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Articolo non così strano
Rimbalzo questo articolo I dieci ComandaMonti a cura del Maso Otelma, sembra satira, ma in fondo rispecchia la realtà.
I dieci ComandaMonti a cura del Maso Otelma
di Danilo Masotti | 22 aprile 2013
Dopo aver letto i miei libri profetici Umarells (2007) e Ci meritiamo tutto, il regista Adam Selo dice che sono un visionario. Macché. Evidentemente mi sopravvaluta. Adam, mi limito solo ad osservare quello che accade cercando di farmi condizionare il meno possibile dalle varie tifoserie popolari animate da acriticità, rancori, livori e invidie nei confronti di sconosciuti di cui ora mi va di scrivere. Dopo il trionfo di Napolitano (a cui auguro di sopravvivere biologicamente il più a lungo possibile) ecco una visione un tanto al chilo non richiesta da nessuno di quello che potrebbe succedere nei prossimi mesi, un sogno che ho fatto stanotte, complice la pizza napolitana che si muoveva come un gatto nel mio stomaco:
1) PD, PDL e MONTI faranno legge elettorale ANTIGRILLO
2) Una volta che la nazione avrà un governo, lo spread tornerà a salire e i mercati bacchetteranno la nazione. Sentiremo spesso dire parole tipo: Cipro, Grecia e Portogallo
3) Ci sarà una niù entri nel cleb delle pezze al culo: la Slovenia. Sarà #allertaslovenia e tutti alle macchinette del caffè o nei uichend a Milano Marittima a dire la parola Slovenia
4) A causa dell’eccesso di lavori inutili (c’è ancora troppo lavoro) molte aziende chiuderanno. Quelle che hanno ancora qualcosa da vendere, sposteranno la loro produzione in Busdalkulistan, nuova frontiera del lò cost
5) Non ci sarà crescita, ma nemmeno decrescita, le spiagge saranno affollate e ci si lamenterà del caldo e delle spiagge che sono meno affollate del 2012, ma più del 1948 anno politico di riferimento dei contemporanei
6) Si va alle elezioni in autunno (se non prima) e trionfa Berlusconi come vuole la prassi, così governa tranquillo, non va in carcere, il PD fa finta di opporsi e sono/siamo tutti felici
7) Finiranno le ore di cassa integrazione, mobilità e inizierà un po’ di vera disoccupazione, di quella già nota a cocopro senza cococpro ed esercito delle partite iva vere e finte
8) Seguirà prelievo fiscale sui depositi delle famiglie italiane (anche sui singol eh) per sostenere cassa integrazione e altri ammortizzatori sociali
9) Arriverà un’ondata di crisi leggermente più percepibile di quella a cui siamo già abituati
10) La gente (forse) si incazzerà
Questa potrebbe essere la rodmapp dei prossimi mesi, ma non garantisco nulla, non rimaneteci male se non andrà così bene come ho cercato di prevedere. Comunque giovedì è il 25 aprile e molti faranno il ponte dimenticando tutto quello che è accaduto nel fine settimana. I gatti continueranno ad essere postati su fesibuc e su tuitter i giornalisti difenderanno l’operato dei i partiti e del nuovo presidente della repubblica, Report ci rivelerà scomode verità e il giorno dopo, chi può, andrà a lavorare come se niente fosse in attesa di un’altra puntata. I mercati, come da usanza europea, decideranno cosa dobbiamo fare, ma con molta calma e quotidiana somministrazione di insulina di paura al popolo. Più avanti, forse ci troveremo di fronte a uno scenario greco o sudamericano. Però con la nebbia.
Considerazioni sull’heliskiing in ambiente appenninico
Premesso che:
1) considero che la montagna è un luogo aperto e perciò tutti sono liberi di andarci come meglio credono.
2) sono abbastanza contrario all’heliski.
Dopo aver visto questo video girato sul Monte Rondinaio nell’Appennino tosco-emiliano, un luogo estremamente facile da raggiungere, mi sento in dovere di fare qualche considerazione ed apprezzamento sul video e l’attività lì descritta.
Sicuramente le persone coinvolte in questo video si sono divertite, e per questo son contento per loro, ma quello che mi stupisce di più è la presenza di una Guida Alpina (certificata UIIA), che si vede in quel video.
Capisco che, il lavoro è lavoro, e se questa guida ha trovato quattro o cinque “gonzi” con cui guadagnare la pagnotta, niente da ridire, però vista la locazione dell’attività in questione devo dire che forse poteva proporre una uscita in ambiente quantomeno meno antropizzato e veramente più difficile da raggiungere.
Capisco e tollero l’helisking se fatto in luoghi tipo British Columbia o Alaska, ma in un posto dove ci arrivano le famiglie con gli scarponcini da trekking anche in inverno, mi pare che sia veramente una forzatura, anzi l’heliskiing de’ noartri.
Insomma non ho la fortuna di conoscere questa guida ma quello che mi domando è…..i moduli del corso guida includono anche considerazioni ambientali ed etiche ? A quanto pare no….o meglio forse si, ma la considerazione che devo trarre da questo video è sempre la solita “BUSINESS IS BUSINNES !!!”.
Capisco che fare la Guida Alpina in regioni come la Toscana e l’ Emilia-Romagna sia dura, ma un minimo di discernimento sulle attività da proporre ai clienti si richiederebbe, soprattutto dopo che vengono pubblicizzate su youtube ci fà una figura del cialtrone.
Francesco
Il papa si dimette…..il 28 febbraio
Scritto da admin in pensieri, segnalazioni il 12 febbraio 2013
….e chi se ne frega……
Sinistre
Scritto da admin in banche, economia, elezioni, pensieri, politica, politici, segnalazioni, terremoti finanziari, Toscana il 1 febbraio 2013
Segnalo questo articolo da leggere in originale in quanto ci sono diversi link di approfondimento
Sinistre reali
Posted on 29/01/2013 by Miguel Martinez
Esistono alcune persone che soffrono quando usi in termini poco simpatici la parola “sinistra“.
Dicono, con toni assai vari – Pol Pot fu un delinquente, Lenin sbagliò tutto, D’Alema ha fatto la guerra, Vendola è un venduto, Il Manifesto è un salotto di borghesi buoni, la CGIL è una burocrazia che fa gli interessi dei padroni, le Brigate Rosse sono pazzi delinquenti… ma La Sinistra è cosa buona.
Evidentemente siamo davanti a un caso di attaccamento affettivo a una parola.
Li capisco: personalmente, sono attaccato alla parola lonfo (che, come è noto, non vaterca né gluisce, e molto raramente barigatta), e non saranno certi i fatti a farmi cambiare idea.
Invece, per me “La Sinistra” è quella che vedo realmente, non è un principio metafisico. E quella italiana del 2012 non è quella italiana del 1912, come non è quella indiana di oggi, né quella turca.
Certo, ci sono innumerevoli sinistrelle, ma parliamo della Sinistrona.
Quella che vedo realmente, è una massa ancora considerevole di persone, in larga misura residenti nell’Italia centrale, che ha interiorizzato molti doveri sociali – un modo complicato per dire che stanno attenti a riciclare i rifiuti più di altri, ci tengono alla scuola pubblica e così via.
Questa gente è rappresentata da una rete di amministratori locali, di cooperative, di organizzazioni sociali e imprenditoriali.
C’è gente che ci nasce e ci cresce e ci invecchia in quella rete, e per questo non fanno, in genere, sciocchezze clamorose. Però sono pericolosi, proprio perché pianificano con attenzione, e non conoscono confine tra pubblico e privato.
Recentemente, ho letto due articoli che dicono più o meno quanto ci sia da dire, a proposito della Sinistra Realmente Esistente.
Il primo si intitola Mps, la banca del Pd che nel 2012 è costata 3,9 miliardi agli italiani. Più dei tagli della riforma Fornero, ma in realtà è molto di più: è un quadro molto lucido del sistema di potere del Pd.
Nel secondo articolo, Pd, Lega, Verdini: i dolori di “avere una banca”. Il “leghismo rosso” a Mps traspare una certa spocchia liberista, ma l’autore ha chiaramente capito il sistema toscano e la questione del Monte dei Paschi.
Ma un terzo articolo, ci svela un altro mistero.
Il Monte dei Paschi di Siena è la Sinistra Realmente Esistente, come – in maniera diversa – Mediaset è la destra realmente esistente.
Il resto è fuffa, come le chiacchiere sui matrimoni gay o sulle opinioni di Silvio Berlusconi sul fascismo.
Bene, Huffington Post ci spiega perché Silvio Berlusconi evita di dare il colpo di grazia alla Sinistra, da cui pure afferma di aver liberato l’Italia.
Visione dell’artista
La voce lapidare di Brian Eno sulle critiche degli intellettuali al mondo:
Anche il resto del sito è molto interessante. Ecco la pagina principale
Buone letture
Filippo.
Diseguaglianza
Scritto da admin in pensieri, segnalazioni, sociale, web il 7 gennaio 2013
Articolo che mi sembra calzante originale e una copia
di Davide Reina – 6 Gennaio 2013
Il nostro è un paese che viaggia a due velocità distinte: i ricchi che corrono e i poveri che arrancano. Un problema grave e tragicamente assente dall’agenda politica italiana.
I nostri treni sono la perfetta rappresentazione della nostra diseguaglianza. Da una parte l’alta velocità con i suoi treni modernissimi, immacolati, puntuali. Dall’altra i treni dei pendolari: vecchissimi, sporchissimi, sempre in ritardo. I ricchi da una parte e i poveri dall’altra. Due binari diversi e due mondi separati che, tra di loro, si stanno allontanando sempre di più. Due Italie. Populismo? Non credo.
E per questo mi sono divertito a ricalcolare il coefficiente di GINI (l’indice di disparità economica e sociale di una nazione) italiano, ma includendovi anche l’effetto dell’evasione fiscale. Eh sì, perché qui sta il problema. Infatti, secondo EUROSTAT l’indice di GINI ufficiale, e al netto delle tasse, per l’Italia sarebbe stato pari allo 0.32 nel 2011. In pratica, saremmo piuttosto vicini (circa 3 punti) a un paese come la Francia (0.29). Chiaramente, un dato di questo tipo non è credibile. E’ di tutta evidenza come la Francia sia un paese molto meno diseguale nella distribuzione dei redditi, rispetto all’Italia. Allora dove sta l’inghippo? Nel fatto che questo indice misura la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi al netto delle tasse, ma dei redditi ufficialmente dichiarati. E qui casca l’asino. In primo luogo, perché il peso dell’evasione fiscale sul PIL è molto più elevato in Italia che in Francia. In secondo luogo perché la capacità di evadere cresce (e soprattutto, cresce in modo non lineare) con l’aumentare del reddito effettivo del dichiarante. In parole povere, più uno è ricco e più ha strumenti e mezzi per evadere (o per eludere). Di conseguenza i famosi 100 (c’è chi dice 140 miliardi) di redditi evasi in Italia ogni anno non si distribuiscono proporzionalmente tra ricchi e poveri, ma sono più concentrati nelle fasce abbienti (quelle effettivamente più ricche) della popolazione.
A tutto questo si aggiunga infine il fatto, non trascurabile, di professioni e attività che quando evadono (come dimostrano gli scontrini che aumentano del 50, 60 o anche del 200% se ci sono le ispezioni), non evadono del 20-30% ma almeno del 70-80%. Diversamente non si spiegherebbe come, in Italia, un ristoratore dichiari in media poco più di un maestro di scuola elementare. Di conseguenza, l’effetto paradossale è che vi sono molti ricchi italiani i quali, per le statistiche, sono poveri. In buona sostanza in Italia siamo tutti ufficialmente piuttosto poveri, e questo costituisce un terzo fenomeno che falsa il coefficiente di GINI. Perché in pratica, molti redditi che in realtà dovrebbero essere rilevati tra quelli elevati, vengono spostati invece drasticamente verso il basso e sotto il reddito medio dall’evasione, così abbattendo il reddito medio stesso da un lato, riducendo la distanza tra redditi minimi e redditi massimi dall’altro. Evidentemente, questo fenomeno riduce ulteriormente l’indice di GINI. Con ogni probabilità, se includiamo l’evasione fiscale e i relativi effetti distorsivi nel calcolo, allora il coefficiente di GINI italiano è superiore allo 0.40. Non solo, grazie alle ultime manovre, lo abbiamo peggiorato di almeno 2-3 punti. In soldoni: siamo più vicini allo 0.45 che non allo 0.40.
Numeri di questo tipo ci stanno allineando a paesi come la Turchia e, in prospettiva e se non invertiamo la nostra tendenza a diventare sempre più diseguali, ci avvicineranno a paesi come il Messico o il Cile di qui a cinque anni. Francamente, a me sfugge come questo problema non sia oggi al centro dell’agenda politica italiana. Soprattutto, mi è incomprensibile come nei tanti dibattiti si ponga spesso l’accento sul tema della diseguaglianza, ma non lo si traduca mai in cifre e dati precisi. Credo, infatti, che ci aiuterebbe come cittadini il poter chiedere conto ai nostri governi non solo del loro lavoro in termini di capacità di sostenere la crescita (punti di PIL), o di ridurre il rapporto debito/PIL, ma anche in termini di risultati nella riduzione della diseguaglianza (e quindi di diminuzione dell’indice di GINI, quello vero però…).
Diseguaglianza che è ormai al centro della discussione politica internazionale (basti pensare alla battaglia di Obama negli Stati Uniti per tassare di più i redditi dei ricchi ma non quelli del ceto medio, oppure al dibattito accesissimo in Francia per la “tassa sui ricchi”). Qui da noi però: niente. E’ un paradosso: il coefficiente di GINI fu inventato da un grande statistico italiano, Corrado Gini, nel lontano 1912. Nemo profeta in patria, verrebbe da dire. Dunque, la misura della diseguaglianza in una società è data da questo indice. Ma, si badi bene, questo coefficiente da solo non esaurisce il problema di capire quanto una società sia giusta o ingiusta. La misura dell’iniquità in una società, infatti, è data anche dal grado di mobilità sociale. E una società con un basso grado di mobilità sociale associato a un indice di GINI elevato è la più iniqua possibile. Perché associa a un’ingiusta distribuzione dei redditi (pochi possiedono tanto e molti possiedono ben poco) una disperazione (nel senso di “mancanza di speranza”) sociale. In poche parole: chi nasce povero sa che morirà povero.
Questa è la società italiana attuale. Secondo l’Economist, infatti, il nostro paese è il peggiore in Europa in termini di “inter-generational elasticity of income” (in pratica, l’indice che misura quanto il fatto di essere figlio di genitori ricchi fa sì che tu sia ricco da adulto, o viceversa quanto il fatto di essere figlio di genitori poveri fa sì che tu sia povero da adulto). Nell’Italia di oggi chi nasce ricco sarà ricco, e chi nasce povero sarà povero. Sarebbe ora che ce lo dicessimo forte e chiaro, e che vi ponessimo rimedio. Per dirla con le parole di Eugene Debs: “dobbiamo opporci a un ordine sociale in cui è possibile, per un uomo che non faccia nulla di veramente utile, l’ammassare una fortuna di centinaia di milioni di dollari in rendite, mentre milioni di uomini e donne devono lavorare tutti i giorni delle loro vite per assicurarsi a fatica i mezzi di un’esistenza stentata”. Per far questo, la via è obbligata ed è una sola: tassare pesantemente le rendite finanziarie, in misura crescente all’aumentare del loro valore, e detassare i redditi da lavoro e da capitale di rischio. Lo scriveva persino Thomas Jefferson (che certo non era di sinistra): “Un altro modo per ridurre la diseguaglianza è quello di diminuire fortemente la tassazione al di sotto di un certo livello del reddito, e tassare di più le rendite in progressione geometrica al loro crescere”.
….ma gli HEADER ?
Scritto da admin in informatica SL, pensieri, politica, politici il 1 dicembre 2012
….non è che me ne freghi più di tanto delle “primarie”, ma tutta questa “fuffa” mediatica su:
< < Hanno scritto migliaia di mail !!! dobbiamo leggerle tutte.....forse son tutte uguali >>
…ma porca mariannina zoppa !!! Anche un brodo lesso come me conosce l’esistenza degli Header
Ora che nel PD ci strapanino i “maroni” con Renzi e Bersani passi, ma anche sulle migliaia di mail inviate, fate una ricerca sugli header, guardate da dove arrivano, se non vanno bene mettetele nello SPAM…ma impiegate i mezzi di informazione cartacea in maniera più intelligente…..
Firenze && Renzi
Faccio un inoltro da questo Blog
qua sotto l’incollo:
Matteo Renzi e la distruzione del Centro Storico di Firenze
Posted on 01/10/2012 by Miguel Martinez
A volte, capita qui di raccontare qualcosa sull’Oltrarno fiorentino, il quartiere in cui vivo, dalle parti di Borgo San Frediano e quindi non troppo vicino alla calamita turistica di Palazzo Pitti.
E’ un quartiere in cui si vive bene.
I turisti ci sono, ma non determinano la natura del quartiere. Sopravvivono ancora le piccole botteghe dei bronzisti, dei liutai, dei meccanici, dei pittori, degli informatici, dei fruttivendoli (dove la roba costa meno che al vicino supermercato), persino di qualche ciabattino.
Le case, create per irrazionale accumulazione storica e rigorosamente senza ascensori, sono scomode quanto basta per tenere accessibili i prezzi.
Accessibili anche agli stranieri: nessuno ci tiene di più al quartiere dei poeti americani, muratori albanesi o domestiche ucraine che ci vengono a vivere. E questo dovrebbe aiutare a riflettere in maniera meno superficiale su tutta la questione di identità e dintorni.
Ogni volta che esco di casa, mi capita di salutare almeno cinque persone che conosco, e mi sembra una buona media per una metropoli di mezzo milione di abitanti.
Non pensate che il resto di Firenze sia così.
Infatti, secondo i canoni dei nostri tempi, un quartiere del centro non deve essere fatto per viverci – per dormire, ci sono appositi abitacoli in periferia, dove di giorno non troverete nessuno.
Il Centro Storico deve essere una fabbrica di reddito, che pone una particolare aura – “la culla del Rinascimento”, ad esempio – addosso a un contenitore del tutto vuoto.
E infatti, il resto del centro di Firenze è in gran parte una rete di banche, negozi di moda e negozietti di souvenir made in China di giorno; di notte, organizzazioni ben strutturate gestiscono i pub crawl in cui giovani turisti e studenti statunitensi girano di locale in locale all’unico scopo di ubriacarsi.
Pensiamoci per un attimo, perché c’è una differenza fondamentale tra un quartiere, magari un po’ scalcagnato, che ha certo le sue attività economiche, ma si distingue per come ci vive la gente; e un quartiere che diventa solo una forma particolare di centro commerciale.
Così i grossi commercianti del quartiere si riuniscono sotto il seducente nome di Rive Gauche e lanciano un progetto.
Il progetto viene fatto proprio dal loro impiegato al comune, che poi è il sindaco: Matteo Renzi annuncia così ai fiorentini su Facebook (sì, su Facebook) quello che lui ha deciso.
Il meccanismo è interessante anche per chi non abita a Firenze, perché rivela la maniera in cui si può usare una proposta tecnica apparentemente innocua per cambiare una società.
Al centro della zona, c’è Piazza del Carmine, dove i residenti trovano uno dei pochi posti in cui possono parcheggiare nel centro storico.
Renzi propone, anzi ordina, di trasformare la piazza in un parcheggio sotterraneo.
Direte, cosa c’è di male?
Intanto, la chiave del progetto sta in un particolare: la piazza, attualmente chiusa di giorno al traffico dei non residenti, verrà aperta 24 ore su 24. Per permettere a tanto traffico di arrivarci, ovviamente, bisogna aprire al traffico continuo pure un bel pezzo delle stradine dell’Oltrarno.
Curiosamente, con il parcheggio sotterraneo, i posti macchina non aumenteranno: diminuiranno. Cioè, tre anni previsti di lavori e investimenti enormi, per avere meno di ciò che si aveva prima?
In realtà, si ottiene un risultato fondamentale: sostituire i residenti con un incessante ricambio di acquirenti di giorno, e di visitatori di locali la notte, tenuti in movimento proprio dallo sprone del biglietto che scade.
Certo, il progetto prevede 35 posti macchina in vendita ai residenti, per la modica cifra di 60.000 euro l’uno. Circa quanto i muratori che conosco io guadagnano in quattro anni.
Nel caso qualche lettore di questo blog intenda votare alle primarie del PD, tenga presente il modello di mondo che rappresenta Matteo Renzi. Ci saranno pure altri candidati…
Nazi-stalinisti….
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I “rossobruni” della DDR
Posted on 15/08/2012 by Miguel Martinez
In questi giorni, rovistando tra bancarelle di libri, ho scoperto l’esistenza di un partito politico, nella vecchia DDR, che mi ha fatto riflettere sulla diversità di quel mondo.
“Partito politico” ovviamente non va inteso nel senso delle democrazie occidentali: era il governo a decidere cosa volessero i partiti e non viceversa, e il 25% dei seggi in parlamento erano riservati al SED, il partito nato dalla fusione dei socialisti e dei comunisti; il 15% a testa ai democristiani e ai liberali, già attivi nella Germania orientale prima che nascesse la DDR.
L’autorizzazione di un partito era soprattutto un messaggio a determinate categorie sociali e culturali e un riconoscimento della loro dignità, purché seguissero ovviamente in tutto e per tutto la linea del governo. Autorizzare un “partito democristiano”, ad esempio, voleva dire, “puoi essere un cristiano e un buon cittadino della DDR”.
Ora, uno dei partiti, la National-Demokratische Partei Deutschlands (NDPD), era rivolto esplicitamente alla vasta categoria dei nazionalisti tedeschi, dei profughi dall’Est (il 20% della popolazione del nuovo Stato), degli ex-combattenti e in particolare degli ex-membri del partito nazionalsocialista.
Nel primo periodo dell’occupazione, i sovietici avevano arrestato decine di migliaia di ex-nazisti, rinchiudendoli nelle strutture di Buchenwald e di Sachsenhausen che gli stessi nazisti avevano preparato per altri.
Ma il 26 febbraio del 1948, le autorità sovietiche avevano dichiarato ufficialmente terminata la “denazificazione” e chiusi tutti i procedimenti contro persone non colpevoli di concreti crimini di guerra o contro l’umanità.
Da Wikipedia – che cita come fonte un libro che non ho potuto leggere – scopro che Stalin avrebbe contemporaneamente dichiarato che bisognava “rimuovere la linea di separazione tra ex-nazisti e non nazisti”.
Il 22 marzo del 1948, i sovietici autorizzarono anche un quotidiano rivolto a questa area “nazionale” del pubblico – la National-Zeitung, che sarebbe uscito ogni giorno fino alla fine della DDR.
In uno dei suoi primi numeri, il nuovo quotidiano scrisse:
“Mentre in altre parti della Germania si gioca ancora con pesante determinazione alla denazificazione, nella Zona Est gli occhi possono vedere più chiaro, oggi un semplice ‘Pg.’ [Parteigenosse, membro del partito nazionalsocialista] non deve più guardarsi attorno intimidito, sentendosi come un paria“ (National-Zeitung del 25.3.1948, p. 1).
Il 25 maggio del 1948, i sovietici autorizzarono l’NDPD, un “gruppo di tedeschi che amano la patria“: lo stesso SED dichiarò che lo scopo del nuovo partito era di evitare che queste persone “dalle idee politicamente confuse” finissero per votare per i democristiani o i liberali.
Durante tutto il periodo della DDR, l’NDPD – che alla fine degli anni Ottanta aveva oltre 100.000 membri – poteva contare su un numero prestabilito di 52 deputati in parlamento.
Il fondatore del NDPD fu un ex-comunista, ma il suo successore, rimasto a dirigere il partito fino alla fine, fu un ex-membro dell’NSDAP ed ex-ufficiale dell’esercito, catturato dai sovietici a Stalingrado e subito incorporato nella Nationalkomitee Freies Deutschland, che nei propri stendari adottava i vecchi colori, nero, bianco e rosso, della Germania imperiale, al posto del nero, rosso, oro della repubblica di Weimar.
Politicamente, l’NDPD non si distingueva dai comunisti, sostenendo come tutti i partiti legali l’esproprio dei latifondi, le collettivazioni e la fluttuante politica sociale ed economica del governo. E possiamo immaginare che i dirigenti del partito non fossero diversi da tutti quelli, insieme conformisti e opportunisti, dei paesi del blocco sovietico.
Ma l’NDPD ebbe un ruolo importante nella costruzione simbolica della DDR, ad esempio facendovi entrare la tremenda “Battaglia dei popoli” (Völkerschlacht), cioè la grande vittoria contro Napoleone nel 1813 a Lipsia (ve la ricordavate, centomila morti in tre giorni, molti di più che nella battaglia di Anzio?).
Il NDPD si sciolse rapidamente dopo la fine della DDR, finendo per fondersi addirittura con il partito liberale.
Sarebbe interessante confrontare questa storia con quella dei movimenti neofascisti altrove, soprattutto in Italia.
In entrambi i casi, abbiamo l’interferenza di una potenza occupante. Sovietici nella DDR, statunitensi da noi, entrambi interessanti al controllo di una parte potenzialmente irrequieta della popolazione. Recuperata nel primo caso a “sinistra”, nel secondo a “destra”.
Ma il rapporto simbolico è rovesciato: in Italia, la palese presenza a tanti livelli di ex-fascisti veniva vissuto come una sorta di sporco segreto, di “mancata epurazione”; gli ex-fascisti dovevano quindi essere smascherati se diventavano democristiani conservatori e relegati nell’MSI, mentre allo stesso tempo l’MSI doveva vivere in una sorta di ghetto politico e morale. A destra, ci si vendica ancora oggi rimescolando nel lontanissimo passato fascista di Ingrao, di Giorgio Bocca o di Dario Fo.
Invece, nella DDR… nel 1952, il governo lanciò una vasta campagna contro la sudditanza della Germania dell’Ovest alla NATO e alle potenze occidentali.
L’NDPD contribuì a questa campagna con un “appello alla generazione tedesca che era stata al fronte durante la seconda guerra mondiale“: i 119 firmatari dell’apello scrissero, accanto al proprio nome e cognome, anche il proprio rango nella Wehrmacht, nelle SS, nella Hitler Jugend e altre organizzazione dell’epoca.
Posso immaginare che la scelta di non stigmatizzare i “reduci” sia stata aiutata dal rigore marxista della dirigenza della DDR.
In Occidente è prevalso uno stranissimo atteggiamento verso i reduci, che mescola almeno tre elementi teoricamente inconciliabili: fantasie cristiane su “colpa” e “innocenza”, svolazzi di provenienza psicoanalitica e una visione quasi razzista dell’immutabile malvagità di intere categorie di persone.
Nell’Europa sotto influenza sovietica, invece, ci si chiedeva – magari in modo un po’ ottuso e meccanico – semplicemente quali fossero gli interessi di classe reali delle persone, senza preoccuparsi troppo delle loro idee e senza demonizzazioni personali. Purché ovviamente rigassero molto dritto.
Pescata in rete, la foto dei fondatori del NDPD di Hermsdorf, un quartiere di Berlino. Un notevole campionario di umanità novecentesca, che sa di militanza, duro lavoro, vestiti di seconda mano e macchine per cucire costruite ingegnosamente in casa.
Una birra il sabato sera, pochi libri, ma densi e sfogliati con grande determinazione.
Dai ’70 al nuovo millennio…..
Rivisitazione di vecchie parole d’ordine
Sul movimento 5 stelle (abbastanza interessante)
Bounce di un articolo di due giorni fà abbastanza interessante sul Movimento 5 Stelle
Lunedì 28 Maggio 2012 23:00
di Ilvio Pannullo
La sbornia di Parma, dalle 17.15 di lunedì 21 maggio 2012 la Stalingrado grillina d’Italia, non accenna a smettere. Si è detto e scritto tanto, tantissimo, forse addirittura troppo, sul Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, ma quello che è certo riguarda soltanto il passato: il futuro è tutto da scrivere ed è già in cammino. Il successo elettorale, lontano dall’essere inaspettato e imprevedibile, ha galvanizzato i militanti, il popolo delle rete e tutti coloro che sperano in un cambiamento, in una nuova prospettiva, in futuro che sia migliore del tragico presente.
A chi osserva, a quanti apprezzano l’effetto ma mai voterebbero per il vate genovese, perché restii a concedere il proprio favore a chi urla da un palco, negandosi al tempo stesso ad ogni democratico confronto, non resta che sperare nell’onda d’urto, nell’effetto a catena che il Movimento 5 Stelle ha inesorabilmente innescato.
Il neo eletto sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, ha saputo vincere ed esultare, accendendo gli animi e la speranza. «É l’alba della Terza Repubblica», dice in versione Pifferaio di Hamelin, inseguito dalla stampa di mezzo globo e accolto ovunque dagli osanna dei suoi ragazzi. «É la svolta», gli fa eco Giovanni Favia, proconsole in Regione del Movimento. Adesso, però, viene il bello. O il brutto, dipendendo il giudizio finale da cosa concretamente verrà fatto.
Il partito anti-partito deve infatti fare subito i conti con il mostruoso debito del Comune, che alcune voci accreditano essere pari a 600 milioni di euro. A ciò si aggiunga il profondo rosso del Teatro Regio, stimato dai 7 ai 12 milioni di euro, e la clausola penale, pari a 180 milioni di euro, prevista nel contratto stipulato tra il Comune di Parma e la Iren Emilia s.p.a. e che andrà pagata, per cestinare quell’inceneritore tanto osteggiato in campagna elettorale. Problemi enormi per un tecnico informatico, eletto sindaco di una città che conta appena 200.000 anime.
Dal giorno della vittoria elettorale il titolo della società quotata “Iren Emilia”, con sede legale e direzione centrale a Reggio Emilia, non fa che andare giù: a preoccuparsi, oltre agli azionisti disperati, è l’intero settore dell’economia tradizionale. Grillo fa paura e a fare ancora più paura sono le idee veicolate dal Movimento di cui è il portavoce: democrazia diretta, controllo in tempo reale della corretta esecuzione del mandato elettorale, selezione meritocratica dei candidati sulla base delle esperienze e dei programmi.
E qui viene il bello: i programmi. Già, perché se è vero che Grillo è il leader del Movimento 5 Stelle, per il semplice motivo che è in grado di gridare nelle piazze – e su un blog seguitissimo – quello che decine di milioni di persone andavano discutendo in rete da anni, è vero anche che non ha inventato nulla: quel che dice Grillo viene scritto su milioni di pagine internet di tutto il globo, ogni giorno.
E’ inutile riepilogare i principi e gli obiettivi del Movimento 5 Stelle, ma i giornali tradizionali mentono sapendo di mentire quando parlano di “idee di Grillo” come se fossero il parto di un comico e nulla più di questo. Sono invece il parto di milioni di teste pensanti globali che da anni riflettono sulla crisi ambientale e sulla sovranità alimentare, sulla crisi energetica e sulle energie rinnovabili, sulla crisi economica e sulla sovranità monetaria: il frutto di un pensiero diffuso e ben consolidato che Grillo ha avuto il merito di portare al grande pubblico italiano. Come un megafono.
Sbagliano i partiti e i loro organi di potere ancillari a definire, più o meno direttamente, il genovese più famoso d’Italia come una testa di… In verità è una testa d’ariete, un Ulisse dei tempi moderni e il Movimento 5 Stelle una sorta di cavallo di Troia. Ciò che deve essere oggetto di discussione sono “i greci” al suo interno: i programmi, le idee di cui il Movimento si vuole fare portavoce e tra queste ve n’è una assai interessante.
Si è detto della situazione debitoria in cui versa il Comune di Parma. Un problema comune all’Italia, alla Grecia, all’intero ClubMed e – perché no? – all’intera area d’influenza angloamericana. In un momento di crisi, dove il sistema bancario, per rispondere ai criteri di capitalizzazione imposti dall’accordo Basilea 3, si permette di incamerare circa 1000 miliardi di euro emessi dalla Banca Centrale Europea al tasso dell’1%, per poi reinvestirli in titoli di Stato resi appetibili da rendimenti oscillanti tra il 5 e il 6%, il problema della moneta circolante è un problema da risolvere urgentemente.
Già, perché la moneta sta all’economia come il sangue sta all’organismo: è semplicemente essenziale. Se manca, l’organismo muore. La moneta può essere, però, esattamente come il sangue, buona o cattiva. Nel primo caso l’organismo sarà sano e vigoroso; nel secondo, per non essendo morto, sarà ciclicamente colpito da malanni più o meno gravi. Esattamente quello che sta accadendo alla nostra Europa.
L’idea, anche questa, non è nuova, ma per la prima volta potrebbe avere un’applicazione su larga scala: Parma potrebbe dotarsi di una propria «moneta». Ovviamente si tratta di un’imprecisione, di una semplificazione utile al giornalista per agevolare la comprensione e la diffusione dell’idea, ma invisa a ogni buon giurista. Dire “moneta locale”, infatti, significa dire falso nummario. L’idea di una moneta locale alternativa all’Euro è affascinante, ma perfeziona l’elemento tipico di un reato penale.
Chiunque legga gli articoli dal 453 al 466 del codice penale potrà infatti ben capire il perché nessun pubblico ufficiale, neanche il più illuminato, possa permettersi il lusso di parlare di moneta locale, ma solo di buoni sconto da spendersi tra persone fisiche e giuridiche liberamente affiliate ad un’associazione privata. E’ un problema più giuridico che economico, dunque molto noioso è poco interessante, ma se si pensa che è stato istituito un nucleo speciale in seno all’Arma dei Carabinieri – il Comando carabinieri antifalsificazione monetaria – gerarchicamente dipendente dalla Banca d’Italia, al di là della noia si capisce bene che un problema c’è.
Utilizzando una prospettiva economica, da intendersi qui con la “e” minuscola, quella della spesa al mercato (e non al super-mercato), delle bollette, delle piccole spese e delle piccole necessità quotidiane, oggi così difficili da soddisfare, è forse più utile guardare alla sostanza dei rapporti economici, che alla definizione giuridica del mezzo di scambio utilizzato tra i vari attori dell’economia locale. La notizia circolata negli ultimi giorni, infatti, riguarda i contatti (anzi le email, per usare il nuovo codice parmigian-grillista 2.0) tra lo staff di Pizzarotti e due economisti eretici dell’Università Bocconi: Massimo Amato, professore di storia economica, e Luca Fantacci, docente di storia, istituzioni e crisi del sistema finanziario.
La coppia di quarantenni ha messo a punto un progetto di valuta complementare all’euro. Secondo il Movimento sarebbe un sistema di credito cooperativo tra aziende per rafforzare il tessuto locale. In pratica un modo per mettere in scacco l’usurocrazia europea e lo strozzinaggio in atto ai danni dei “maiali” europei.
Questo sistema lungi dall’essere una chimera è già in vigore in molti paesi e, in alcuni di essi, su tutti Svizzera, Germania e Giappone, con risultati straordinari. In tutto il mondo si contano un totale di circa ottomila monete complementari, ma nessuno ne parla. Le valute alternative altro non sono che strumenti di scambio con cui è possibile scambiare beni e servizi affiancando il denaro ufficiale (rispetto al quale sono appunto complementari).
Solitamente le valute complementari non hanno corso legale e sono accettate su base volontaria: ciò contribuisce al loro aspetto identitario, cioè al loro identificare la comunità all’interno della quale sono usate alla stregua dei vantaggi di una tessera associativa. Il tutto ha il risultato di aumentare il potere economico dei soggetti che aderiscono al circuito, decidendo di accettare una parte del prezzo nella “moneta locale” che poi potranno a loro volta spendere presso gli altri soggetti -persone fisiche, professionisti, negozi e società – che partecipano al progetto.
Un sistema di valuta complementare è infatti accettato ed utilizzato all’interno di un gruppo, di una rete, di una comunità per facilitare e favorire lo scambio di merci, la circolazione di beni e servizi all’interno di quella rete sociale, rispetto al resto della comunità, in modo del tutto identico a quanto accade con la moneta avente corso forzoso.
Va da sé che se ad aderire al progetto di una “moneta locale” o, per facilitare i neo eletti sindaci a 5 stelle, a costituire un’associazione di diritto privato cui liberamente associarsi, è un Comune di 200.000 anime, l’effetto che si ottiene è semplicemente esponenziale. Basterebbe per il Comune limitarsi ad accettare una piccola parte di una qualsiasi tassa comunale – mettiamo, a titolo esemplificativo, il 10% della TAssa sui Rifiuti Solidi Urbani – per incentivare tutti i cittadini, tutti i negozianti e qualsivoglia operatore economico tenuto per legge al pagamento della T.A.R.S.U. ad iscriversi all’associazione di diritto privato di cui sopra. Il risultato che si otterrebbe sarebbe pari ad un aumento del potere di acquisto di ogni iscritto all’associazione, in una misura variabile a seconda degli sconti accettati dai singoli partecipanti.
Per comprendere le ragioni che danno vita ad un sistema di valuta complementare, è utile rifarsi al significato antico del denaro: un accordo all’interno di una comunità che accetta di utilizzare “qualcosa” come bene di scambio riconosciuto. Le valute complementari si collocano, dunque, come “sistemi di accordo” all’interno di una comunità e promuovono la pianificazione a lungo termine, stimolando i partecipanti al circuito ad investire in attività produttive connesse, piuttosto che nell’accumulo di denaro. Esse incoraggiano gli scambi e la cooperazione con la propria rete di aderenze, attraverso la circolazione del bene di scambio a cui, solitamente, viene attribuito un valore etico ed ideale. Questo perché l’economia può essere etica solo se lo è anche il mezzo. In Italia un esempio già c’è: lo SCEC, acronimo di “Solidarietà ChE Cammina”. Un mondo diverso è dunque possibile. A Parma, ma anche altrove. Basta crederci.
Ci sono troppi interessi….
di Mariavittoria Orsolato
Su La Stampa dello scorso sabato, il parlamentare Pd Stefano Esposito ha pubblicamente manifestato le sue riserve sulle capacità e i titoli dei 360 accademici che a febbraio hanno firmato l’appello al premier Monti per riconsiderare il progetto dell’Alta Velocità. Secondo Esposito – noto alle cronache per la proposta di non rinnovare la tessera del Partito Democratico a chi si fosse opposto alla TAV- il campione non è assolutamente rappresentativo, né competente in materia di ferrovie: “Soltanto il 14% svolge attività accademiche attinenti alla realizzazione della Torino-Lione e comunque si tratta appena dello 0,17% del totale degli accademici italiani accreditati al ministero”.
Probabilmente l’uscita del parlamentare Pd era solo un tentativo di fare pubblicità al suo libro – il controverso Tav Si, scritto a quattro mani con Mario Foietta e contestato duramente al salone del libro di Torino – dal momento che, stando al suo diploma di istituto magistrale, lui stesso non avrebbe né i titoli, né le competenze adeguate per parlare con cognizione di causa della Tav. Figurarsi scriverci un intero libro.
Ma non sottilizziamo, il livello scolastico spesso non è indicativo del valore di una persona ed era lo stesso Leonardo Da Vinci a dire che la sapienza è figlia dell’esperienza. Purtroppo però Stefano Esposito pare mancare anche di questa. L’Alta Velocità in Italia infatti non è nata con la Torino-Lione e sono già diverse le tratte completate: ogni singolo progetto ha avuto esternalità negative ma in nome del “progresso” si è comunque deciso di tirare dritto e di ignorare ciò che le precedenti esperienze avevano insegnato.
Per quanto riguarda le ricadute della TAV sul sistema idrogeologico del territorio, l’esperienza del Mugello è certamente paradigmatica. I lavori per la tratta Bologna-Firenze hanno lasciato dietro di sè 57 km di torrenti che in estate sono un deserto di sassi, 73 sorgenti e 45 pozzi prosciugati, cinque acquedotti oggi riforniti con un costosissimo sistema di ripompaggio a monte, e una delle gallerie ha fatto persino scomparire un intero fiume.
Un vero e proprio disastro ambientale, valutato in 174 milioni di euro dai consulenti della Procura di Firenze all’interno del processo che ha visto imputate 59 persone – tutte clamorosamente assolte in appello lo scorso giugno – fra dirigenti dell’impresa Cavet a cui sono stati affidati i lavori, imprenditori, proprietari di discariche e trasportatori.
Il futuro della valle di Susa non si prospetta certo più roseo. In primo luogo perchè le montagne sono più alte, con cumuli e pressioni maggiori, poi perché il Piccolo ed il Grande Moncenisio sono costituiti prevalentemente da gessi che hanno creato enormi inghiottitoi carsici. Tutta la montagna ospita laghi fossili sotterranei, il più superficiale dei quali (16 milioni di metri cubi d’acqua) fu intercettato a Venaus dai lavori della centrale di Pont Ventoux, che penetrarono nella montagna per meno di un chilometro. La rete idrica del gruppo del Moncenisio é quindi estesissima e connessa: i traccianti gettati nel 1970 nella grotta del Giasset, uscirono pressoché dovunque solo dopo due settimane, a conferma che avevano attraversato grandi laghi sotterranei.
A confermare i dubbi e i timori degli attivisti No Tav e dei valsusini in generale, negli anni si sono susseguiti diversi rapporti, studi e stime di danno, primo tra tutti il cosiddetto rapporto COWI del 2006, redatto per conto della Commissaria europea De Palacio. Nonostante la committente fosse la stessa Commissaria europea per la costruzione di questa linea, gli esperti da lei interpellati non hanno potuto omettere che il solo tunnel di base drenerà da 60 a 125 milioni di metri cubi di acqua all’anno, una cifra che corrisponde al fabbisogno idrico di una citta? con un milione di abitanti.
Dal momento che l’acqua drenata é riversata nei fiumi, è possibile che a una certa distanza a valle del tunnel, lo scorrimento su un periodo di un anno non subisca influssi di rilievo, almeno per quanto riguarda la portata. Almeno, perché le risorse idriche catturate all’interno della montagna e drenate direttamente all’esterno, saranno calde e con concentrazioni di solfati ben oltre i limiti accettabili per essere immessi nei corsi d’acqua, col risultato che i fiumi sarebbero sì pieni d’acqua ma irrimediabilmente inquinati.
Per le zone situate a monte delle estremità del tunnel, la portata totale delle acque di superficie, e in particolare il flusso minimo annuo, potrebbe invece essere pesantemente modificata e quindi la ripartizione fra acque di superficie e sotterranee potrebbe cambiare radicalmente. Un problema non da poco, visto che l’acqua è un elemento primario e imprescindibile per tutta una serie di attività: dall’acqua corrente nelle case all’irrigazione dei campi, dal buon funzionamento del sistema fognario alla produzione di energia.
La sottrazione di enormi quantitativi di acqua al gruppo del Moncenisio e dellAmbin avrà infatti inevitabili effetti anche sull’alimentazione del lago del Moncenisio. Il lago attuale alimenta una centrale da 360 MW in Francia e da 240 MW in Italia. Se il deficit indotto fosse di 25 milioni di metri cubi, in termini energetici questi significherebbero la perdita di circa 150 milioni di Kwh di energia di punta che andrebbero messi anch’essi tra i danni causati dal progetto.
C’è poi da dire che i precedenti grandi lavori hanno già inciso in modo drammatico sulle sorgenti della Valle di Susa: il raddoppio della ferrovia Torino-Modane, ha provocato la scomparsa di 13 sorgenti nel territorio di Gravere e di 11 nella zona di Mattie.
Le gallerie dell’autostrada tra Exilles e la val Cenischia hanno fatto scomparire 16 sorgenti delle frazioni di Exilles, oltre ad alcune altre in altre località. I lavori della centrale di Pont Ventoux, per una galleria di soli due metri di diametro, hanno prosciugato il rio Pontet, 2 sorgenti a Venaus, 2 a Giaglione, una decina in territorio di Salbertrand, tra cui quella che alimentava l’acquedotto di Eclause.
L’esperienza inevitabilmente insegna e non tenere conto di quanto già accaduto non è solo un atteggiamento miope, ma in questo caso volutamente lesivo. Nella sua sintesi sulla crisi mondiale dell’acqua e sull’iniziativa di cartellizzare l’acqua del mondo, Maude Barlow ha usato l’espressione “oro blu”, una risorsa vitale che assume sempre più le caratteristiche del petrolio, l’oro nero per cui si è combattuto e si continua a combattere, in spregio alle perdite umane.
Alcune stime indicano che nei prossimi anni l’acqua avrà un giro d’affari del valore di centinaia di miliardi di euro e questa tendenza è legata soprattutto alla privatizzazione della sua distribuzione che, in particolare in Europa, sta diventando normalità. E, alla luce di questo, prosciugare la Val di Susa come si è già fatto col Mugello non è altro che un business nel business.
TED americanata (leggi fuffa) oppure innovazione ?
Mai sentito parlare di TED ?
Rimbalzo un articoletto di ieri, di tal Braconi che, almeno all’inizio spiega un pò cosa è TED,
poi non so come continua l’articolo comunque da leggere (poi lo finisco anche io di leggere).
di Mario Braconi
Con ogni probabilità, a chiunque abbia un po’ di dimestichezza con la Rete è capitato prima o poi di imbattersi in un TED Talk. TED (che sta per Technology, Education, Design, ovvero Tecnologia, Istruzione e Design) è un marchio che gestisce un ciclo di conferenze nelle quali ad invitati celebri viene offerto uno spazio massimo di diciotto minuti per discutere “idee che vale la pena diffondere”. Sul palco di TED, che organizza sessioni in California, Europa e Asia, si sono avvicendati personaggi pubblici globali come i coniugi Gates, Bill Clinton, Al Gore, Larry Page e Sergey Brin di Google, Bono degli U2, nonché celebri intellettuali, tra cui l’apostolo dell’ateismo militante RIchard Dawkins e gli scrittori Dave Eggers e Alain De Botton (autore di un intervento indimeticabile). Da qualche anno le riprese di tutti i sermoni laici sono disponibili gratuitamente online sul sito di TED, su YouTube e su altre piattaforme.
Attuale curatore del marchio TED è il britannico Chris Anderson (niente a che vedere con l’omonimo capo di Wired), il quale, dopo aver iniziato la sua carriera come giornalista, ha fondato la Future Publishing, un editore multinazionale che pubblica ben 150 periodici dando lavoro a 1.500 dipendenti. Benché tra i discorsi editi da TED ve ne siano di veramente interessanti, non si può dire che il network riscuota simpatie incondizionate.
La giornalista specializzata in tecnologia, Sara Lacy, ad esempio, ha giustamente puntato l’indice contro l’atteggiamento elitario di Anderson e soci, che pretendono da ogni partecipante la “modica” quota di partecipazione di 6.000 dollari e a quanto pare riservano agli ospiti un trattamenti modulati in base alla celebrità e alla posizione professionale. Il saggista di origine libanese Nassim Nicholas Taleb, autore del best seller “Il Cigno Nero”, ha definito TED una “mostruosità che trasforma pensatori e scienziati in intrattenitori di bassa lega, circensi”. Secondo Taleb, il suo discorso per TED del 2008, nel quale si parlava della vulnerabilità degli attuali sistemi di gestione del rischio finanziario, basati sull’estrema rarità di certi eventi catastrofici, sarebbe stato pubblicato in ritardo per motivi “puramente estetici”.
A quanto pare, i guai non finiscono qui per Anderson. In un pezzo pubblicato il 16 maggio sul settimanale politico di Washington, National Journal, il redattore economico Jim Tankersley riferisce un’altra storia non molto edificante. Pare infatti che lo speech di un altro invitato di riguardo sia stato addirittura stato cassato dal palinsesto disponibile su internet. Si tratta del discorso che il multimilionario Nick Hanauer ha tenuto sulla disuguaglianza economica negli Stati Uniti. Figlio di un impiegato trasformatosi in fabbricante di cuscini, Hanauer ha avuto l’intelligenza e la fortuna di investire a suo tempo i suoi risparmi (45.000 dollari) in una net company sconosciuta, che si chiamava Amazon. Oggi, ovviamente è un ricco sfondato e di mestiere fa il venture capitalist.
Pare che la colpa di Hanauer sia di aver sostenuto idee troppo di sinistra. Il National Journal ha pubblicato una trascrizione dell’intervento (comprese le slide) con cui il capitalista americano ha messo in discussione un’idea che per i repubblicani è un dogma di fede ma che viene assai raramente messa in discussione anche dai democratici. Il concetto, più o meno, è questo: “Se si aumentano le tasse sui ricchi, la disoccupazione tenderà a crescere”. Secondo Hanaue non sono i ricchi a creare nuovi posti di lavoro, che vengono invece generati dal circuito virtuoso che si instaura tra consumatori ed aziende: solo i consumatori possono metterlo in modo, scatenando nuove assunzioni nelle aziende che devono soddisfare una accresciuta domanda. “Sotto questo aspetto, un qualsiasi consumatore della classe media crea più posti di lavoro rispetto a un riccone come me”.
Basta dare un’occhiata alle statistiche: dagli anni Ottanta ad oggi la quota del reddito in mano ai americani più ricchi si è triplicata, mentre la pressione fiscale è scesa del 50%. Dunque si è verificata una redistribuzione del reddito contro-intuitiva, dai più poveri verso i più ricchi; al di là delle ovvie considerazioni etiche implicite in questi dati, non si può certo dire che questo discutibile processo abbia condotto alla piena occupazione negli Stati Uniti, anzi. La disoccupazione è (relativamente) elevata anche negli USA, mentre rimane significativo anche il fenomeno della sotto-occupazione.
E’ ridicola, inoltre, l’argomentazione secondo cui la capacità di spesa dei più ricchi, ovvero dei principali beneficiari dei tagli delle imposte, sia in grado di compensare la riduzione del potere di acquisto delle classi meno abbienti. “Le entrate annue di persone come me sono centinaia, se non migliaia di volte superiori alla mediana dei redditi delle famiglie americane” continua Hanauer, “eppure noi [ricchi] non compriamo centinaia o migliaia di volte più cose rispetto ad una famiglia medio borghese”. Del resto, quale principio è in grado di giustificare un sistema fiscale in cui i redditi da capitale sono tassati al 15%, mentre il prelievo marginale medio sul lavoro è del 35%? Solo il fatto che i ricchi in America tendano a considerarsi dei semi-dei – cosa peraltro evidente, annota sardonico il conferenziere, dal termine generalmente associato alla sua classe, che si autodefinisce quella dei “creatori” di posti di lavoro.
Un intervento davvero utile, originale e convincente, ma che Anderson ha ritenuto troppo politicamente schierato. In una comunicazione interna di aprile, in effetti, Anderson ha lasciato intendere che anche il pezzo di Melinda Gates, favorevole alle politiche di contraccezione nei paesi in via di sviluppo, non era stato di suo gradimento per le stesse ragioni: troppo “di parte”. Anderson, nella sua autodifesa postata sul blog il 17 maggio, ha sostenuto che la scelta di non pubblicare su TED l’intervento è stata dettata dal fatto che “ne avevamo di migliori”. Nessuna censura, dunque, anche perché, sostiene l’imprenditore inglese, “a me per esempio non verrebbe mai in mente di parlare di censura se il New York Times si rifiutasse di pubblicare un mio editoriale op-ed”.
Dato che di comunicazione se ne intende, Anderson è andato oltre, pubblicando su YouTube il filmato contestato, anche se esso continuerà a non comparire tra quelli disponibili sul sito di TED Conferences. A quanto pare, nel cenacolo degli eletti “progressisti” vi sono parole che bruciano più del fuoco. Come queste: “i veri creatori di lavoro sono i membri della classe media. Tassare i ricchi per fare investimenti che permettono l’allargamento della classe media è la miglior cosa che si possa fare per la classe media, i poveri ed anche per i ricchi.”
Qualche Paese
Scritto da admin in informatica SL, pensieri, segnalazioni, web il 22 maggio 2012
Un rilancio dal sito dell’ EFF
Con un articolo interessante sui Paesi Bassi
Netherlands Passes Net Neutrality Legislation
May 21, 2012 | By Parker Higgins
New legislation in the Netherlands makes it the first country in Europe to establish a legal framework supporting net neutrality. In addition to the net neutrality provisions, the law contains language that restricts when ISPs can wiretap their users, and limits the circumstances under which ISPs can cut off a subscriber’s Internet access altogether.
The anti-wiretapping section of the new law specifies that ISPs may not use technologies like deep packet inspection (DPI), except under limited circumstances, or with explicit consent from the ISP’s customer, or to comply with a court order or other legislative provisions. One Dutch ISP, KPN, came under fire last year for using DPI to determine whether its subscribers were using VoIP on mobile devices.
The new law sets out an exhaustive list of six circumstances in which an ISP can disconnect or suspend the Internet access of subscribers. These include: termination at the request of the subscriber, non-payment by a subscriber, in cases of deception, at the expiry of a fixed contract, force majeure, or if the ISP is required to terminate by law or a court order. In addition, the network neutrality provisions also permit blocking of an Internet connection where necessary for the integrity and security of a network.
The provisions are the Dutch government’s implementation of the 2009 EU Telecoms Package revision framework. Article 1(3a) of the Framework Directive states that EU Member States may only adopt measures interfering with citizens’ ability to access and use the Internet in limited circumstances. In particular measures may only be imposed if they are “appropriate, proportionate and necessary within a democratic society, and their implementation shall be subject to adequate procedural safeguards in conformity with the European Convention for the Protection of Human Rights and Fundamental Freedoms and general principles of Community law, including effective judicial protection and due process.”
As Dutch digital rights group Bits of Freedom notes, the new provisions are needed because “[c]urrently, Internet providers on the basis of their terms and conditions may terminate or suspend the Internet connection for various reasons.” This law ensures that ISPs cannot disconnect users for nebulous terms of service violations. This gives Internet users some protection against ISPs adopting voluntary or semi-voluntary measures, such as policies to disconnect Internet users on three allegations of copyright infringement.
This is important as voluntary three strikes policies become an increasingly real danger. In the United States, for example, ISPs and major media trade groups have developed a voluntary “graduated response” program — the so-called “six strikes” deal — that is set to go into effect this July. EFF is now calling on Internet users to pressure the participating ISPs for a public commitment not to cut users off under the new program.
The Dutch law comes after vigorous campaigning by civil society groups including influential digital rights group, Bits of Freedom. Ot van Daalen, the Director of that organization, hopes it will spark similar legislation elsewhere. “Bits of Freedom campaigned hard for these provisions and our work paid off. The law sets an example for other countries, and we call on the rest of Europe to follow.”
Memoria motoria corta
Veramente mi dimentico sempre di quanto sia difficile sciare con attacchi da fondo (3 pins) e sci stretti in neve fonda però è sempre divertente e faticoso imparare di nuovo.
….Ai giovani
Questo purtroppo è ciò che li aspetta:
Construisez vous-mêmes une petite situation sans avenir.
Trasporto pubblico
Posto questo
Zuccotti Park
Da qua
“I media tradizionali vogliono farvi credere che io sia un punk disoccupato anarchico che sostiene il comunismo. La verità è che sono uno studente universitario di 19 anni che fa due lavori per potersi permettere un’istruzione esageratamente cara. Sto inseguendo i miei sogni mentre Wall Street continua a speculare sul mio futuro. Se non vado bene nello studio, vengo cacciato dall’università. Se non faccio bene il mio lavoro, vengo licenziato. Quando quelli che lavorano a Wall Street mentono, imbrogliano e rubano, ricevono stipendi da record e bonus enormi. Mi rifiuto di stare zitto mentre i miei concittadini soffrono per le azioni incaute e irresponsabili di qualcuno nella nostra economia. Io sono la maggioranza. Io sono il 99%. Sorrido perché so che il potere delle persone è molto più forte delle persone al potere”.
Ma che palle…
Che palle siamo nel 21° secolo e questi giocano ancora a Risiko .
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di Michele Paris
Ultimato alle Hawaii il vertice APEC (Cooperazione Economica dell’Asia e del Pacifico), il presidente americano Barack Obama è atterrato mercoledì in Australia per una visita destinata a cementare la partnership militare tra i due paesi alleati in funzione anti-cinese. In occasione dell’incontro tra l’inquilino della Casa Bianca e il primo ministro, Julia Gillard, è stato festeggiato il 60esimo anniversario dell’alleanza militare tripartita tra USA, Australia e Nuova Zelanda (ANZUS) e, soprattutto, è stato dato l’annuncio ufficiale del prossimo dispiegamento di truppe militari americane sul suolo australiano.
In una conferenza stampa congiunta nella capitale, Canberra, Obama e il premier laburista Gillard hanno presentato il progetto di collaborazione che prevede, a partire dal prossimo anno, la presenza di circa 250 marines americani in una base di Darwin, nel nord dell’Australia. Il numero dei militari a stelle e strisce potrebbe salire fino a 2.500 nei prossimi cinque anni. Inoltre, secondo l’accordo bilaterale, l’Australia ospiterà a rotazione un certo numero di aerei da guerra statunitensi e viceversa.
Il patto tra i due paesi non si tradurrà nella creazione di una base americana stabile in Australia ma permetterà ai militari USA di avere più rapido accesso a un’area cruciale del sud-est asiatico come quella del Mar Cinese Meridionale. Dal nord dell’Australia è infatti più agevole raggiungere questa regione che dalle basi americane situate in Giappone e in Corea del Sud. In realtà, gli Stati Uniti dispongono già di una base in territorio australiano, quella dell’intelligence a Pine Gap, nel centro del paese, condivisa con i colleghi locali.
Questa iniziativa di Washington in Australia fa parte di una più ampia strategia, destinata a riproporre una massiccia presenza americana in Estremo Oriente e nell’Oceano Pacifico, adottata dall’amministrazione Obama fin dall’indomani del suo insediamento nel gennaio 2009. Quest’area è giudicata dagli USA come cruciale per i propri interessi strategici, da difendere contenendo a tutti i costi la crescente espansione dell’influenza cinese.
Dal Mar Cinese Meridionale transitano alcune delle rotte commerciali più cruciali e trafficate di tutto il pianeta e, come se non bastasse, non solo al di sotto di questi fondali ci sono ingenti risorse petrolifere non ancora esplorate, ma i confini delle acque territoriali e alcune isole sono aspramente contese tra Pechino e paesi come Filippine e Vietnam. Su queste rivendicazioni gli Stati Uniti hanno da qualche tempo fatto sentire la loro voce, sostenendo la necessità di trovare una soluzione mediata dalla comunità internazionale, laddove Pechino predilige invece la strada di accordi bilaterali senza interferenze esterne.
Il ritorno della regione estremo orientale al centro degli interessi americani è stata ribadita ieri da Obama a Canberra con un tono di minaccia nemmeno troppo velato. Per il presidente democratico, USA e Australia sono “due nazioni del Pacifico” e la sua visita nella regione serve a chiarire che “gli Stati Uniti stanno aumentando il loro impegno verso l’intera area dell’Asia e del Pacifico”. Alle iniziative americane di questi giorni la Cina ha risposto duramente, bollando il prossimo dispiegamento di soldati USA in Australia come “una mossa inopportuna” che “potrebbe contrastare con gli interessi dei paesi della regione”, come ha affermato il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Liu Weimin.
Obama, da parte sua, sostiene che la presenza statunitense nella regione non deve essere interpretata in un’ottica anti-cinese e che, anzi, Washington vede con favore la crescita di Pechino e gli sforzi per affrancare dalla povertà centinaia di milioni di cinesi. In realtà, com’è evidente, tutta la strategia degli USA in Asia orientale è guidata precisamente dalla necessità di fronteggiare l’espansionismo e la competizione cinese sui mercati della regione.
Tutt’al più, gli Stati Uniti sono interessati alla crescita del mercato interno cinese, come destinazione del proprio export, e all’apertura del paese alla penetrazione ancora più sostenuta dei capitali americani. In questo senso vanno interpretati i continui appelli – ripetuti da Obama e Julia Gillard mercoledì a Canberra – per una Cina che “rispetti le regole del gioco” sullo scacchiere globale.
L’atteggiamento complessivamente più aggressivo di Washington nei confronti della Cina è ora dettato anche da esigenze di politica interna. A un anno dalle elezioni presidenziali, Obama è pressato da quasi tutti i candidati repubblicani alla Casa Bianca, che l’accusano di essere troppo tenero verso Pechino e chiedono misure punitive, ad esempio, sulle questioni del mancato rispetto della proprietà intellettuale e della svalutazione artificiosa della valuta cinese per favorire le esportazioni.
Anche per questo, nel recente summit dell’APEC alle Hawaii, l’amministrazione Obama ha cercato così di adoperarsi per rafforzare l’area di libero scambio trans-pacifica (Tran-Pacific Partnership, TPP) – formata da Brunei, Cile, Nuova Zelanda, Singapore, Australia, Malaysia, Perù, Vietnam e Stati Uniti – da cui la Cina continua significativamente ad essere esclusa. Proprio durante il vertice di Honolulu, il Segretario di Stato, Hillary Clinton, ha tenuto un discorso nel quale ha ripetuto come la creazione di un sistema di relazioni tra il proprio paese e l’area Asia-Pacifico sia diventata una priorità americana fin dal 2009.
Lo stesso messaggio è stato trasmesso, a Pechino così come agli alleati americani nella regione, anche dal Segretario alla Difesa, Leon Panetta, nel corso di un suo recente tour asiatico. Il numero uno del Pentagono ha escluso che i possibili futuri tagli al bilancio della Difesa porteranno a una diminuita presenza americana in Asia orientale. Questo riallineamento degli obiettivi strategici degli Stati Uniti, come ha fatto notare qualche giorno fa il consigliere di Obama per la sicurezza nazionale, Thomas Donilon, è anche il risultato della presa di coscienza che le guerre in Iraq e Afghanistan hanno nel recente passato distolto l’attenzione americana dall’Estremo Oriente, a tutto vantaggio degli interessi cinesi.
Pechino ha effettivamente costruito intensi rapporti soprattutto commerciali con i paesi del sud-est asiatico in questi anni di crescita impetuosa. Inoltre, le preoccupazioni degli USA sarebbero causate dalla presunta corsa agli armamenti da parte della Cina, anche se il budget militare di quest’ultima rimane tuttora una frazione di quello, colossale, del Pentagono.
In ogni caso, molti dei paesi oggi economicamente dipendenti dalla Cina sono alla ricerca di legami più stretti con Washington, così da bilanciare l’influenza del potente vicino settentrionale. Alcuni sono peraltro alleati storici degli USA, mentre altri – come il Myanmar – solo ora stanno mostrando aperture strategiche verso l’Occidente. Gli Stati Uniti, da parte loro, cercano di sfruttare ogni occasione per schierarsi al fianco di questi stessi paesi, spesso alimentando le divergenze tra di essi e Pechino. La più recente disputa in questo senso è stata registrata proprio questa settimana, quando la Cina ha emesso una nota di protesta ufficiale verso un progetto di esplorazione delle Filippine in un’area contesa al largo delle coste di quest’ultimo paese.
A ulteriore conferma dell’importanza che gli americani attribuiscono a quest’area del pianeta, dopo la visita in Australia, Barack Obama si recherà a Bali, in Indonesia. Il 19 novembre, qui andrà in scena infatti il sesto Summit dell’Asia Orientale (EAS), un forum annuale dei leader di 16 paesi della regione che verrà allargato quest’anno anche a Russia e Stati Uniti e al quale, per la prima volta, parteciperà in prima persona un presidente americano in carica.
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12 Novembre 2011 ore 21.43
Non facciamoci tante idee allegre, il Sig. B. per adesso si è ritirato nelle sue stanze, ma….a mio avviso è sempre in agguato
Oggi Anniversario Gunpowder Plot
Scritto da admin in anniversari, pensieri il 5 novembre 2011
Da ricordare
nell’immaginario collettivo Guy Fawkes è associato a questa maschera
Chi potrebbe salvare il mondo ?
I giovani di sicuro, ma intelligenti e critici come questi non certo come certi “sindaci nostrani”
Un amico
Hai tenuto troppo premuto il piede sull’acceleratore della vita
Hai fatto tante scelte, non son qui a considerare se sono state giuste o sbagliate
Hai assunto le responsabilità delle tue scelte, in primo luogo sul tuo fisico
Hai pensato che non era il caso di tirarti mai indietro….
Hai deciso anche scelte azzardate, sempre seguendo il tuo istinto generoso
Hai fatto parte di una piccola pletora, o meglio banda di esseri curiosi, in tempi in cui la curiosità era una caratteristica del caos sociale.
Ciao non addio ……
Stefano T. (03 ottobre 1959 – 31 ottobre 2011)
“Un amico che si merita un ricordo più dei tanti che girano in rete”
di nuovo ciao Stefano

foto F. Morettini
E’ morto Stefano Lavori !!! 2 pt.
Scritto da admin in informatica SL, pensieri, web il 7 ottobre 2011
buono quello che hanno scritto
EFF.ORG
October 6th, 2011
EFF Mourns the Loss of Steve Jobs
Announcement by Shari Steele
EFF joins millions around the world in mourning the passing of Steve Jobs. Steve was an extraordinary innovator who changed how we think about, develop, use, and experience new technologies, music, and ideas. While we’ve sometimes found ourselves frustrated with some of Apple’s business strategies, we here at EFF have always had tremendous respect for Steve’s creative genius and commitment to making products that were powerful, accessible, and elegant. His imagination and vision changed the world. He will be missed.




