ambientale e sulla sovranità alimentare, sulla crisi energetica e sulle energie rinnovabili, sulla crisi economica e sulla sovranità monetaria: il frutto di un pensiero diffuso e ben consolidato che Grillo ha avuto il merito di portare al grande pubblico italiano. Come un megafono.

Sbagliano i partiti e i loro organi di potere ancillari a definire, più o meno direttamente, il genovese più famoso d’Italia come una testa di… In verità è una testa d’ariete, un Ulisse dei tempi moderni e il Movimento 5 Stelle una sorta di cavallo di Troia. Ciò che deve essere oggetto di discussione sono “i greci” al suo interno: i programmi, le idee di cui il Movimento si vuole fare portavoce e tra queste ve n’è una assai interessante.

Si è detto della situazione debitoria in cui versa il Comune di Parma. Un problema comune all’Italia, alla Grecia, all’intero ClubMed e – perché no? – all’intera area d’influenza angloamericana. In un momento di crisi, dove il sistema bancario, per rispondere ai criteri di capitalizzazione imposti dall’accordo Basilea 3, si permette di incamerare circa 1000 miliardi di euro emessi dalla Banca Centrale Europea al tasso dell’1%, per poi reinvestirli in titoli di Stato resi appetibili da rendimenti oscillanti tra il 5 e il 6%, il problema della moneta circolante è un problema da risolvere urgentemente.

Già, perché la moneta sta all’economia come il sangue sta all’organismo: è semplicemente essenziale. Se manca, l’organismo muore. La moneta può essere, però, esattamente come il sangue, buona o cattiva. Nel primo caso l’organismo sarà sano e vigoroso; nel secondo, per non essendo morto, sarà ciclicamente colpito da malanni più o meno gravi. Esattamente quello che sta accadendo alla nostra Europa.

L’idea, anche questa, non è nuova, ma per la prima volta potrebbe avere un’applicazione su larga scala: Parma potrebbe dotarsi di una propria «moneta». Ovviamente si tratta di un’imprecisione, di una semplificazione utile al giornalista per agevolare la comprensione e la diffusione dell’idea, ma invisa a ogni buon giurista. Dire “moneta locale”, infatti, significa dire falso nummario. L’idea di una moneta locale alternativa all’Euro è affascinante, ma perfeziona l’elemento tipico di un reato penale.

Chiunque legga gli articoli dal 453 al 466 del codice penale potrà infatti ben capire il perché nessun pubblico ufficiale, neanche il più illuminato, possa permettersi il lusso di parlare di moneta locale, ma solo di buoni sconto da spendersi tra persone fisiche e giuridiche liberamente affiliate ad un’associazione privata. E’ un problema più giuridico che economico, dunque molto noioso è poco interessante, ma se si pensa che è stato istituito un nucleo speciale in seno all’Arma dei Carabinieri – il Comando carabinieri antifalsificazione monetaria – gerarchicamente dipendente dalla Banca d’Italia, al di là della noia si capisce bene che un problema c’è.

Utilizzando una prospettiva economica, da intendersi qui con la “e” minuscola, quella della spesa al mercato (e non al super-mercato), delle bollette, delle piccole spese e delle piccole necessità quotidiane, oggi così difficili da soddisfare, è forse più utile guardare alla sostanza dei rapporti economici, che alla definizione giuridica del mezzo di scambio utilizzato tra i vari attori dell’economia locale. La notizia circolata negli ultimi giorni, infatti, riguarda i contatti (anzi le email, per usare il nuovo codice parmigian-grillista 2.0) tra lo staff di Pizzarotti e due economisti eretici dell’Università Bocconi: Massimo Amato, professore di storia economica, e Luca Fantacci, docente di storia, istituzioni e crisi del sistema finanziario.

La coppia di quarantenni ha messo a punto un progetto di valuta complementare all’euro. Secondo il Movimento sarebbe un sistema di credito cooperativo tra aziende per rafforzare il tessuto locale. In pratica un modo per mettere in scacco l’usurocrazia europea e lo strozzinaggio in atto ai danni dei “maiali” europei.

Questo sistema lungi dall’essere una chimera è già in vigore in molti paesi e, in alcuni di essi, su tutti Svizzera, Germania e Giappone, con risultati straordinari. In tutto il mondo si contano un totale di circa ottomila monete complementari, ma nessuno ne parla. Le valute alternative altro non sono che strumenti di scambio con cui è possibile scambiare beni e servizi affiancando il denaro ufficiale (rispetto al quale sono appunto complementari).

Solitamente le valute complementari non hanno corso legale e sono accettate su base volontaria: ciò contribuisce al loro aspetto identitario, cioè al loro identificare la comunità all’interno della quale sono usate alla stregua dei vantaggi di una tessera associativa. Il tutto ha il risultato di aumentare il potere economico dei soggetti che aderiscono al circuito, decidendo di accettare una parte del prezzo nella “moneta locale” che poi potranno a loro volta spendere presso gli altri soggetti -persone fisiche, professionisti, negozi e società – che partecipano al progetto.

Un sistema di valuta complementare è infatti accettato ed utilizzato all’interno di un gruppo, di una rete, di una comunità per facilitare e favorire lo scambio di merci, la circolazione di beni e servizi all’interno di quella rete sociale, rispetto al resto della comunità, in modo del tutto identico a quanto accade con la moneta avente corso forzoso.

Va da sé che se ad aderire al progetto di una “moneta locale” o, per facilitare i neo eletti sindaci a 5 stelle, a costituire un’associazione di diritto privato cui liberamente associarsi, è un Comune di 200.000 anime, l’effetto che si ottiene è semplicemente esponenziale. Basterebbe per il Comune limitarsi ad accettare una piccola parte di una qualsiasi tassa comunale – mettiamo, a titolo esemplificativo, il 10% della TAssa sui Rifiuti Solidi Urbani – per incentivare tutti i cittadini, tutti i negozianti e qualsivoglia operatore economico tenuto per legge al pagamento della T.A.R.S.U. ad iscriversi all’associazione di diritto privato di cui sopra. Il risultato che si otterrebbe sarebbe pari ad un aumento del potere di acquisto di ogni iscritto all’associazione, in una misura variabile a seconda degli sconti accettati dai singoli partecipanti.

Per comprendere le ragioni che danno vita ad un sistema di valuta complementare, è utile rifarsi al significato antico del denaro: un accordo all’interno di una comunità che accetta di utilizzare “qualcosa” come bene di scambio riconosciuto. Le valute complementari si collocano, dunque, come “sistemi di accordo” all’interno di una comunità e promuovono la pianificazione a lungo termine, stimolando i partecipanti al circuito ad investire in attività produttive connesse, piuttosto che nell’accumulo di denaro. Esse incoraggiano gli scambi e la cooperazione con la propria rete di aderenze, attraverso la circolazione del bene di scambio a cui, solitamente, viene attribuito un valore etico ed ideale. Questo perché l’economia può essere etica solo se lo è anche il mezzo. In Italia un esempio già c’è: lo SCEC, acronimo di “Solidarietà ChE Cammina”. Un mondo diverso è dunque possibile. A Parma, ma anche altrove. Basta crederci.

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Ci sono troppi interessi….

La Tav fa acqua dappertutto

di Mariavittoria Orsolato

Su La Stampa dello scorso sabato, il parlamentare Pd Stefano Esposito ha pubblicamente manifestato le sue riserve sulle capacità e i titoli dei 360 accademici che a febbraio hanno firmato l’appello al premier Monti per riconsiderare il progetto dell’Alta Velocità. Secondo Esposito – noto alle cronache per la proposta di non rinnovare la tessera del Partito Democratico a chi si fosse opposto alla TAV- il campione non è assolutamente rappresentativo, né competente in materia di ferrovie: “Soltanto il 14% svolge attività accademiche attinenti alla realizzazione della Torino-Lione e comunque si tratta appena dello 0,17% del totale degli accademici italiani accreditati al ministero”.

Probabilmente l’uscita del parlamentare Pd era solo un tentativo di fare pubblicità al suo libro – il controverso Tav Si, scritto a quattro mani con Mario Foietta e contestato duramente al salone del libro di Torino – dal momento che, stando al suo diploma di istituto magistrale, lui stesso non avrebbe né i titoli, né le competenze adeguate per parlare con cognizione di causa della Tav. Figurarsi scriverci un intero libro.

Ma non sottilizziamo, il livello scolastico spesso non è indicativo del valore di una persona ed era lo stesso Leonardo Da Vinci a dire che la sapienza è figlia dell’esperienza. Purtroppo però Stefano Esposito pare mancare anche di questa. L’Alta Velocità in Italia infatti non è nata con la Torino-Lione e sono già diverse le tratte completate: ogni singolo progetto ha avuto esternalità negative ma in nome del “progresso” si è comunque deciso di tirare dritto e di ignorare ciò che le precedenti esperienze avevano insegnato.

Per quanto riguarda le ricadute della TAV sul sistema idrogeologico del territorio, l’esperienza del Mugello è certamente paradigmatica. I lavori per la tratta Bologna-Firenze hanno lasciato dietro di sè 57 km di torrenti che in estate sono un deserto di sassi, 73 sorgenti e 45 pozzi prosciugati, cinque acquedotti oggi riforniti con un costosissimo sistema di ripompaggio a monte, e una delle gallerie ha fatto persino scomparire un intero fiume.

Un vero e proprio disastro ambientale, valutato in 174 milioni di euro dai consulenti della Procura di Firenze all’interno del processo che ha visto imputate 59 persone – tutte clamorosamente assolte in appello lo scorso giugno – fra dirigenti dell’impresa Cavet a cui sono stati affidati i lavori, imprenditori, proprietari di discariche e trasportatori.

Il futuro della valle di Susa non si prospetta certo più roseo. In primo luogo perchè le montagne sono più alte, con cumuli e pressioni maggiori, poi perché il Piccolo ed il Grande Moncenisio sono costituiti prevalentemente da gessi che hanno creato enormi inghiottitoi carsici. Tutta la montagna ospita laghi fossili sotterranei, il più superficiale dei quali (16 milioni di metri cubi d’acqua) fu intercettato a Venaus dai lavori della centrale di Pont Ventoux, che penetrarono nella montagna per meno di un chilometro. La rete idrica del gruppo del Moncenisio é quindi estesissima e connessa: i traccianti gettati nel 1970 nella grotta del Giasset, uscirono pressoché dovunque solo dopo due settimane, a conferma che avevano attraversato grandi laghi sotterranei.

A confermare i dubbi e i timori degli attivisti No Tav e dei valsusini in generale, negli anni si sono susseguiti diversi rapporti, studi e stime di danno, primo tra tutti il cosiddetto rapporto COWI del 2006, redatto per conto della Commissaria europea De Palacio. Nonostante la committente fosse la stessa Commissaria europea per la costruzione di questa linea, gli esperti da lei interpellati non hanno potuto omettere che il solo tunnel di base drenerà da 60 a 125 milioni di metri cubi di acqua all’anno, una cifra che corrisponde al fabbisogno idrico di una citta? con un milione di abitanti.

Dal momento che l’acqua drenata é riversata nei fiumi, è possibile che a una certa distanza a valle del tunnel, lo scorrimento su un periodo di un anno non subisca influssi di rilievo, almeno per quanto riguarda la portata. Almeno, perché le risorse idriche catturate all’interno della montagna e drenate direttamente all’esterno, saranno calde e con concentrazioni di solfati ben oltre i limiti accettabili per essere immessi nei corsi d’acqua, col risultato che i fiumi sarebbero sì pieni d’acqua ma irrimediabilmente inquinati.

Per le zone situate a monte delle estremità del tunnel, la portata totale delle acque di superficie, e in particolare il flusso minimo annuo, potrebbe invece essere pesantemente modificata e quindi la ripartizione fra acque di superficie e sotterranee potrebbe cambiare radicalmente. Un problema non da poco, visto che l’acqua è un elemento primario e imprescindibile per tutta una serie di attività: dall’acqua corrente nelle case all’irrigazione dei campi, dal buon funzionamento del sistema fognario alla produzione di energia.

La sottrazione di enormi quantitativi di acqua al gruppo del Moncenisio e dellAmbin avrà infatti inevitabili effetti anche sull’alimentazione del lago del Moncenisio. Il lago attuale alimenta una centrale da 360 MW in Francia e da 240 MW in Italia. Se il deficit indotto fosse di 25 milioni di metri cubi, in termini energetici questi significherebbero la perdita di circa 150 milioni di Kwh di energia di punta che andrebbero messi anch’essi tra i danni causati dal progetto.

C’è poi da dire che i precedenti grandi lavori hanno già inciso in modo drammatico sulle sorgenti della Valle di Susa: il raddoppio della ferrovia Torino-Modane, ha provocato la scomparsa di 13 sorgenti nel territorio di Gravere e di 11 nella zona di Mattie.

Le gallerie dell’autostrada tra Exilles e la val Cenischia hanno fatto scomparire 16 sorgenti delle frazioni di Exilles, oltre ad alcune altre in altre località. I lavori della centrale di Pont Ventoux, per una galleria di soli due metri di diametro, hanno prosciugato il rio Pontet, 2 sorgenti a Venaus, 2 a Giaglione, una decina in territorio di Salbertrand, tra cui quella che alimentava l’acquedotto di Eclause.

L’esperienza inevitabilmente insegna e non tenere conto di quanto già accaduto non è solo un atteggiamento miope, ma in questo caso volutamente lesivo. Nella sua sintesi sulla crisi mondiale dell’acqua e sull’iniziativa di cartellizzare l’acqua del mondo, Maude Barlow ha usato l’espressione “oro blu”, una risorsa vitale che assume sempre più le caratteristiche del petrolio, l’oro nero per cui si è combattuto e si continua a combattere, in spregio alle perdite umane.

Alcune stime indicano che nei prossimi anni l’acqua avrà un giro d’affari del valore di centinaia di miliardi di euro e questa tendenza è legata soprattutto alla privatizzazione della sua distribuzione che, in particolare in Europa, sta diventando normalità. E, alla luce di questo, prosciugare la Val di Susa come si è già fatto col Mugello non è altro che un business nel business.

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Bellissimo

Da qua
ma non solo anche da altre
parti

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Povere bestie

Se lasciassero liberi questo “poveri” animali nel parlamento italiano farebbero una brutta fine


;-)

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Governo dei Tecnocrati

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Ma che palle…

Che palle siamo nel 21° secolo e questi giocano ancora a Risiko .

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di Michele Paris

Ultimato alle Hawaii il vertice APEC (Cooperazione Economica dell’Asia e del Pacifico), il presidente americano Barack Obama è atterrato mercoledì in Australia per una visita destinata a cementare la partnership militare tra i due paesi alleati in funzione anti-cinese. In occasione dell’incontro tra l’inquilino della Casa Bianca e il primo ministro, Julia Gillard, è stato festeggiato il 60esimo anniversario dell’alleanza militare tripartita tra USA, Australia e Nuova Zelanda (ANZUS) e, soprattutto, è stato dato l’annuncio ufficiale del prossimo dispiegamento di truppe militari americane sul suolo australiano.

In una conferenza stampa congiunta nella capitale, Canberra, Obama e il premier laburista Gillard hanno presentato il progetto di collaborazione che prevede, a partire dal prossimo anno, la presenza di circa 250 marines americani in una base di Darwin, nel nord dell’Australia. Il numero dei militari a stelle e strisce potrebbe salire fino a 2.500 nei prossimi cinque anni. Inoltre, secondo l’accordo bilaterale, l’Australia ospiterà a rotazione un certo numero di aerei da guerra statunitensi e viceversa.

Il patto tra i due paesi non si tradurrà nella creazione di una base americana stabile in Australia ma permetterà ai militari USA di avere più rapido accesso a un’area cruciale del sud-est asiatico come quella del Mar Cinese Meridionale. Dal nord dell’Australia è infatti più agevole raggiungere questa regione che dalle basi americane situate in Giappone e in Corea del Sud. In realtà, gli Stati Uniti dispongono già di una base in territorio australiano, quella dell’intelligence a Pine Gap, nel centro del paese, condivisa con i colleghi locali.

Questa iniziativa di Washington in Australia fa parte di una più ampia strategia, destinata a riproporre una massiccia presenza americana in Estremo Oriente e nell’Oceano Pacifico, adottata dall’amministrazione Obama fin dall’indomani del suo insediamento nel gennaio 2009. Quest’area è giudicata dagli USA come cruciale per i propri interessi strategici, da difendere contenendo a tutti i costi la crescente espansione dell’influenza cinese.

Dal Mar Cinese Meridionale transitano alcune delle rotte commerciali più cruciali e trafficate di tutto il pianeta e, come se non bastasse, non solo al di sotto di questi fondali ci sono ingenti risorse petrolifere non ancora esplorate, ma i confini delle acque territoriali e alcune isole sono aspramente contese tra Pechino e paesi come Filippine e Vietnam. Su queste rivendicazioni gli Stati Uniti hanno da qualche tempo fatto sentire la loro voce, sostenendo la necessità di trovare una soluzione mediata dalla comunità internazionale, laddove Pechino predilige invece la strada di accordi bilaterali senza interferenze esterne.

Il ritorno della regione estremo orientale al centro degli interessi americani è stata ribadita ieri da Obama a Canberra con un tono di minaccia nemmeno troppo velato. Per il presidente democratico, USA e Australia sono “due nazioni del Pacifico” e la sua visita nella regione serve a chiarire che “gli Stati Uniti stanno aumentando il loro impegno verso l’intera area dell’Asia e del Pacifico”. Alle iniziative americane di questi giorni la Cina ha risposto duramente, bollando il prossimo dispiegamento di soldati USA in Australia come “una mossa inopportuna” che “potrebbe contrastare con gli interessi dei paesi della regione”, come ha affermato il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Liu Weimin.

Obama, da parte sua, sostiene che la presenza statunitense nella regione non deve essere interpretata in un’ottica anti-cinese e che, anzi, Washington vede con favore la crescita di Pechino e gli sforzi per affrancare dalla povertà centinaia di milioni di cinesi. In realtà, com’è evidente, tutta la strategia degli USA in Asia orientale è guidata precisamente dalla necessità di fronteggiare l’espansionismo e la competizione cinese sui mercati della regione.

Tutt’al più, gli Stati Uniti sono interessati alla crescita del mercato interno cinese, come destinazione del proprio export, e all’apertura del paese alla penetrazione ancora più sostenuta dei capitali americani. In questo senso vanno interpretati i continui appelli – ripetuti da Obama e Julia Gillard mercoledì a Canberra – per una Cina che “rispetti le regole del gioco” sullo scacchiere globale.

L’atteggiamento complessivamente più aggressivo di Washington nei confronti della Cina è ora dettato anche da esigenze di politica interna. A un anno dalle elezioni presidenziali, Obama è pressato da quasi tutti i candidati repubblicani alla Casa Bianca, che l’accusano di essere troppo tenero verso Pechino e chiedono misure punitive, ad esempio, sulle questioni del mancato rispetto della proprietà intellettuale e della svalutazione artificiosa della valuta cinese per favorire le esportazioni.

Anche per questo, nel recente summit dell’APEC alle Hawaii, l’amministrazione Obama ha cercato così di adoperarsi per rafforzare l’area di libero scambio trans-pacifica (Tran-Pacific Partnership, TPP) – formata da Brunei, Cile, Nuova Zelanda, Singapore, Australia, Malaysia, Perù, Vietnam e Stati Uniti – da cui la Cina continua significativamente ad essere esclusa. Proprio durante il vertice di Honolulu, il Segretario di Stato, Hillary Clinton, ha tenuto un discorso nel quale ha ripetuto come la creazione di un sistema di relazioni tra il proprio paese e l’area Asia-Pacifico sia diventata una priorità americana fin dal 2009.

Lo stesso messaggio è stato trasmesso, a Pechino così come agli alleati americani nella regione, anche dal Segretario alla Difesa, Leon Panetta, nel corso di un suo recente tour asiatico. Il numero uno del Pentagono ha escluso che i possibili futuri tagli al bilancio della Difesa porteranno a una diminuita presenza americana in Asia orientale. Questo riallineamento degli obiettivi strategici degli Stati Uniti, come ha fatto notare qualche giorno fa il consigliere di Obama per la sicurezza nazionale, Thomas Donilon, è anche il risultato della presa di coscienza che le guerre in Iraq e Afghanistan hanno nel recente passato distolto l’attenzione americana dall’Estremo Oriente, a tutto vantaggio degli interessi cinesi.

Pechino ha effettivamente costruito intensi rapporti soprattutto commerciali con i paesi del sud-est asiatico in questi anni di crescita impetuosa. Inoltre, le preoccupazioni degli USA sarebbero causate dalla presunta corsa agli armamenti da parte della Cina, anche se il budget militare di quest’ultima rimane tuttora una frazione di quello, colossale, del Pentagono.

In ogni caso, molti dei paesi oggi economicamente dipendenti dalla Cina sono alla ricerca di legami più stretti con Washington, così da bilanciare l’influenza del potente vicino settentrionale. Alcuni sono peraltro alleati storici degli USA, mentre altri – come il Myanmar – solo ora stanno mostrando aperture strategiche verso l’Occidente. Gli Stati Uniti, da parte loro, cercano di sfruttare ogni occasione per schierarsi al fianco di questi stessi paesi, spesso alimentando le divergenze tra di essi e Pechino. La più recente disputa in questo senso è stata registrata proprio questa settimana, quando la Cina ha emesso una nota di protesta ufficiale verso un progetto di esplorazione delle Filippine in un’area contesa al largo delle coste di quest’ultimo paese.

A ulteriore conferma dell’importanza che gli americani attribuiscono a quest’area del pianeta, dopo la visita in Australia, Barack Obama si recherà a Bali, in Indonesia. Il 19 novembre, qui andrà in scena infatti il sesto Summit dell’Asia Orientale (EAS), un forum annuale dei leader di 16 paesi della regione che verrà allargato quest’anno anche a Russia e Stati Uniti e al quale, per la prima volta, parteciperà in prima persona un presidente americano in carica.

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Sempre meglio del Circo Equestre ?

Ci penso, e in fondo penso che questo articolo qua sotto tutti i torti non li ha, un pochino mi sento preso per le mele, comunque meglio del Circo Equestre precedente “forse”

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Ma non vi sentite presi per il sedere?

E’ raro che mi lanci in ardite analisi politiche, quindi perdonatemi la rozzezza. Ma di fronte al clima di questi giorni rimango basito. Dovrei essere contento? E di che? Intendiamoci, sono contento di non avere più Berlusconi e i suoi al governo di questo Paese, ma non siamo stati noi, e intendo noi cittadini, a farlo andare via. Sono stati i poteri forti, la Bce, le banche, la Confindustria, preoccupati per il loro futuro, mica per il nostro. E B. si è dimesso. Non è stato sconfitto alle elezioni, piegato dalle opposizioni. E’ stato sconfitto dalla piazza, sì, ma da Piazza Affari. E questa è la prima cosa che non mi rende felice, perché non avendo sconfitto politicamente Berlusconi ci rimane il berlusconismo, e ci rimarrà per un pezzo. Senza contare che finché gli rimarrà fiato, quello starà lì dietro le quinte a forcare e brigare.

E poi, questo nuovo governo… Ora, intendiamoci, mi sembra fatto tutto di brave persone. Monti, per dire, somiglia sputato a un mio zio buonanima, onestissimo, cattolicissimo e reazionario come pochi. Mi piaceva andare a pranzo da lui e sentire racconti di guerra, ma non l’avrei mai messo a capo del mio Paese. Sicuramente lo zio non avrebbe rubato, sicuramente sarebbe stato sobrio e moderato, ma era uno di quelli che se sentiva parlare di sindacato e diritti dei lavoratori andava a prendere la doppietta in cantina. E poi, ‘sta storia della sobrietà. Ma vi pare che sia per forza un pregio? A parte che la mia stessa vita non è un esempio di morigeratezza, adoro poeti e scrittori che hanno passato la loro vita fatti o sbronzi, mentre conosco un sacco di morigerati e sobri che non hanno mai combinato un cazzo in vita loro. Ve la dico tutta, a me delle orge del Berlusca non me ne sarebbe fregato niente se tra una trombata e l’altra non fossero avvenuti scambi d’affari e di nomine. O se la sicurezza della papi girl non fosse stata affidata a gente pagata dallo stato, quindi da noi. Poi, certo, avrei condannato ugualmente la sua visione della donna, soprattutto se, come mister B. ha fatto, avesse cercato di imporla anche a noi, ma non sono mai stato la coscienza di nessuno. Guardate, e qui vado proprio ancora più terra terra, a proposito di sobrietà, giuro che non me ne frega niente se il nuovo Presidente del Consiglio non farà più cucù o le corna durante i consessi internazionali. Mica mi sono mai vergognato per i gesti di Berlusconi. Problemi suoi. Mi vergognavo di più, per dire, del fatto che anche quelli che stavano belli impettiti di fronte all’obbiettivo poi mandavano le truppe a bombardare anche a nome mio. E sono convinto che, mister Obaaaaama o meno, anche Monti, se dovrà, premerà il metaforico pulsante rosso.

Ok, Monti è morigerato e ha più stile, uno stile Facis direi, ma come lo vede il mondo? Io una vaga idea ce l’ho, perché vi devo confessare un’altra cosa assolutamente scorretta di questi tempi: per quelli come me, la mentalità bocconiana è sempre stata il nemico, né più né meno di quella berlusconiana. Non che non ci fossero degli studenti della Bocconi che scendevano in piazza con noi quando avevo i peli neri nella barba, ma noi credevamo che la Bocconi fosse il luogo dove si sarebbe formata la nuova classe dirigente, dove sarebbero cresciuti i nuovi padroni. E quindi sento un brivido nel vedere questa compagine targata Bocconi e Cattolica che da adesso ci governa perché – cazzo – avevamo ragione.

Comunque questi banchieri, manager, ammiragli e prefetti (tutta brava gente, eh!) risaneranno il Paese tenendo sotto controllo i pericolosi estremismi della destra populista incarnata da Berlusconi, le spinte indipendentiste (diciamo così) della Lega, e la povera sinistra frantumata, costretta ad applaudire chi gli sta scavando la fossa. Lo faranno mantenendo un sobrio equilibrio tra quanto verrà succhiato ai poveri cristi e quanto verrà chiesto ai benestanti e ai ricchi, ma senza mettere in discussione la necessità che i poveri cristi ci siano per far andare avanti la macchina. Lo faranno con la benedizione del Vaticano, della finanza internazionale e di quella roba vaga che siamo soliti chiamare “i poteri forti”. Ebbene… non vi ricorda qualcosa questo stile di governo? Qualcosa di spiacevole? Non vi ricorda quella famosa balena bianca da cui abbiamo cercato di liberarci per quarant’anni e che diceva che senza di lei ci sarebbe stato il crollo, l’apocalisse, il golpe o la rivoluzione bolscevica? E che adesso è tornata. Nuova, potente, ripulita, rifondata. Una DC 2.O., una Dc Ultimates, come direbbe chi ama i fumetti.

Insomma, dalla Dc a Berlusconi, da Berlusconi alla Dc, senza nemmeno aver provato una vaga possibilità di alternativa. E ci dicono che dovremmo essere contenti, perché lo spread scenderà, anche se non di botto, come ci avevano pronosticato (chi diceva che le dimissioni di Berlusconi valevano duecento punti?).

Non vi sentite leggermente presi per il sedere?

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Un pò

staremo a vedere

:-(

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Monti

da questo blog

S’i fosse Monti
Giorgio Gilestro, 12 Novembre 2011

Si sa che la gente dà buoni consigli quando non può più dare il cattivo esempio. Di cattivi esempi ne abbiamo avuti a carrettate negli anni passati e ora è il momento storico dei buoni consigli. Si sprecano gli editoriali sui giornali in cui in tanti si sentono in dovere di indicare a Monti quali passi fare. Lo faccio anche io, sentendomi moralmente giustificato dal fatto che darò consigli che vanno un po’ fuori dai cori.

Mettendo da parte chi pensa che si debba andare ad elezioni anticipate, che mi sembra a naso una minoranza, direi che tutti gli altri siano divisi su due fronti: dare ascolto alla BCE, abbassando la testa e cedendo l’onore, o mettere in moto l’italica creatività per spuntare qualche riformetta alternativa di quelle che tanto ci piacciono?

Io proverei a fare un passo indietro. Mi sembra chiaro che la crisi in corso sia una crisi dai fondamenti politici, quanto se non più che finanziari. Non a caso, la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha iniziato l’emorragia di spread è stata versata agli inizi di luglio, in diretta concomitanza con gli eventi giudiziari di Marco Milanese.

Di fronte all’esplosione della bomba sui mercati di quei giorni, la classe dirigente italiana s’è svegliata presa dai turchi e ha risposto con attesa e tutt’altro che sorprendente inadeguatezza. Il governo ha cercato di partorire una manovra di salvataggio che nell’ipotesi migliore avrebbe dovuto essere tremontiana (lacrime e sangue) ma che si è invece rivelata tarantiniana (sangue e merda). L’opposizione s’è ben guardata dal partorire qualsiasi controproposta e si è limitata ad aumentare la frequenza con cui chiedeva la dimissioni di Berlusconi. La descrizione migliore al proposito l’ha data, come spesso accade, Spinoza.it dichiarando “Bersani in aula chiede le dimissioni di Berlusconi. Se gli premi il petto dice anche altre frasi.”

Non mi dilungherò a dare esempi di quanto incapace o impotente sia la classe dirigente perché sennò finiamo domani mattina. Lo darò per scontato e darò per scontato che è facile capire, per il lettore, che il signor investitore si sia un po’ rotto i cosiddetti di prestar soldi ad un paese che è governato in questo modo.

Assodato quindi che la crisi politica è importante quanto – se non di più – di quella finanziaria, la conseguenza è una sola. I provvedimenti del governo tecnico devono mirare ad aggiustare la politica, quanto se non prima della finanza. Mettiamo l’ipotesi che Monti, aiutato dallo spirito santo, riesca a metter mano alle riforme che tutti auspichiamo: aggiustare il mercato del lavoro, liberalizzare le professioni, dare una stretta alle pensioni e magari già che c’è dare una bottarella all’università. Le probabilità che riesca a trovare il consenso politico per fare bene anche solo una di queste cose sono secondo me infinitesimali, soprattutto perché anche l’opinione pubblica è divisa su questi argomenti e il parlamento avrebbe vita facile a fare broncetto e girarsi dall’altro lato. Ma ragioniamo per assurdo. Se ci riuscisse, cosa succederebbe una volta dismesso il governo tecnico? Tornerebbero gli stessi baluscia a far manbassa, dividendo il loro tempo tra il danno e l’inazione. E saremmo punto e a capo.

A mio avviso quindi sarebbe estremamente più facile concentrarsi su quelle riforme che non solo sono ben viste quasi all’unanimità dai cittadini italiani e che per questo danno a Monti maggior leva politica, ma che alla fine dei conti sarebbero pure più utili sul lungo termine. Alcuni esempi:

1. Ridurre il numero dei parlamentari – e già che ci siamo dare una sfoltitina al trattamento economico, dall’indennità al vitalizio. Aumenterrebbe la competizione interna ai partiti e ridurrebbe il fenomeno del parlamentare di pezza.

2. Cambiare la legge elettorale. Niente da aggiungere.

3. Iniziare a tagliare il cordone che lega la politica all’informazione perché non ci può essere buona politica in un paese in cui l’informazione non fa il proprio mestiere. Abbiamo bisogno di cani da guardia, non cagnolini da salotto. Questo andrebbe fatto partendo dai sussidi alla carta stampa e finendo alla depoliticizzazione della RAI (privatizzare la RAI tout court sarebbe probabilmente difficile; è passato troppo tempo dal 95).

Sono tre riforme che la maggioranza degli italiani approverebbe volentieri e sarebbe ben facile per Monti portare in piazza una bella fiumana di indignados nel caso in cui il parlamento facesse le bizze. A giudicare dagli sputazzi in faccia che s’è preso Pannella qualche settimana fa, il clima da forca cresce ed è propiziatorio. Ben diverso sarebbe se invece Monti si impuntasse sull’articolo 18 o sulle pensioni, perché quello è campo in cui i demagoghi hanno gioco facile. Inoltre sono tre riforme che aiuterebbero il paese ad avere una classe politica un pelino migliore al prossimo giro, cosa di cui abbiamo bisogno come il pane.

S’i fosse Monti, metterei questi tre punti in alto alle priorità. E voi?

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